Cosa non cambierà della politica estera USA (nonostante e malgrado Joe Biden)

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(Luca Della Torre) Cina, Russia e la stessa diplomazia del Vaticano ai tempi di Bergoglio avranno assai poco da rallegrarsi del nuovo Presidente USA nelle relazioni internazionali. JoeBiden sarà ragionevolmente il prossimo Presidente degli Stati Uniti: lasciando certamente aperte le porte ai complessi meccanismi giurisdizionali di ricorso a favore di Donald Trump che garantiscono costituzionalmente la procedura legislativa elettorale alla Presidenza USA, è sempre maggior convinzione che il Presidente Trump non riuscirà a mantenere la poltrona della Casa Bianca. Certamente la vittoria del candidato democratico Biden non è stata e non sarà una marcia trionfale: con una maggioranza assai risicata al Congresso (la Camera dei deputati USA, n.d.r.), con il Senato probabilmente nelle mani del GrandOld Party, il Partito Repubblicano conservatore, con il potere giurisidizionale vincolante della Suprema Corte di Giustizia (l’omologo della nostra Corte Costituzionale, n.d.r) saldamente nelle mani di giudici conservatori, Prolife, fedeli alla dottrina giuridica “originalista” che nulla concede alla creatività nihilista dei presunti “nuovi diritti di quarta generazione”, ovvero i principii rivoluzionari in materia LGBT, bioetica, diritti dell’uomo, Biden avrà vita assai dura nel tradurre in concreto la sua posizione politica progressista in campo interno.

Ma un nodo molto importante svetta sopra tutti e ragionevolmente deluderà i desideri, i wishful thinking, le entusiastiche quanto ingenue aspettative del mondo culturale europeo di sinistra, liberal e progressista, radicale e postmarxista: la politica estera. Se il lettore compisse il sacrificio di leggere in questi giorni le cronache della stampa e dei massmedia italiani di area sinistra liberal, progressista, postmarxista, sarebbe indotto ad interpretare la vittoria di JoeBiden come una sorta di “allonsafan” rivoluzionario, una marcia vittoriosa verso i radiosi destini della democrazia universale, della globalizzazione, della società multiculturale nel segno retorico del dialogo e del pacifismo a buon mercato.

Nulla di tutto ciò: il modesto livello culturale del pensiero della sinistra italiana, convinta da sempre di interpretare la politica internazionale secondo un banale provincialismo che si scontra con la brutale realtà dei fatti, viene ancora una volta smentito, prima ancora dell’insediamento del nuovo Presidente USA.L’assertività politico militare USA non si sposterà di una virgola nel passaggio di consegne tra il repubblicano Trump ed il democratico Biden.

Il nuovo Presidente USA infatti si trova chiamato a gestire uno scontro oramai “istituzionalizzato” a livello politico, militare, giuridico internazionale tra le democrazie occidentali e  i modelli politici totalitari ed autoritari di impronta comunista, come la Repubblica Popolare cinese, ed autocratica, come la Russia federale. Con la fine della Guerra Fredda la ingenua profezia del politologo USA Francis Fukuyama, che preconizzava una democrazia liberale universale, è stata affondata dalla lucida lettura dell’avvento prossimo futuro di uno scontro di civiltà internazionale, tra faglie geopolitiche di sovranità, sostenuta dallo storico Samuel Huntington. Il rilancio delle alleanze storiche tra USA ed Unione europea, tra USA e NATO e la costruzione di un articolato sistema globale di accordi e trattati politico militari transatlantici con l’Europa –  troppo a lungo fuori dai giochi delle relazioni internazionali pur essendo la seconda potenza economica mondiale dopo gli USA – esigerà che gli alleati europei si facciano infine carico di responsabilità che per settant’anni hanno ignorato godendo dell’ombrello nucleare USA.


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La necessità che i Paesi europei si assumano la precisa responsabilità di aumentare il budget per le spese militari di difesa e sicurezza nei confronti delle politiche sempre più aggressive del criminale regime comunista di Pechino e della democrazia autoritaria di Mosca resta un chiodo fisso nella dirigenza USA: sia essa repubblicana che democratica.Un bello scorno per la aleatoria cultura buonista che anima i superficiali editoriali della stampa di sinistra, un schiaffo sonoro alla diplomazia del Vaticano che, nell’epoca di Papa Bergoglio ha adottato l’illusoria utopica tattica di equiparare a livello giuridico nei negoziati i regimi più criminali e liberticidi come Cina, Cuba e Venezuela alle democrazie occidentali.

L’Europa, se vorrà salvare le proprie libertà civili e politiche dovrà infine mettere i «boots on the ground», gli stivali sul campo di battaglia: ciò chiedeva Trump, ciò chiede l’agenda Biden.

