Cristiani perseguitati anche in Etiopia. E qui non c’è l’Isis

EtiopiaC’è ancora chi ritiene che, di crimini e stragi, siano responsabili solo gli “estremisti”, gli “integralisti”, i “fondamentalisti”. Quelli dell’Isis, per intenderci. Non tutti gli altri. Ma la cronaca dimostra come la realtà sia un’altra. In Etiopia non c’è l’Isis. I 28 cristiani copti etiopi, uccisi lo scorso 19 aprile,furono decapitati in Libia, non a casa loro. Eppure, anche qui, il prezzo da pagare è lo stesso, quello della persecuzione.

Lo dimostrano le vessazioni e le dure condanne inflitte da un tribunale distrettuale ai sei componenti del comitato, che di fatto amministra la chiesa ortodossa intitolata a Santa Maria di Kito, nella zona di Siltie, 118 miglia a sud della capitale Addis Abeba. Siltie è un’area autonoma e – a differenza del resto del Paese – a maggioranza musulmana.

Lo scorso mese i sei responsabili della comunità religiosa avevano inviato una lettera ai loro vertici, in cui lamentavano, tra l’altro, le condizioni sempre più critiche, cui sono costretti: discriminazioni sul lavoro, licenziamenti in tronco e senza giusta causa, i locali della congregazione distrutti, molti di loro aggrediti, innumerevoli le minacce di morte di cui sono bersaglio. Una situazione, definita simile a quella patiti in Libia a causa dell’Isis. Quella missiva, però, è stata intercettata dalla stampa locale, pubblicata e, da qui, diffusa in tutto il mondo.

Le autorità locali hanno chiesto e subito ottenuto le scuse da parte degli autori, ma non è bastato. Il presidente del comitato, che amministra Santa Maria di Kito, Yemariam Worke Teshager, è stato condannato dalla magistratura a 8 anni e 8 mesi di carcere, mentre 5 anni e mezzo a testa sono stati inflitti agli altri cinque componenti dell’organismo: Masresha Seife, Nigatua Lema, Mulugeta Aragaw, Habtamu Teka e Manu Lema. La pretestuosa accusa, che ha determinato pene tanto severe, è quella di turbativa all’ordine pubblico e di diffusione dell’odio religioso. Tutti e sei gli imputati si ritrovano ora detenuti presso la prigione di Worabe.

Donazione Corrispondenza romana