Crimea: chiuso un convento, prosegue l’epurazione religiosa

CrimeaUna richiesta choc è giunta formalmente lo scorso 21 gennaio all’Ucraina dalla popolazione tartara di Crimea: organizzare una conferenza internazionale, per richiamare l’attenzione del mondo sulle incredibili violazioni dei diritti umani perpetrate ai danni della popolazione locale, specie di quanti – e sono tanti – si siano opposti lo scorso marzo all’accorpamento di questi territori nell’orbita russa. Un’uscita pubblica che certo avrà provocato qualche crampo allo stomaco: i 300 mila Tartari di Crimea rappresentano, infatti, circa il 12% della popolazione della penisola, impossibile non prenderli in considerazione.

Cosa è accaduto in quest’angolo del mondo? Una vera e propria epurazione religiosa. Anche se i media internazionali han finora mantenuto un silenzio pressoché totale in merito. Subito dopo l’annessione a Mosca, le autorità russe han preteso che i religiosi stranieri presenti in Crimea, anche quelli già autorizzati, ripresentassero domanda per una nuova registrazione come operatori pastorali, in virtù di una legge approvata lo scorso primo luglio, ma facente riferimento alla normativa russa «sulla libertà di coscienza e sulle organizzazioni religiose» in vigore dagli Anni Novanta. Formalmente, tale norma avrebbe dovuto garantire il ritorno ad una maggiore libertà religiosa, sia pure rigidamente irreggimentata. Ma riconosce come religioni tradizionali soltanto la Chiesa ortodossa del Patriarcato di Mosca, l’islam e l’ebraismo. Costringendo tutte le altre, compresa quindi la Chiesa Cattolica, a registrarsi, pena la perdita di qualsiasi personalità giuridica.

E’ bastato a questo punto che il Servizio Migranti federale non desse risposta ai richiedenti o la desse negativa, per sbarazzarsene in un sol colpo. Come ha confermato il Dipartimento Affari Religiosi di Crimea, la faccenda viene gestita direttamente da Mosca, dal Ministero di Giustizia per la precisione. Il quale ha chiuso le porte. A nessuno è stato concesso di restare. Facendo anche sapere, a chi abbia presentato ricorso, che i tempi per analizzare le pratiche saranno lunghi, lunghissimi. Un modo garbato, per dire che il riesame non avrà mai luogo. E così dallo scorso 31 dicembre a tutti i preti e le suore stranieri, non essendo stati rinnovati i permessi di soggiorno, è giunto l’ordine di andarsene. Per decadenza automatica delle autorizzazioni fino a quel giorno in vigore, come rivelato dall’agenzia Forum 18 News Service. Da quel giorno chi sia rimasto in Crimea e nella parte orientale dell’Ucraina – compresi i fedeli di rito bizantino – ha lo status di «clandestino», privato a tempo indeterminato di qualsiasi status giuridico. Il che già in sé è sgradevole. Ma, da queste parti, è anche estremamente pericoloso. Un autentico balzo indietro sul fronte delle libertà individuali.

Non stupisce, quindi, che lo scorso 20 gennaio sia stato chiuso il convento cattolico di Sinferopoli, proprio nella capitale della sedicente Repubblica autonoma di Crimea, territorio autoproclamato dai separatisti filorussi, ma il cui status a livello internazionale è ad oggi oggetto di contenzioso. Ad esempio non lo riconosce l’Unione Europea. Né lo riconosce la quasi totalità degli Stati membri dell’Onu. Ma, guarda caso, la Russia sì.

Le tre suore residenti nel convento di Sinferopoli, Francescane Missionarie di Maria, sono originarie della Polonia e dell’Ucraina. Ovviamente è stato negato anche a loro il rinnovo del permesso di soggiorno. Ergo, fuori. Cortesemente accompagnate alla porta del loro convento. Cui son stati messi i sigilli. Operavano sul posto da 18 anni, assistendo i tanti poveri della zona.

