Confessori del matrimonio cristiano: san Giovanni Battista e san Giovanni Fisher (I)

(di Cristina Siccardi) Nella Professione delle verità immutabili riguardo al matrimonio sacramentale dei vescovi Tomasz Peta, Jan Pawel Lenga, Athanasius Schneider, alla quale hanno aderito monsignor Luigi Negri, monsignor Carlo Maria Viganò, il cardinale Janis Pujats, monsignor Andreas Laun, non solo vengono portati a modello confessori e martiri, conosciuti e sconosciuti, dell’indissolubilità del sacramento matrimoniale, ma vengono anche menzionati quattro nomi precisi: san Giovanni Battista, san Giovanni Fisher, san Tommaso Moro, la beata Laura Vicuña.

A loro desideriamo dedicare, in tre appuntamenti consecutivi, la nostra attenzione per comprendere fino a che punto giunse la loro solida ed eroica testimonianza.

San Giovanni Battista, nato nella Giudea (secondo la tradizione ad Ein Kerem) alla fine del I secolo a.C. e morto a Macheronte nel 30 d.C., come si evince dai Vangeli, perse la vita a causa della sua denuncia pubblica dell’adulterio di Re Erode Antipa e di Erodìade, sua amante, oggi detta, secondo il linguaggio marxista, «compagna».

Erode, tetrarca, dipendente dai Romani, della Galilea e della Perea, durante un suo soggiorno proprio a Roma conobbe e intrecciò una relazione con Erodìade, moglie di suo fratello Erode Filippo. Quando fu il momento di ripartire per la Galilea portò con sé la cognata e la sposò. Tutto ciò destò grande scandalo pubblico: la legge mosaica proibiva unioni adulterine.

Erode, inoltre, era sposato con la figlia del Re nabateo Areta IV, il quale gli intimò guerra e lo sconfisse. Il proconsole Vitellio si mosse per punirlo di aver violato la pace romana, ma alla notizia della morte di Tiberio (37 d. C.) tornò indietro, e Areta continuò a regnare indisturbato. «Erode […] aveva fatto arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, che egli aveva sposata. Giovanni diceva a Erode: “Non è lecito tenere la moglie di tuo fratello”. Per questo Erodìade gli portava rancore e avrebbe voluto farlo uccidere, ma non poteva, perché Erode temeva Giovanni, sapendolo giusto e santo, e vigilava su di lui; e anche se nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri» (Mc 6, 17-20). Erodìade, attraverso la figlia, che ballò al banchetto di compleanno di Erode invaghendolo a tal punto da prometterle qualsiasi dono, ricevette la testa del Battista su di un vassoio.

San Giovanni ha tentato, fino al martirio cruento, di togliere dallo stato di dannazione Erode ed Erodìade, non solo per salvare ciascuna delle loro anime, ma anche per offrire esemplarità sociale: il peccato, infatti, non contamina solo la persona che lo causa, ma anche il proprio prossimo, a maggior ragione chi detiene un’autorità pubblica.

Tale rilevanza è esposta nella stessa recente Professione dei vescovi del 31 dicembre scorso, Festa della Sacra Famiglia, nell’anno del centenario delle apparizioni della Madonna a Fatima: «Essendo i vescovi nel loro ufficio pastorale “cultores catholicae et apostolicae fidei” (cf. Missale Romanum, Canon Romanus), siamo coscienti di questa grave responsabilità e del nostro dovere dinanzi ai fedeli che aspettano da noi una professione pubblica e inequivocabile della verità e della disciplina immutabile della Chiesa riguardo all’indissolubilità del matrimonio. Per questa ragione non ci è permesso tacere.[…]Non è lecito (non licet) giustificare, approvare o legittimare né direttamente, né indirettamente il divorzio e una relazione sessuale stabile non coniugale tramite la disciplina sacramentale dell’ammissione dei cosiddetti “divorziati risposati” alla Santa Comunione, trattandosi in questo caso di una disciplina aliena rispetto a tutta la Tradizione della fede cattolica e apostolica».

