Così “non” muoiono i Santi. Riflessioni e digressioni sulla morte del cardinal Martini

(di Maria Pia Ghislieri) Del cardinal Carlo Maria Martini, giunto di recente all’epilogo della sua terrena esistenza, si continua a scrivere e a parlare, a proposito e – ahimè, assai più spesso – a sproposito. Nulla vogliamo aggiungere al già detto e – tanto meno! –  ai molti spropositi. C’è chi lo annovera già tra i Santi di Dio e chi lo considera un eretico. Ignoriamo gli uni e gli altri per avvicinarci in punta di piedi al suo capezzale e considerare gli ultimi istanti della sua vita mortale, descritti con dovizia di particolari dalla nipote Giulia (”Corriere della Sera”-“La Stampa”, 4 settembre 2012).

Se è vero ciò che la sapienza popolare – che mai si smentisce – ha sempre ribadito, e cioè che “come si vive così si muore”, facendo in ciò eco alle parole di san Paolo “ciascuno miete ciò che ha seminato” (Gal 6,7); se è  vero che, come afferma sant’Alfonso dei Liguori, “la vita è una corsa verso la morte” e sul letto di morte converge tutta l’umana esistenza, c’è da credere che da come muore un uomo si può facilmente desumere la sua vita e la sua eternità.

Leggo che il Cardinale “aveva paura non della morte in sé, ma dell’atto del morire, del trapasso e di tutto ciò che lo precede”. Non leggo ciò nella vita dei Santi. Leggo il contrario. I Santi non temevano il trapasso – i cui dolori fisici e spirituali altro non consideravano che un ultimo prezioso perfezionamento del loro olocausto – ma, semmai, il giudizio di Dio che lo segue. Un altro porporato, il cardinal Merry del Val, segretario di Stato di san Pio X, scriveva: “(O mio Dio), Io sono pronto ad accettare indifferentemente dalle vostre mani e nella forma che vi piacerà salute o malattia, ricchezza o povertà, onore o disonore, una vita lunga o breve, e così in tutte le cose scegliendo finalmente soltanto ciò che è più conforme alla vostra Gloria, che è il mio ultimo fine”. E altrove: “Accetto amorosamente la morte come e quando il Signore vorrà in espiazione dei miei peccati adorando i suoi decreti”.

Leggo che il Cardinale “aveva paura di perdere il controllo del suo corpo e di morire soffocato”. Non leggo ciò nella vita dei Santi. Leggo il contrario. I Santi vivevano abbandonati alla divina Provvidenza che dispone di ciascuno, anima  e corpo, secondo gli imperscrutabili ma sempre amorosissimi giudizi di Dio. San Francesco d’Assisi attendeva con immensa gioia la morte che non solo non temeva, ma chiamava familiarmente “sorella” (sora nostra morte corporale), giungendo a considerare ogni dolore fisico una sorta di delizia in vista dell’eterna beatitudine che la paziente sopportazione di esso gli meritava (tanto è il bene che mi aspetto che ogni pena mi è diletto). Tribolato da ogni sorta di patimenti, non ultima la cecità, considerava il suo corpo un “fratello” (frate asino) che con le più austere mortificazioni aveva sottomesso allo spirito. Nessuna paura nel Serafico d’Assisi, se non la paura di peccare, cioè di offendere il Sommo Bene, l’unica comune a tutti i Santi.

Leggo che  il Cardinale “quando non ce l’ha fatta più, ha chiesto di essere addormentato”. Non leggo ciò nella vita dei Santi. Leggo il contrario. I Santi desideravano patire senza alleggerimenti di sorta per conformarsi al loro divino Modello, per partecipare alla sua opera redentiva e salvare i fratelli d’esilio. Sant’Ignazio di Antiochia voleva essere pasto delle belve per divenire “frumento di Cristo”. Solo allora – diceva – “sarò veramente un uomo”. Il grido vibrante d’amore di santa Teresa d’Avila era: o patire o morire. San Pio V, tormentato da tremendi dolori esclamava: “Signore, aumentate le mie sofferenze, ma datemi la pazienza di sopportarle”. Il cardinal Newman mai dimenticava che il rosso della sua porpora cardinalizia stava ad indicare la piena disponibilità di chi l’indossa a versare il proprio sangue per Cristo. Senza dire dei Santi, come Padre Pio da Pietrelcina, che rifiutavano l’anestesia in occasione di dolosisime operazioni per conformarsi al Signore Crocifisso.

Leggo che il Cardinale ha chiesto “che gli si tenesse la mano” nelle ultime ventiquattrore di vita. Non leggo ciò nella vita dei Santi. Leggo il contrario. I Santi sul letto di morte chiedevano il conforto dei Sacramenti e delle preghiere mirabili con cui la Santa Madre Chiesa suole accompagnare i moribondi all’estremo trapasso e al supremo giudizio che segue. Non desideravano il sollievo dell’affetto umano destinato a finire con i giorni dell’uomo. La piccola grande Carmelitana di Lisieux ringraziava Dio di “non” morire tra la braccia della sorella Paolina, poiché – scriveva – le sarebbe stato di troppa consolazione.

San Franceso d’Assisi ammoniva: “Quanto vale un uomo davanti a Dio tanto vale e niente più”. E quanto vale un uomo davanti a Dio si vede alla morte, al momento della resa dei conti, all’epilogo della vita terrena che si apre all’eternità, quando il Giudice divino s’appressa e nessuno può sfuggirgli. Anni addietro il cardinal Martini aveva detto: “Ascolto la musica classica per non pensare alla morte” . Forse anche per questo non è morto come muoiono i Santi. (Maria Pia Ghislieri)

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