Del resto, da mesi la gerarchia greco-cattolica ucraina ha lanciato l’allarme. Inascoltato. Anche perché pochissimi l’han potuto sentire. Il Primate della Chiesa greco-cattolica, mons. Sviatoslav Shevchuk (nella foto), Arcivescovo di Kiev, è stato molto chiaro: «E’ paradossale che, subito dopo aver celebrato il 25mo anniversario del nostro ritorno alla legalità nell’era post-sovietica, ci sia stato negato il diritto a condurre legalmente le nostre attività in Crimea e nei territori occupati. Totalmente privi di libertà religiosa». Assolutamente in sintonia il portavoce della Chiesa greco-cattolica, Padre Ihor Yatsiv: «Dopo due decenni di libertà, siamo stati condannati a perderla di nuovo», ha detto.

Forte di 5 milioni di fedeli, la Chiesa greco-cattolica, creata nel 1596, con Stalin fu ricondotta a forza sotto il Patriarcato ortodosso di Mosca nel 1946, per poi, dopo dure persecuzioni, essere reintegrata nei propri diritti nel 1989. Il grosso dei suoi fedeli si concentra tra Kiev e la parte occidentale del Paese. Ma la sorte dei pochi residenti nella zona orientale ed in Crimea – con 5 parrocchie censite – è diventata simbolica, anche perché il conflitto ucraino ha ravvivato l’antico antagonismo con la Chiesa ortodossa russa. Ha spiegato al quotidiano francese La Croix Padre Nicolas Kazarian, ricercatore associato presso l’Iris-Istituto di relazioni internazionali e strategiche: «Benché sul piano demografico, la posta in gioco sia microscopica, stante l’attuale contesto geopolitico la questione religiosa è divenuta uno strumento con cui marcare i limiti territoriali».

Lo scorso 10 dicembre giunse in visita a Kiev come inviato speciale del Papa il Card. Christoph Schönborn, Arcivescovo di Vienna, per celebrare i 25 anni della libertà della Chiesa greco-cattolica in Ucraina. Ha chiesto che ai fedeli greco-cattolici fosse riservato lo stesso trattamento previsto per le altre confessioni, temendo il riemergere delle tensioni secolari sull’uniatismo per le Chiese di rito orientale fedeli a Roma. E’ bastato che ripartisse, per scatenare le reazioni. La Chiesa ortodossa russa ha accusato quella greco-cattolica d’aver assunto una posizione eccessivamente filo-occidentale ed ha fatto sapere che questo avrebbe compromesso il riavvicinamento di Mosca al Vaticano.

Da mesi, in realtà, l’epurazione sta andando avanti. Massiccia, crudele. Con atti di vero e proprio terrorismo, sequestri e omicidi di sacerdoti, specie nel bacino del Donec o Donbass, Decanato di Donetsk, Diocesi di Kharkiv-Zaporijia, l’ultima creata da Giovanni Paolo II nel 2002. Ne ha parlato lo scorso luglio in un proprio reportage il settimanale cattolico polacco Gość Niedzielny. L’obiettivo che subito i separatisti si sono posti è quello di mantenere in zona soltanto i Cristiani ortodossi fedeli al Patriarcato di Mosca.

Qui lo scorso 14 luglio i separatisti hanno rapito un anziano sacerdote, Padre Wiktor Wasowicz, cittadino ucraino, originario di una famiglia polacca della regione di Jytomyr. Gli erano state affidate la parrocchia intitolata al Sacro Cuore di Gesù a Horlivka, nonché quelle di Artemivsk, Makiivka e Yenakiieve. Era già stato arrestato e controllato molte altre volte. Ma aveva sempre assicurato che mai avrebbe lasciato la sua gente. Poi è stato arrestato ad un posto di blocco, mentre si recava ad Horlivka per celebrare la S.Messa. Vano l’intervento dei fedeli e del Vescovo ausiliare di Kharkiv-Zaporijia, mons. Marian Buczek. Il rilascio è avvenuto soltanto undici giorni dopo. Con l’ordine d’andarsene.