Per quanto aggressivo potesse essere l’approccio del Presidente Trump, con l’ondivaga opportunistica politica estera e militare UE, l’agenda del nuovo Presidente non si muoverà di un rigo da quella posizione, in virtù della priorità individuata dai principali analisti, diplomatici e giuristi di diritto internazionale: contrastare lo strapotere economico e commerciale cinese, che è solo la punta dell’iceberg della pericolosissima strategia di Pechino di affermarsi come modello politico giuridico antitetico alla democrazia ed ai diritti fondamentali della persona.


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Con la presidenza Biden la forma dei colloqui e dei negoziati con la UE nel settore strategico della lotta al modello istituzionale cinese potrebbe cambiare, ma la sostanza della battaglia che gli USA hanno avviato con l’Amministrazione Trump resterà identica. In un tweet dello scorso 22 giugno il candidato Biden, riguardo al “China affaire” ha dichiarato testualmente che «Trump si è opposto a sanzionare il governo cinese per le sue atroci violazioni dei diritti umani, al fine di proteggere il suo accordo di libero scambio e servire i suoi interessi personali. Dove Trump è stato debole, io sarò forte, chiaro e coerente nel difendere i valori dell’America e il suo popolo». Esattamente quanto auspicato dal report di studi sulla riforma normativa delle finalità della NATO che lo Scowcroft Center for Strategy and Security, importante think tank di Washington  ha recentemente pubblicato, in partnership con la Public Diplomacy Division della NATO (“NATO 20/2020”).

Fino allo shock della crisi tra Russia e Ucraina del 2013-2014 culminata con l’annessione della Crimea, e fino all’avvio delle politiche economiche internazionali cinesi basate sull’uso sempre più esplicito e arrogante della forza militare (minacce militari all’indipendenza di Taiwan, repressione militare di Hong Kong, aggressioni militari all’India nelle zone di confine montano per il possesso delle fonti fluviali del Gange, aggressioni navali nel Mar Cinese Meridionale alla flotta militare USA, accordi di cooperazione militare con Stati-canaglia quali l’Iran) la NATO era più di un gestore di crisi che un’organizzazione per la difesa collettiva.Ora, nel giro di pochissimi anni il quadro intero geopolitico è mutato, in forza della profonda crisi in cui versa il sistema dei trattati e negoziati giuridici multilaterale dell’ONU, che fa acqua da tutte le parti. Prova ne sia che lo stesso negoziato sulla sicurezza e la difesa con India, Giappone e Australia (il cosiddetto Quad-Quadrilateral Security Dialogue, promosso e potenziato dal Presidente Trump) è stato confermato da Biden e addirittura potrebbe essere istituzionalizzato e ampliato ad altre democrazie del Far East asiatico per blindare militarmente il criminale regime comunista cinese di XI Jinping. L’agenda del futuro Presidente Biden inoltre si premura di promuovere un “Summit delle Democrazie” per costruire una strategia comune e per far fronte in modo più adeguato alla sfide sempre più minacciose di regimi come quello cinese, iraniano, nordocoreano, russo. È curioso notare che la difesa della democrazie e la tutela dei diritti umani minacciati siano gli strumenti principali di diritto internazionale individuati dal Partito democratico: infatti dobbiamo rammentare che già vent’anni orsono –  proprio a seguito del tragico attacco terroristico islamista alle Twin Towers –  in occasione dei vertici di Davos del G7,  l’Amministrazione conservatrice del Presidente Bush, per bocca del Vicepresidente Dick Cheney propose una Lega delle Democrazie in alternativa all’ONU, e condannò severamente i limiti strutturali del sistema onusiano, bloccato dal diritto di veto dei due grandi regimi autocratici e totalitari del pianeta (Cina e Russia) o dall’assurda rotazione dei paesi membri della Commissione Diritti Umani delle Nazioni Unite, che vede spesso i più grandi violatori dei diritti umani fondamentali – Cuba, Arabia Saudita, Venezuela, la Cina proprio dall’inizio del 2020 – sedere nella Commissione che proprio quei diritti dovrebbe denunciare e proteggere.

La revisione del Trattato di Washington che intende porre la NATO al centro di un network di alleanze di paesi esclusivamente democratici e di partnership strategiche, accentuandone il ruolo di forum per la consultazione politica includendo oramai oltre 40 Stati non europei ed USA, tra cui il Giappone, l’India, l’Australia, la Corea del Sud è una strategia che fa “muro” e “quadrato” contro i programmi geopolitici del comunismo cinese e delle autocrazie populiste: quanto di meno globale e universalista ci si possa attendere.Un brutale quanto realistico no alle puerili utopie del pacifismo umanitario e della retorica del dialogo con chi in realtà non vuole dialogare. 


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