Considerazioni teologiche e liturgiche sulla concelebrazione

(di Cristiana de Magistris) Fino al Concilio Vaticano II la concelebrazione non è stata una questione particolarmente disputata. La tradizione e la prassi della Chiesa erano ben consolidate e non v’era motivo di sollevar questioni. La diatriba è iniziata col modernismo ed è culminata nell’ultima assise conciliare, a partire dalla quale la concelebrazione è divenuta una consuetudine “selvaggia”, che ha oscurato pesantemente e spesso ostacolato la celebrazione individuale.

Nel 1981 il padre carmelitano Joseph de Sainte-Marie dedicò al “problema” della concelebrazione – ché tale era divenuto dopo il Vaticano II – un ampio e documentato volume, il quale a tutt’oggi sembra essere lo studio più esauriente sul tema (L’Eucharistie, salut du monde, Dominique Martin Morin, Paris 1982).

Il punto centrale del problema della concelebrazione è stabilire se nella concelebrazione si ha un solo sacrificio, ossia una sola Messa, o tante Messe quante sono i concelebranti. È a tale questione che il padre Joseph dedica gran parte dei suoi sforzi, poiché è dalla risposta a tale domanda che dipende conseguenzialmente l’opportunità della concelebrazione per il bene comune della Chiesa, o il suo contrario. In fin dei conti, la ragione ultima della disputa è sapere qual è il modo di celebrare il santo Sacrificio della Messa che dà a Dio maggior gloria e procura la più grande ricchezza di grazia redentrice per la Chiesa.

Una prima osservazione riguarda la distinzione capitale tra l’antica concelebrazione “cerimoniale” e quella “sacramentale”. Il padre Joseph de Sainte-Marie la spiega bene, ricordandone le origini storiche. La concelebrazione delle origini è esclusivamente “cerimoniale”: il vescovo, o il Papa, celebra e i sacerdoti stanno intorno. Con l’Ordo Romanus III (ultimi anni dell’VIII secolo) appare per la prima volta, a Roma, la concelebrazione “sacramentale”: essa si svolge in quattro occasioni durante l’anno (Pasqua, Pentecoste, festa di S. Pietro, Natività).

I preti-cardinali della città di Roma si riuniscono intorno al Papa per concelebrare. Nel IX secolo, in seguito all’Ordo Romanus IV, vi sono dei documenti che parlano di Messa crismale del Giovedì Santo concelebrata in alcune città della Francia (es. Lione) e di alcune altre feste liturgiche come l’Epifania e l’Ascensione. Con la fine del XII secolo scompare la concelebrazione a Roma. Nel XVI secolo riappare inizialmente in forma sporadica poi più generalizzata per le Messe di ordinazione, specialmente sacerdotali ed episcopali.

Nel XVIII secolo in Oriente inizia ad essere adottata la concelebrazione “sacramentale” per l’influenza che arriva dall’Occidente, ma è prevista solo nei giorni di festa per dar maggior risalto alla liturgia. In Oriente si era sempre avuta la concelebrazione “cerimoniale” dove permane ancora esclusivamente nella maggior parte delle chiese (riti Caldei, Armeni, Etiopici, Greci ortodossi, Siriaci).

Il tema della concelebrazione riapparve dopo la Seconda guerra mondiale, lanciato dal movimento liturgico: il principio teologico soggiacente era la soppressione della distinzione tra sacerdozio del prete e quello dei fedeli che “concelebrano” insieme. Papa Pio XII denunciò tali errori nell’enciclica Mediator Dei (20-11-1947). Nel 1954 Pio XII ribadì che solo il sacerdote ha il potere di offrire il sacrificio della Messa e condannò il principio secondo cui una Messa alla quale partecipano 100 sacerdoti sia uguale a 100 Messe.

Il 22 settembre 1956 nel Congresso Internazionale di Liturgia, Pio XII chiarì il suo pensiero spiegando che «nel caso d’una concelebrazione nel senso vero e proprio della parola, Cristo invece di agire per il tramite di un solo ministro, agisce per mezzo di più». Nel discorso del Papa è chiara la necessaria differenza tra concelebrazione “sacramentale” e concelebrazione “cerimoniale”.