Dopo pochi giorni è stato sequestrato dai separatisti della sedicente «Repubblica popolare di Donetsk» anche Padre Iouri Ivanov, segretario dell’Arcivescovo Serge e parroco presso la chiesa dell’Assunzione della Vergine Maria, in uno dei quartieri minerari di Donetsk. Aveva già ricevuto diverse lettere minatorie con minacce di morte, per indurlo ad andarsene immediatamente, abbandonando tutto e tutti. Ma aveva assicurato che mai avrebbe ceduto alle intimidazioni. Dopo averlo rapito, i separatisti gli hanno intimato di condurli dall’Arcivescovo. Di fronte al suo rifiuto, è stato arrestato. Di lui si son perse le tracce per un mese, poi il rilascio.

Anche di Padre Tikhon si è rimasti a lungo senza notizie: prete greco-cattolico, era segretario del Consiglio delle Chiese. Pubblicava periodicamente le proprie riflessioni su Facebook, seguitissime, criticando il fatto che l’intera città – ovvero un milione di abitanti – venisse terrorizzata da un manipolo di separatisti. Per questo, i miliziani della Repubblica popolare di Donetsk lo minacciavano regolarmente, al telefono o per mail. La sua auto è stata danneggiata ed imbrattata con l’ennesima minaccia di morte. Padre Tikhon ha lasciato la sua parrocchia il 3 luglio scorso e di lui si sono perse le tracce per 11 giorni, fino al suo rilascio. Subito dopo ha fatto le valigie ed ha lasciato Donetsk. Era una delle condizioni poste dai terroristi. Gli è stato anche vietato di parlare della detenzione: se lo avesse fatto, i suoi aggressori si sarebbero vendicati sui parrocchiani.

Numerosi altri sacerdoti se ne sono dovuti andare a causa della prepotenza dei separatisti, che considerano i Cristiani del Patriarcato di Kiev come dei traditori.

A fronte di questi ed altri terribili eventi, la Chiesa ortodossa ucraina, legata al Patriarcato di Mosca, è rimasta in silenzio. Nessuna reazione. I separatisti dicono di battersi per la fede ortodossa, di lottare per la Verità divina ed hanno l’appoggio di una parte del clero. E di Mosca. La concezione geopolitica dei nazionalisti vuole il Donbass come cuore della Nuova Russia. Per questo ne vogliono espellere tutti quanti possano essere sensibili «alla propaganda del nemico», leali verso lo Stato ucraino o potenzialmente operare in suo favore.

Dopo il referendum, con cui la popolazione della penisola ha espresso la volontà di separarsi e passare a far parte della Federazione russa, i Cattolici, che vivono in loco, sono preoccupati, anzi terrorizzati: «Abbiamo bisogno di aiuto e di appoggio spirituale; chiediamo preghiere e digiuno, perché abbiamo bisogno di un miracolo», ha detto mons. Jacek Pyl, Vescovo ausiliare della Diocesi cattolica di Odessa-Sinferopoli, nel corso di un’intervista all’agenzia dei Vescovi italiani, Sir. Il fatto che Putin abbia decretato formalmente l’indipendenza e la sovranità della Crimea come Stato autonomo, non significa assolutamente nulla, viene visto soltanto come una mossa politica. I gesuiti di Ucraina sono estremamente critici in merito: il Superiore Generale, Padre David Nazar, aveva denunciato all’epoca dell’annessione l’«invasione con tutta evidenza illegale». Padre Mykola Kvych di Sebastopoli è stato sequestrato dai separatisti e rilasciato dopo alcune ore, perché accusato d’aver promosso ed organizzato la rivolta. Ovviamente è stato anche lui “invitato” ad abbandonare subito la Crimea.

Nel marzo scorso il Primate della Chiesa greco-cattolica in Ucraina, mons. Sviatoslav Shevchuk, è stato ricevuto da papa Francesco, che lo aveva esortato ad aver «coraggio».: «Pregando il Cuore Immacolato di Maria, rinnoviamo la nostra fedeltà al Papa – ha commentato mons. Pyl – Per noi la preghiera del Pontefice è molto importante». Ed anche la preghiera di tutti i Cattolici del mondo. Un mondo, che, col silenzio complice dei media, pare essersi dimenticato di questa gente e di quel che accade in quest’angolo sperduto del pianeta.

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