Cosa resta dell’Unione Europea

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(Luca Della Torre) Con l’ampollosa retorica levantina che lo caratterizza, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha dichiarato che la drammatica emergenza del Covid-19 è una «sfida epocale per l’Europa». Gli ha fatto eco, nel corso del suo discorso alla nazione il 28 marzo, il Presidente della Repubblica francese Macron, dichiarando testualmente che non vuole un’Europa egoista e divisa, e che anzi, la Francia «si batterà per un’Europa della solidarietà, della sovranità e dell’avvenire». Le parole dei leader di due delle nazioni più importanti della UE, Francia ed Italia, riconoscono espressamente quanto sia ampio e grave lo scollamento tra le istituzioni politiche della UE e le esigenze concrete dei cittadini che la compongono, di fronte alla crisi sanitaria, economica, politica in cui versa gran parte del sistema istituzionale degli Stati europei.

Ma queste dichiarazioni sono al tempo stesso parole in libertà, lacrime di coccodrillo vergognosamente gratuite e capziose, poiché provengono esattamente dai rappresentati politici di quell’establishment europeista e tecnocratico, che in questi mesi ha dimostrato tutta la inadeguatezza fallimentare di un sistema politico, quello della UE, privo da sempre di una lucida visione strategica delle relazioni internazionali e della politica estera tra Stati sovrani. Ottusamente ancorati al miraggio dei sistemi politici sovranazionali, ispirato all’utopia della democrazia universale, ma miseramente smentito dalla Storia di questi decenni, i tecnocrati di Bruxelles stanno dimostrando in questi giorni tutta la pochezza e l’incapacità strutturale della UE di assumere decisioni politiche per il bene comune dei propri cittadini. La cartina di tornasole di questa preoccupante condizione politica è presto mostrata.

L’evento politico UE più rilevante di questi ultimi giorni è stato il summit del 26 marzo, in cui i capi di Stato e di governo dell’Ue si sono riuniti in videoconferenza per cercare un accordo su misure volte a consentire agli Stati membri di dare risposte coese alla crisi abbattutasi sull’Europa a causa del Coronavirus e del conseguente blocco delle attività economiche produttive. La conferenza, come era purtroppo prevedivile, si è risolta in un nulla di fatto. La proposta di emissione dei cosidetti “Coronabond”, titoli di debito pubblico di tutti i Paesi UE, garantiti in solido a sostegno dell’emergenza economica sanitaria è stata respinta al mittente dai Paesi del Nord Europa, Germania in primis, che non ne vogliono sapere di farsi carico dei rischi debitori di Paesi come l’Italia, la Spagna, la Francia stessa.

La seconda ipotesi di mutuo soccorso economico proposta, l’apertura di crediti a favore degli Stati che ne facciano richiesta attraverso il MES (Meccanismo europeo di supporto economico agli Stati membri) in verità altro non è che un potenziale cappio al collo per i Paesi membri che ne facessero richiesta, in quanto esporrebbe gli stessi a speculazioni dell’anonimo mercato finanziario mondiale, non essendo la restituzione di tali crediti garantita dalla stessa UE, pur versando questi Stati in una condizione di emergenza straordinaria. Di fronte a questo quadro di brutale disinteresse dei vertici UE di Bruxelles verso la grave crisi che attanaglia la vita stessa dei cittadini degli Stati europei, come dar torto alle provocazioni del leader dell’opposizione Matteo Salvini? Il leader leghista ha rammentato che solo l’Italia, assieme alla Germania ed alla Francia, dopo la Brexit, è uno dei Paesi donors, o “pagatori netti” dell’Unione europea. In buona sostanza l’Italia “mantiene” la Ue: ogni anno versa in tributi alla Ue molto più danaro di quanto ne riceva in forma di sostegno. In tutto 58 miliardi di Euro annui, che dice Salvini, sarebbero certamente utilissimi per far fronte alla drammatica crisi italiana a cui la Ue è incapace di dare risposta.


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La drammatica vertenza politica che si cela dietro a questa emergenza sanitaria internazionale è de facto la cartina di tornasole del fallimento di un modello politico spurio come la Ue, un monstruum istituzionale che denunzia il grave gap di sovranità che da sempre la perseguita.

