Cosa vuole davvero il movimento Black Lives Matter?

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(Maurizio Ragazzi) L’autore di questo articolo ci ha appena segnalato che Shaun King, un attivista di Black Lives Matter, ha dichiarato che le statue e le vetrate che rappresentano «l’uomo bianco Gesù e la sua madre europea» [sic!] «devono essere tirate giù in quanto forma di supremazia dei bianchi». Questo appello delirante si commenta da solo e la dice lunga sugli obiettivi del movimento (il testo della dichiarazione è riprodotto qui: Black Lives Matter Activist Wants Statues of “White Jesus” Torn Down Because They’re “Racist”).

Il quadretto che viene solitamente dipinto è quello che, al di là delle frange estremiste, coloro che marciano sotto il motto Black lives matter (“le vite dei neri contano”) sono animati dai più alti valori di uguaglianza nel genere umano. Ora, può essere che fra loro ci siano effettivamente dimostranti che si limitano a proclamare il dovuto rispetto per tutti. Ma sarebbe una forzatura presumere che il grosso di chi ripete Black lives matter non sappia a che cosa effettivamente aspiri questo movimento. Le stesse premesse del motto sono fantasiose. Rivendicare che le vite dei neri contano, quasi si trattasse dell’improvvisa rivelazione di una verità che non conoscevamo, presuppone l’assurda convinzione che le persone afro-americane, mentre passeggiano pacificamente per strada, siano prese di mira da poliziotti bianchi che si divertono sadisticamente ad assalirli e, a volte, ad ammazzarli.

La realtà è ben diversa: a differenza delle sparatorie fra civili (comprese quelle fra afro-americani), che non di rado prendono in mezzo bambini e terze persone inermi, l’occasionale violenza della polizia (contro afro-americani come contro chiunque altro) avviene in seguito a crimini o altri episodi d’illegalità, per i quali i presunti responsabili erano stati fermati (l’ex sindaco di New York Rudy Giuliani ha ricordato che l’anno scorso ci sono stati 9 casi di afro-americani disarmati uccisi in scontri con la polizia (contro più del doppio di bianchi), a fronte di 7500 omicidi di afro-americani da parte di altri afro-americani).

Se si verificano colluttazioni e ci scappa il morto, ci sono indagini approfondite e processi volti ad accertare se la polizia abbia o meno applicato una forza ingiustificata. Quindi, il sistema non è razzista, ma al contrario è organizzato in modo tale da permettere che vengano puniti sia i criminali sia i poliziotti che abbiano usato eccessiva violenza, una volta che questa sia stata provata. In parole povere, il vero problema è il crimine (e a volte l’abuso di autorità), non certo il sistema volto al suo accertamento ed alla sua punizione.


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Inoltre, non pare proprio che chi marcia sotto lo slogan del Black lives matter sia davvero convinto che le vite di tutti i neri senza eccezione contino. S’ignorano del tutto le vite indifese nel ventre delle loro madri. Eppure, è proprio questo l’unico caso evidente di “razzismo sistemico”, dato che il movimento abortista si è caratterizzato, sin dall’inizio, per il suo razzismo. Non sorprende quindi la sproporzione, in rapporto alla percentuale della popolazione, di bambini e bambine di colore fatti a pezzi tramite aborto, nella quasi totale indifferenza; certamente l’indifferenza del Black lives matter, che anzi sostiene la «giustizia riproduttiva» (Alicia Garza in Colorlines, 9 febbraio 2016), una delle tante mistificazioni linguistiche per tentare di giustificare il mai giustificabile crimine di aborto.

Chi ha analizzato origine e sviluppi del Black lives matter non ha avuto difficoltà ad appurare la sua stessa auto-identificazione come movimento neo-marxista, le cui pretese vanno dalla sottrazione di fondi alla polizia, alla lotta contro il capitalismo, alle riparazioni monetarie da corrispondersi solo in base al colore. Come per movimenti analoghi degli anni passati, queste rivendicazioni si sono accompagnate a violenza, della quale le prime a subirne i danni sono state proprio le comunità afro-americane intente a migliorare la loro condizione economica.

Senza entrare nel merito del profilo biografico delle sue fondatrici (di per se stesso alquanto rivelatore), basta leggere i 13 principi-guida sbandierati dal movimento per rendersi conto di quali siano i suoi veri obiettivi. Fra questi 13 principi, due sono dedicati all’attivismo omosessualista: causa trans-sessuale (transgender affirming) e causa delle “minoranze sessuali” (queer affirming). Due altri principi vanno espressamente contro la famiglia naturale: smantellamento del nucleo famigliare a favore di non meglio identificati villaggi e comunità (black villages) e ridefinizione del ruolo della donna-madre (black families). In poche parole, ci troviamo di fronte al solito ventaglio di rivendicazioni perverse (nel senso etimologico dell’espressione, cioè non orientate verso il bene naturale dell’uomo), questa volta avanzate dietro lo specchietto per le allodole del principio di pari dignità di tutti gli uomini indipendentemente dal colore della loro pelle (principio ovviamente sacrosanto, senza che ci sia bisogno del Black lives matter per ricordarcelo).


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In definitiva, di fronte alle marce, le urla, le forme di un nuovo rito pagano (quali l’inginocchiarsi o l’alzare le mani), e l’intimidazione di chi osa pensarla diversamente, tutto questo nel nome del Black lives matter, è opportuno che (nella preghiera per la conversione dei suoi adepti) ci liberiamo dall’illusione che il movimento si limiti a rivendicare l’uguale dignità di tutti e guardiamo invece in faccia la realtà di che cosa effettivamente si proponga di raggiungere, cioè quegli obiettivi sinistri che il movimento proclama apertamente. 

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