Cristianofobia: allarme rosso, che fanno UE e ONU?

(Mauro Faverzani) Jeremy Hunt, Segretario di Stato britannico per gli Affari Esteri e del Commonwealth, nonché candidato primo ministro e candidato leader dei conservatori inglesi, non ha usato giri di parole: checché ne dicano i laicisti, la terribile persecuzione dei cristiani nel mondo va chiamata col suo nome, «cristianofobia». E va considerata come un’assoluta priorità da contrastare con forza, anche nelle relazioni bilaterali internazionali, va combattuta con tutti i mezzi a disposizione e senza indugi, anche stanziando maggiori risorse finanziarie. Lo ha detto, presentando il rapporto, da lui richiesto al suo ministero lo scorso dicembre. Hunt ha proposto che il Regno Unito solleciti da parte dell’Onu una risoluzione, con cui si intimi ai governi, soprattutto a quelli del Medio Oriente e dell’Africa del Nord, di tutelare i cristiani; inoltre, ha chiesto maggiori sinergie su questo tema col Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, col Consiglio dei Diritti Umani del medesimo organismo, con l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, col Consiglio europeo e col Commonwealth britannico.

La situazione è realmente tragica, da tempo, nonostante l’inaudito silenzio dell’Occidente: l’80% degli attacchi e delle discriminazioni per motivi religiosi hanno avuto proprio i cristiani per vittime, in alcune regioni lo sterminio ha addirittura assunto le caratteristiche del genocidio: Iraq, Nigeria, Indonesia, Cina, Sri Lanka, Pakistan e Siria sono solo alcuni esempi. Ma, nel computo, non manca neppure l’Europa.

Purtroppo, a parlare, sono i fatti di cronaca, anche quella più recente. In Francia, ad esempio, si è dovuto assistere ad un inaudito aumento degli atti di vandalismo, dei furti, degli incendi e di altri attacchi ai danni delle chiese, degli edifici sacri, delle parrocchie, tanto in aree urbane quanto in aree rurali, tanto nelle grandi città quanto nei villaggi. Le azioni cristianofobiche sono quadruplicate nel giro di 11 anni, tra il 2008 ed il 2019.

Secondo la Conferenza episcopale francese, già nei primi tre mesi del 2019, tra gennaio e marzo, si sono registrati 228 «atti violenti anticristiani». All’inizio dell’anno ben sei chiese sono state bruciate o distrutte nel giro di una sola settimana. In giugno, poco fa, sono state abbattute oltre 100 lapidi nel più importante cimitero cattolico di Tolosa. Nell’intero 2018 si sono verificati 129 furti e 877 episodi di vandalismo «anticristiano».

Per lo più si tratta di scritte allo spray raffiguranti simboli satanici, anarchici, politici. Ma vi sono anche attacchi a firma islamica. Benché il fenomeno abbia assunto ormai dimensioni preoccupanti, i media minimizzano e relegano tali episodi a fatterelli di cronaca minore, frutti di sbandati con scarsa esperienza. Tra gli autori identificati, in oltre il 60% dei casi si tratta di minorenni: che generazione si sta affacciando ai margini sociali?

Non solo. Cina: l’8 giugno scorso, mons. Stefano Li Side (1926-2019), vescovo della Diocesi di Tianjin, a nord del Paese, è morto dopo lunga malattia, all’età di 92 anni. Da 27 anni si trovava agli arresti domiciliari.

I funerali si sono svolti lo scorso 10 giugno. Funerali sui generis, essendone state vietate dalle autorità comuniste Messa e forma solenne, essendo stati negati al defunto i titoli episcopali perché Vescovo “sotterraneo”,… La cosiddetta Associazione Patriottica Cattolica cinese, braccio operativo del partito, ha proibito ai sacerdoti ed ai laici non iscritti – quindi non riconosciuti dallo Stato – di partecipare alle esequie. Tra gli esclusi, anche colui che, a norma di diritto canonico, sarebbe stato designato «con diritto di successione» ovvero il vescovo coadiutore, mons. Melchiorre Shi Hongzhen. Ma, sul fatto che possa effettivamente svolgere il suo ministero episcopale, pesano forti dubbi, dovuti un po’ all’età ormai da lui raggiunta – 92 anni, ben oltre i 75 di soglia massima previsti dalla Chiesa Cattolica –, un po’ al veto oppostogli di presenziare alle esequie del suo predecessore, un po’ alla decisione delle autorità comuniste cinesi di non riconoscergli lo status di Vescovo e di impedirgliene anche le funzioni, qualora non accettasse di aderire all’Associazione Patriottica, promotrice di una Chiesa indipendente, autonoma ed autocefala, sottomessa alla guida del partito comunista. Compromesso finora respinto dall’interessato.

Una settimana prima che mons. Li Side morisse, il Fronte Unito del Distretto, la Divisione di Sicurezza nazionale, il Dipartimento di Pubblica Sicurezza ed altri organismi governativi hanno tenuto monitorata ventiquattr’ore su ventiquattro la parrocchia, ove vive mons. Shi Hongzhen, cui hanno anche limitato i movimenti. Da allora i controlli sono proseguiti. Pare già evidente da qui, una volta di più, il totale fallimento del patto stretto l’anno scorso tra Cina e Vaticano, patto i cui termini sono peraltro rimasti segreti, benché tali, evidentemente, da non riuscire a tutelare adeguatamente la posizione di mons. Shi Hongzhen, che verrà probabilmente invitato a farsi da parte, e di molti altri vescovi, sacerdoti e semplici fedeli sgraditi al potere comunista.

Se ci spostiamo in Pakistan, le cose non vanno meglio: a Faisalabad, Badal Masih, un ragazzino cristiano di soli 11 anni, è stato ucciso a sprangate di ferro sul capo dal suo datore di lavoro, Ifran alias Kalu, e da suo fratello Akram, musulmani entrambi, datisi alla fuga subito dopo l’omicidio. Al pestaggio hanno assistito la madre dal bambino, accorsa sul posto non vedendolo rientrare, ed alcuni vicini, che hanno subito chiamato le forze dell’ordine.

La vittima, per pochi centesimi al giorno, raccoglieva rifiuti nella discarica di proprietà del suo assassino. Pare che tra i due sia sorto un dissidio a causa di un euro, che il piccolo avrebbe ricevuto in prestito dal suo capo per alcune spese necessarie alla famiglia. A fronte delle forti pressioni ricevute, Badal ha restituito a fatica la somma, ma ha anche comunicato al suo superiore di non voler più lavorare per lui, facendolo infuriare. Da qui, l’aggressione.

La madre di Badal, Shareefan Bibi, ha subito sporto denuncia. Secondo Joel Amir Sohotra, ex-parlamentare cristiano, l’episodio non riguarderebbe soltanto la cronaca nera, sarebbe anzi il sintomo della prepotenza islamica nei confronti delle minoranze, prepotenza aggravata dalla consapevolezza dell’impunità: «Questa è la mentalità malata della nostra società crudele, che non considera i membri delle minoranze come esseri umani e per questo li tortura se essi si rifiutino di obbedire, sapendo inoltre che nessuno si alzerà a difendere queste povere creature – ha dichiarato Soho tra all’agenzia AsiaNews . Chiedo al governo di adottare azioni severe contro i colpevoli e di assicurarli alla giustizia».

L’elenco potrebbe tristemente, tragicamente continuare. Con buona pace di chi ritenga ancora eccessivo parlare di «cristianofobia». (Mauro Faverzani)

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