Il convento di san Marco: una battaglia per tutti i cattolici

(Tommaso Monfeli) Oggi ci occupiamo di una vicenda che è balzata agli onori delle cronache fiorentine da diverse settimane, con echi sulla stampa nazionale; una vicenda che, purtroppo, viene raccontata talvolta con molta approssimazione, talvolta con aggiunte non rispondenti alla realtà (ciò a prescindere dalla buona fede dei giornalisti). Parliamo dello storico Convento domenicano di San Marco, che è situato nel centro di Firenze, nell’omonima piazza ed unanimamente riconosciuto come uno degli splendori artistici della città (ospita la più grande collezione al mondo di opere del Beato Angelico), ricco di storia e di spiritualità (fu la culla del Rinascimento e vi abitarono o lo frequentarono, a partire dal XV secolo, solo per fare alcuni nomi, Cosimo il Vecchio, Sant’Antonino, lo stesso Beato Angelico, Savonarola, Pico della Mirandola, Fra Bartolomeo e, da ultimo, il sindaco Giorgio La Pira). Il complesso del convento, interamente di proprietà dello Stato italiano, è diviso in due parti: una è adibita a Museo (dal 1869), l’altra è concessa ai frati; ebbene, quest’ultima parte rischia seriamente sia la chiusura, a causa di conflitti interni all’Ordine domenicano, sia di rimanere incustodita e, probabilmente, di essere trasformata, in una seconda fase, in qualcosa di molto diverso rispetto alle sue finalità originarie: una comunità di frati domenicani che, dal 1436, prega, studia e predica.

Ricapitoliamo anzitutto i contorni della vicenda. Il Convento nel 1866 è stato requisito dallo Stato italiano e diviso in due parti: una trasformata in Museo, l’altra concessa alla diocesi perché San Marco a quel tempo, oltre che sede di una comunità religiosa, era anche parrocchia (lo Stato non riconosceva l’utilità della vita contemplativa, ma riconosceva l’utilità sociale delle attività parrocchiali). L’arcidiocesi fiorentina, a sua volta, ha concesso i locali ai frati domenicani (i proprietari originali), i quali hanno usato gli spazi in parte per ospitare la comunità religiosa, in parte per le finalità parrocchiali. Tuttavia, già nel 2013 il Capitolo Provinciale della “Provincia Romana di Santa Caterina da Siena”, da cui San Marco dipende, presieduto dal Padre Aldo Tarquini, aveva deciso di chiedere al Maestro Generale dell’Ordine Domenicano, Bruno Cadoré, la chiusura del Convento (in base alle costituzioni domenicane solo il Generale ha l’autorità per fondare o chiudere un convento), sostenendo che non fosse più possibile mantenere aperti due conventi nella città di Firenze (l’altro è il Convento di Santa Maria Novella) e che, data la vicinanza tra le due sedi, la continuazione delle attività del Convento di San Marco (la liturgia nella chiesa, la gestione della biblioteca aperta al pubblico “Arrigo Levasti”, le conferenze nella sala “Chiostrini”) avrebbe potuto essere garantita anche dalla sola comunità di frati presenti in Santa Maria Novella.

Tale iniziativa, tuttavia, aveva suscitato immediate e diffuse reazioni di tanti – fiorentini e non, cattolici e non, compresi politici ed intellettuali – reazioni sfociate in numerosi articoli di giornale, tutti favorevoli alla salvezza di San Marco, ed in una petizione che in pochi mesi aveva ottenuto migliaia di firme, consegnate al Generale dei domenicani nel marzo 2014 (in occasione della sua visita al convento). Lo stesso Arcivescovo di Firenze, il cardinale Giuseppe Betori, dopo una prima fase in cui era prevalsa la tendenza a non interferire nelle decisioni dei frati, si era mosso in prima persona per scongiurare la chiusura del Convento, riuscendo nel 2015 a negoziare un accordo col Generale dei domenicani, che prevedeva la sospensione dell’atto di soppressione del Convento almeno sino alla fine del processo di beatificazione di Giorgio La Pira. Sembrava che tutto si fosse risolto per il meglio, ma nel luglio 2017 è arrivata la doccia fredda. Il Capitolo Provinciale della Provincia Romana, infatti, oltre a rieleggere Tarquini come Padre Provinciale, reiterava la richiesta al Generale di sopprimere San Marco, ignorando l’accordo che lo stesso Generale aveva siglato con la Diocesi fiorentina. La risoluzione adottata dal Capitolo prevede: la chiusura del convento entro un anno (con la motivazione ufficiale che la Provincia non dispone di frati sufficienti per mantenere aperto il convento, aggiungendo che la soppressione di un convento non è un male, anzi, è un bene, perché conferisce ai frati una “maggiore libertà nella predicazione”…); il trasferimento ad altre sedi dei tre domenicani rimasti in San Marco; il declassamento della Biblioteca di Spiritualità “Arrigo Levasti”, contenente circa 40.000 volumi, a Fondo di Spiritualità e la sua annessione alla Biblioteca “Jacopo Passavanti” di Santa Maria Novella; il cambio di nome della famosa Rivista di Ascetica e Mistica in Vita Cristiana e la sua trasformazione in pubblicazione on line; vaghi progetti per la storica Farmacia di San Marco – uno scrigno che racchiude capolavori di vario genere – chiusa dal 1995, che dovrebbe essere riaperta sotto la supervisione della Provincia, e non più del Convento.