Esattamente il contrario di quanto dimostrato dagli Stati Uniti, che attraverso il leitmotiv del Presidente conservatore Trump, “America first”, riconosce e sostiene a 360 gradi in ogni settore il primato della sovranità nazionale nel perseguire il bene e l’interesse dei cittadini della democrazia americana. Esattamente il contrario di quanto dimostra la Repubblica Popolare cinese, che attraverso il pur brutale dirigismo totalitario del Partito comunista, riconosce la priorità e supremazia dell’interesse dello Stato cinese. Esattamente il contrario di quanto dimostra il popolo britannico, che, attraverso il democratico referendum della Brexit ha dimostrato con saggezza di saper riconoscere che il potere sovrano politico decisionale sul proprio Paese non può essere demandato ad una lontana, fantomatica, inesistente autorità politica di Bruxelles, che non rappresenta assolutamente alcun legittimo vincolo di potere per la tutela dell’interesse all’identità storica, culturale, linguistica, economica dell’isola britannica.

La Ue da sempre non è uno Stato federale, non è uno Stato confederale, ma è semplicemente una mera somma di trattati internazionali che, dal 1957 ad oggi, se per un verso sottrae quote enormi di sovranità decisionale agli Stati soprattutto in campo economico finanziario a tutto favore di un “Grande fratello”, il mercato internazionale, contemporaneamente confessa l’inesistenza di un potere politico costituzionale sovrano europeo, proprio perché non esiste un utopico popolo europeo, non esiste una artificiosa patria europea, bensi, come insegna la Storia, esiste un’Europa di grandi popoli e grandi nazioni e grandi patrie.


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La stessa drammaticità del momento dovuta all’emergenza del Coronavirus non è un buon motivo per porre in sottordine i ripetuti fallimenti di lungo periodo che il modello sovranazionale della Ue ha mietuto, provocando amarezza, scoramento, disillusione nei cittadini del Continente: sarebbe esercizio di disonestà intellettuale negare che la Ue in questi anni abbia dimostrato di individuare priorità in antitesi con il perseguimento della tutela del bene comune, della prosperità, sicurezza dei propri cittadini.

La crisi del credito finanziario degli anni 2012-2014 in cui parecchi Paesi Ue sono stati abbandonati a sé stessi o peggio sono divenuti ostaggi di banche straniere, europee e non; la contraddittoria opportunistica gestione della crisi dei migranti africani e mediorientali in Europa in cui la Ue si è fatta trascinare dalla grossolana vulgata dell’accoglienza, senza saper leggere con competenza i necessari risvolti di sicurezza, ordine sociale, capacità di integrazione economica e sociale; le irresponsabili parole della Presidente della Banca Centrale Europea Lagarde,secondo cui la limitazione dello spread e di speculazioni sulle economie nazionali durante la crisi del Coronavirus non è una priorità per la Ue: tutto concorre a dimostrare con prova provata la fallacia irresponsabile di un sistema politico che in primo luogo ha dimenticato la necessità di rispettare il primato della sovranità nazionale come giusto equilibrato strumento di rappresentanza delle identità culturali, storiche, politiche di un popolo rispetto ad un altro nella gestione delle relazioni internazionali.

In tempi eccezionali servono risposte eccezionali: ma ciò dipende esclusivamente da un potere sovrano che sia effettivamente espressione, radice e specchio dei caratteri identitari, nazionali, prepolitici che identificano una Stato, non da una vagheggiata quanto utopica illuminista Respublica universale.


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Ultima nota: l’odioso livore e l’astioso accanimento con cui la stampa di sinistra in Italia si scaglia contro ogni critica ragionata all’utopia universalista delle democrazie sovranazionali è la prova provata della pochezza culturale delle sue argomentazioni stizzite. Il pensiero politico del III millennio e la velocità della Storia che testimonia il ritorno del principio di sovranità nazionale dimostra quanto la demagogia del pensiero politico progressista e modernista, laico e cristiano, sia un ferro vecchio arrugginito. 

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