Negli anni del Concilio avvenne il passaggio dalla concelebrazione cerimoniale a quella sacramentale, “lanciata” da teologi e liturgisti progressisti, ma rigorosi, come padre Karl Rahner, mons. A.G. Martimort, Dom Bette, consapevoli del fatto che la concelebrazione sacramentale comportava un unico atto liturgico e dunque un’unica Messa. Questa linea influenzò il Concilio, in cui si discusse molto sull’argomento.

Il 25 gennaio 1964, Paolo VI, con il Motu Proprio Sacram Liturgiam istituì una commissione con il compito di attuare le prescrizioni presenti nella Sacrosanctum Concilium. Paolo VI concelebrò in San Pietro il 14 settembre dello stesso anno all’apertura della III sessione del Concilio. Da allora la concelebrazione sacramentale dilagò nella Chiesa, in modo preoccupante.

L’unicità del Sacrificio nel caso della concelebrazione è ritenuto dal padre de Sainte-Marie un dato certo e non suscettibile di dibattito. Già san Tommaso aveva posto la questione: «Se più sacerdoti possano consacrare una medesima ostia», a cui aveva dato la seguente spiegazione: «Se ciascun sacerdote agisse per virtù propria, gli altri celebranti sarebbero superflui, bastandone uno solo. Ma poiché il sacerdote non consacra che in persona di Cristo, e i molti non sono che «una cosa sola in Cristo», poco importa che questo sacramento venga consacrato da uno o da molti, purché si rispetti il rito della Chiesa» (Summa Theologica, III, q.82, a.2, ad. 2 m).

In sostanza san Tommaso ritiene superfluo che più sacerdoti facciano ciò che può fare uno solo. Di conseguenza per la concelebrazione di una Messa importa poco o importa nulla il numero dei celebranti. E il solo modo di moltiplicare il numero dei sacrifici eucaristici (per la gloria di Dio e la salvezza delle anime) non è quella di moltiplicare i ministri della concelebrazione, che produce l’effetto contrario, ma di moltiplicare le celebrazioni liturgiche del rito sacramentale della Messa.

Il teologo domenicano Roger Thomas Calmel fornisce un calzante esempio per spiegare l’unicità del sacrificio nel caso della concelebrazione: «Se per fucilare un traditore si riunisce un plotone di 12 soldati, ci saranno certamente dodici atti “uccisivi”, ma l’uccisione è una sola. Immaginate che ci siano tanti traditori. Ebbene, la patria sarà molto più efficacemente soccorsa se ciascuno dei soldati mette a morte un traditore, piuttosto che si raggruppassero 12 soldati per uccidere un solo traditore. Parimenti la Chiesa di Dio sarà ben più aiutata (e soprattutto Dio sarà ben più glorificato) se, per esempio, 40 preti dicono ciascuno una Messa, piuttosto che se 40 preti si riuniscono per fare insieme una consacrazione unica, una sola Messa. (…) La gloria resa a Dio, l’intercessione propiziatoria per le anime è certamente minore quando c’è un solo sacrificio sacramentale (concelebrazione) che quando ci sono 40 sacrifici sacramentali. Dico “sacramentali” per distinguerli dal sacrificio cruento che è unico».

Più tardi, nel 1991, in una lettera al card. Pietro Palazzini, padre Enrico Zoffoli, autore del testo La Messa unico tesoro e la sua concelebrazione, si chiede: quante sono realmente le Messe: una, oppure quanti sono i sacerdoti concelebranti? «Non esito a rispondere – scrive – che tutti celebrano una sola Messa, se veramente con-celebrano.

Infatti: se nella Messa individuale uno è il ministro offerente, in quella concelebrata sono molti; tali però solo fisicamente, non MORALMENTE; distinzione che, a mio parere, è sufficiente a risolvere la controversia. In realtà: unico è l’altare…, unica la materia da consacrare…, unica la consacrazione…, unico il tempo della pronunzia delle parole della medesima…; unico il sacerdozio ministeriale messo in evidenza dalla concelebrazione… Tutti, dunque, rappresentano e si comportano come se fossero (formassero) UN SOLO MINISTRO con l’intenzione di compiere una sola azione liturgica: Multi sunt unum in Christo…» (S. Th., III, q.82, a.2, 3um).

