CONSIGLIO D’EUROPA: «L’obiezione di coscienza resta un diritto di libertà»

La notizia ha un’importanza non solo simbolica. È la conferma che, quando si combatte, si può vincere. È quanto accaduto a Strasburgo, dove il 7 ottobre, grazie alla decisa opposizione di un gruppo di membri del Consiglio d’Europa, è naufragato il tentativo di limitare l’obiezione di coscienza e il documento che la voleva restringere è diventato un testo che la tutela fin nel titolo. E, alla fine, è stata approvata la stessa risoluzione (56 voti a 51 e 4 astenuti), ma non la raccomandazione per il Comitato dei ministri dei 47 Paesi membri perché non è stata raggiunta la maggioranza qualificata dei due terzi.

«Una giornata storica per il Consiglio d’Europa, sono passati tutti gli emendamenti che abbiamo proposto a favore della vita», commenta il capogruppo dei popolari, Luca Volontè, che con le sue proposte ha contribuito fortemente a difendere l’obiezione di coscienza in Europa. «Una giornata di vergogna per il Consiglio d’Europa, la mia risoluzione è stata distrutta», ha lamentato la relatrice Christine McCafferty, che aveva condizionato il voto attribuendo la responsabilità a chi proponeva emendamenti al suo testo di mettere in pericolo la vita delle donne.

Peraltro, come ricorda Pier Luigi Fornari su “Avvenire” (8 ottobre 2010), la parlamentare inglese avrebbe potuto evitare la disfatta perché il polacco Ryszard Bender (Edg) aveva proposto il rinvio in commissione, ma sono stati i socialisti con la McCafferty e il capogruppo, lo svizzero Gross, in testa a respingere la proposta. La bocciatura del rinvio è avvenuta di stretta misura: 51 voti contro 50. Poi i socialisti hanno riprovato a fermare la discussione, ma il presidente dell’assemblea ha opposto il regolamento. È quindi partita un’offensiva contro il testo iniziale per cui è saltato il paragrafo introduttivo della relazione che voleva una «regolamentazione completa» della obiezione di coscienza nei casi di aborto e eutanasia.

La risoluzione adottata dall’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa afferma ora chiaramente che «nessuna persona, nessun ospedale o altro istituto sarà costretto, reso responsabile o sfavorito in qualsiasi modo a causa di un rifiuto ad eseguire, facilitare, assistere o essere sottoposto ad un aborto, all’esecuzione di un parto prematuro, o all’eutanasia o a qualsiasi atto che potrebbe provocare la morte di un feto o di un embrione umano, per qualsiasi ragione».

«L’Assemblea Parlamentare sottolinea la necessità di appoggiare fermamente il diritto all’obiezione di coscienza…». «In ragione degli obblighi degli Stati membri di garantire l’accesso alle cure mediche previste dalle leggi e di proteggere il rispetto della libertà di pensiero, di coscienza e di religione degli operatori sanitari, l’Assemblea invita gli Stati membri del Consiglio d’Europa a sviluppare regolamenti ampi e chiari che definiscano e regolino l’obiezione di coscienza in rapporto con la salute e i servizi medici, che garantiscano il diritto all’obiezione di coscienza in relazione alla partecipazione nella procedura in questione…».

Nel dibattito in aula è stata cancellata anche la norma che avrebbe imposto «l’obbligo all’operatore sanitario di fornire la cura prevista, se la paziente ne ha diritto in virtù della legge, nonostante l’obiezione di coscienza», in casi di emergenza, che vengono specificati come quelli del rischio di morte «o di pericolo per la salute della paziente». Proprio questi ultimi casi sono stati alla base della introduzione dell’aborto tout court in Italia.

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