Così trattano i rifugiati cristiani in Thailandia. E il mondo tace

ThailandiaI media registrano ogni giorno con estremo scrupolo lo sdegno internazionale, che si leva per le condizioni disumane imposte ai migranti da scafisti senza scrupoli e spesso anche per l’inadeguato trattamento lamentato dai clandestini presso i centri di prima accoglienza europei. Ciò che invece la grancassa della stampa mondiale non fa è offrire il quadro completo della situazione e spiegare quali atroci sofferenze debbano patire i circa 8 mila cristiani pachistani fuggiti dalla loro patria e rifugiatisi in Thailandia.

Ampio spazio ha offerto alla notizia Daniel Hamiche sull’agenzia on line Observatoire de la Christianophobie, specificando d’aver preparato in merito un servizio, che presto verrà pubblicato dal periodico Christianophobie Hebdo. Le autorità thailandesi e l’Unhcr-Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati di Bangkok sembrano non essere in grado di gestire i dossier di questi profughi, così – allo scadere del loro visto turistico – vengono arrestati e trasferiti nel centro di detenzione per rifugiati della capitale, ove sono costretti in spazi angusti e dove la sovrappopolazione ha raggiunto limiti ormai invivibili, nonostante una parte di loro sia già stata spostata presso la prigione centrale. Qui vengono rasati, vengono loro messe le catene ai piedi e devono condividere le celle con assassini e ladri.

L’unica loro “colpa” è quella d’aver chiesto asilo e lo status di rifugiato, essendo in patria, in Pakistan, torturati, uccisi e incarcerati, specie dopo l’introduzione della cosiddetta “legge sulla blasfemia”. Eppure della loro sorte nessuno si cura. Sono e restano ignorati dal mondo. Il Bpca-British Pakistani Christian Association ha diffuso nei giorni scorsi un comunicato relativo alla visita di lord David Patrick Paul Alton di Liverpool, membro della Camera dei Lord inglese, a Bangkok. Gli è stato concesso di far visita a quattro di questi profughi cristiani detenuti nelle celle thailandesi. E’ stato così possibile render pubblica un’immagine (nella foto) delle condizioni disumane, in cui sono costretti a vivere. Un’immagine, che parla da sola.

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