Dette risoluzioni appaiono, oggettivamente, punitive nei confronti di San Marco (dei suoi frati e delle sue attività), come anche poco fondate ne risultano le motivazioni. Per esempio, osserviamo che è fin troppo facile affrontare la carenza delle vocazioni tagliando i conventi, ma questo non è un vero modo di risolvere il problema. Se le vocazioni sono una benedizione di Dio, l’assenza di vocazioni è un’assenza di benedizione e ci si dovrebbe interrogare sul perché Dio non si degni di benedire una determinata realtà. Occorrerebbe un serio ed approfondito esame di coscienza, di cui purtroppo non si trova traccia negli atti del Capitolo Provinciale. Poi non si capisce come la comunità di S. Maria Novella possa gestire, a distanza, tutte le attività di San Marco senza la minima diminuzione; tanto più che S. Maria Novella è un convento nel quale molti frati non vogliono risiedere o trasferirsi, è un convento che negli ultimi anni è stato molto chiacchierato e per motivi che sarebbe imbarazzante riportare. La trasformazione della Rivista di Ascetica e Mistica in pubblicazione on line suona come una condanna a morte, infatti gli argomenti da essa trattati richiedono riflessione e riletture, attività più consone all’edizione cartacea. La Biblioteca “Levasti” ha una storia ed una fisionomia autonoma, totalmente diversa da quella di S. Maria Novella: declassarla a fondo di quest’ultima biblioteca è un’evidente forzatura, contraria all’interesse della Biblioteca “Levasti” ed anche ai desiderata dei numerosi studiosi che la frequentano.

Lo sconcerto destato da questa inaspettata decisione suggeriva al card. Betori, nell’agosto scorso, di riattivarsi senza indugio per la salvezza del Convento, scrivendo una lettera al Generale per chiedergli ufficialmente di non dare corso alle richieste del Capitolo Provinciale. Tale lettera rimaneva però a lungo priva di risposta (fatto assai inusuale per una missiva cardinalizia ufficiale). Solo in successivi contatti informali tra le parti ci si accordava sul fatto che il Convento di San Marco, anziché chiudere i battenti, poteva rimanere aperto e ancora affidato ai domenicani, ma in una forma concreta che il Generale avrebbe dovuto trovare e definire.

Tra le ipotesi avanzate dal cardinale Betori c’è l’affidamento ad un‘altra Provincia domenicana che avesse un maggior numero di frati (ad esempio, la Provincia statunitense di Saint Joseph, che aveva manifestato interesse) oppure la costituzione di un convento inter-provinciale, aperto cioè a tutte le Province domenicane del mondo. Ma la Provincia Romana, per bocca del Provinciale, volendo allontanare da S. Marco i frati che vi risiedono, insiste per la chiusura del convento, dichiarandosi, negli Atti del Capitolo Provinciale, disposta a consegnarlo ad un’altra Provincia solamente dopo averlo chiuso. La disponibilità a passare S. Marco ad altri incontra però delle limitazioni, perché la Provincia vuol mantenere sotto il proprio controllo la Farmacia storica di San Marco, la Biblioteca “Levasti” e la sala conferenze “Chiostrini”. E qui si fa notare che tale modo di agire non è compatibile con il fatto che i frati sono ospiti della diocesi, non sono proprietari dei locali del convento e quindi non hanno l’autorità per decidere il destino del convento dopo la loro partenza. Ma proseguiremo il discorso in un’ulteriore puntata. (Tommaso Monfeli)

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