L’importante è che «omnium intentio debet ferri ad idem instans consecrationis» (iv., c.). «Il quesito – scrive il teologo passionista –, antecedentemente ad ogni mia affermazione e spiegazione, è stato più volte proposto a numerosi e scelti gruppi di fedeli, che all’unanimità e senza alcuna esitazione si sono pronunciati sostenendo che “la Messa” concelebrata è una, non molte Messe celebrate quanti sono i sacerdoti».

Da parte di taluni si vorrebbe far passare Pio XII come un apripista della concelebrazione.  In realtà, sotto il pontificato di Pio XII, la concelebrazione non ebbe diritto di cittadinanza se non – com’era già tradizione della Chiesa – in occasione delle ordinazioni episcopali e sacerdotali. L’unica novità è contenuta nell’Episcopalis Consecrationis con cui si apre la “concelebrazione episcopale” (ossia l’imposizione delle mani sul nuovo Vescovo) ai Vescovi assistenti, secondo precise indicazioni. Con l’affermazione che nella concelebrazione v’è una “consacrazione simultanea” (Allocuzione in occasione della chiusura del Congresso nazionale di Liturgia pastorale – Assisi 1956) sembra abbastanza chiaro che si tratti di un unico Sacrificio, come sostenuto anche dal cardinal Journet, il quale afferma che nella concelebrazione ci sono molti consacranti, «plures ex aequo consecrantes», ma una sola azione consacratoria, «una consecratio» (Le sacrifice de la Messe, in Nova et Vetera, 46 (1971), p. 248).

Va pure notato che gl’interventi magisteriali più autorevoli in materia liturgica (la Costituzione apostolica Episcopalis Consecrationis e l’Enciclica Mediator Dei) non trattano della concelebrazione eucaristica in senso stretto. Di essa Pio XII trattò solo nell’allocuzione del 22 settembre 1956 in cui affermò che «nel caso di una concelebrazione nel senso proprio della parola, Cristo invece di agire per il tramite di un solo ministro, agisce per mezzo di più».

Il primo esperimento di concelebrazione venne effettuato il 19 giugno 1964 nella chiesa di Sant’Anselmo con la concelebrazione di 20 sacerdoti. Da allora la concelebrazione si è diffusa in modo esponenziale e selvaggio. Ma – a chiarire le intenzioni dei novatores – occorre leggere il cap. XI “Concelebrazione” del volume di mons. Annibale Bugnini, La riforma liturgica (1948-1975) (C.L.V.- Edizioni Liturgiche, Roma 1997, pp. 133-144 e passi), in cui l’autore, segretario della Commissione Liturgica preparatoria, spiega come si arrivò al «primo rito completamente nuovo della riforma» (p. 133), quello della concelebrazione e della comunione sotto le due specie, entrato in vigore il 15 aprile 1965. Bugnini conferma come «in questa forma di celebrazione, più sacerdoti, in virtù dello stesso sacerdozio e nella persona del Sommo Sacerdote, agiscono insieme, con una sola volontà e una sola voce, e celebrano l’unico sacrificio con un unico atto sacramentale e insieme vi partecipano» (p. 138).

Al di là della diatriba teologico-liturgica, bisogna tener presenti i risvolti pastorali della concelebrazione. Certamente la concelebrazione non aiuta né sacerdoti né fedeli nella vita spirituale, e quindi nella salus animarum che è – fino a prova contraria – la suprema lex. Nella concelebrazione i sacerdoti sono immersi in mille distrazioni e certamente sono molto meno partecipi del mistero che se celebrassero da soli.

I fedeli vedono diminuire le Messe in modo vertiginoso, poiché i preti spesso preferiscono la veloce e meno impegnativa concelebrazione. Se poi la concelebrazione viene, gradualmente imposta, allora per i fedeli sarà sempre più difficile trovare Messe a diversi orari, visto che per ogni concelebrazione c’è una diminuzione di Messe (e di grazie) inversamente proporzionale al numero dei concelebranti. Dunque, meno Messe per quel popolo di Dio, quel gregge, che nell’attuale Pontificato sembra essere il grande privilegiato di tutte le scelte pastorali. Ma in tema di concelebrazione è, in realtà, il grande penalizzato. A meno che non si voglia leggere l’attuale disposizione come un capzioso e lento invito ad abbandonare progressivamente la Santa Messa.  (Cristiana de Magistris)

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