Queste sono le stesse convinzioni che hanno mosso il martire Giovanni Fisher ad opporsi al divorzio di Enrico VIII Tudor (1491-1547) con Caterina d’Aragona (1485-1536) per sposare Anna Bolena (1501/1507-1536). Figlio di un ricco mercante, nacque nel 1469 a Beverly nello Yorkshire; entrò a 14 anni a Cambridge, dove concluse brillantemente i suoi studi, conseguendo anche il dottorato in teologia.

Nel 1491 venne ordinato sacerdote a York e nominato vicario di Northallerton; nel 1497 la contessa Margherita Beaufort (1443-1509), nonna del futuro Enrico VIII, lo scelse come cappellano e confessore personale. Docente all’Università di Cambridge, fu promosso fra i dignitari dell’Ateneo, acquisendo il titolo di Cancelliere nel 1504, lo stesso anno che venne nominato Vescovo di Rochester, con diritto di sedere nella Camera dei Lord.

La sua azione a favore della vita intellettuale fu determinante per lo sviluppo di Cambridge: finissimo latinista, a 48 anni iniziò a studiare greco e, passata la cinquantina, l’ebraico. Conferì una cattedra ad Erasmo da Rotterdam (1466/1469-1536) che prese come consigliere quando gli si presentò l’evenienza di dover rappresentare l’episcopato inglese al Concilio Lateranense del 1512, al quale, però, non vi si poté recare.

Dal 1523 al 1533, lanciato nella lotta contro la Riforma, moltiplicò i suoi scritti antiluterani. Fu allora che, nell’affare del divorzio di Enrico VIII, oppose alle pretese del sovrano un deciso «non possumus». Vista fallire una sua proposta conciliante sul giuramento di fedeltà al Re «fin dove lo consenta la legge di Cristo», dice no all’Atto di Supremazia del 1534, che impone sottomissione completa del clero alla corona, e dice no al divorzio, contro la legge di Dio. Quello stesso anno il Parlamento, inibito dal sovrano, approva l’Act of Treason (Atto sui Tradimenti).

Questa legge rese il rinnegamento dell’Atto di Supremazia una forma di tradimento, punibile con la morte. Il vescovo Fisher e Sir Thomas More furono giustiziati in virtù di questi atti. Il destino ultimo di Fisher è legato strettamente a quello di More, con il quale venne arrestato il 13 aprile del 1534 con l’accusa di lesa maestà per la quale era prevista la pena di morte. Entrambi i prigionieri vennero arrestati nella Torre di Londra.

Il 17 giugno 1535 venne emessa nei loro confronti la sentenza di morte per decapitazione. Sperando di risparmiare la vita del Vescovo, Papa Paolo III lo creò Cardinale del titolo di San Vitale nel concistoro del 22 giugno di quell’anno, offrendogli la possibilità di trascorrere il resto dei suoi giorni a Roma, in esilio. Ma Enrico VIII non lo permise. Così, i due prossimi martiri, da cella a cella e senza potersi vedere, vivono pacifici e sereni in Cristo, nella difesa della verità e nell’amore per la Chiesa di Roma. La loro antica amicizia si consolida nella sofferenza, scambiandosi lettere di eccelsa spiritualità e facendosi doni vicendevoli: dell’insalata verde, del vino francese, un piatto di gelatina, un mezzo dolce… regali di un loro comune amico italiano, Antonio Bonvini, commerciante in Londra e umanista.

La sentenza di san Giovanni Fisher viene eseguita alle ore 10 del 22 giugno 1535 nella Torre di Londra. Il martire proclama davanti al popolo: «Sono venuto qui a morire per la fede nella Chiesa cattolica e nel Cristo». Il suo corpo nudo rimase esposto per tutto il giorno sul patibolo e verrà seppellito senza cerimonie in una tomba anonima del cimitero di Ognissanti. In seguito sarà traslato nella cappella di San Pietro in Vincoli nella Torre.

La sua testa fu esposta su una picca all’ingresso del ponte di Londra fino al 6 luglio, quando venne gettata nel Tamigi e sostituita con quella di san Tommaso Moro. Sarà annoverato fra i cinquantaquattro martiri inglesi proclamati beati da Leone XIII il 29 dicembre del 1886 e sarà canonizzato da Papa Pio XI il 19 maggio 1935. Nella sua lotta contro Lutero, Enrico VIII ebbe come suoi migliori alleati proprio il Vescovo teologo John Fisher e il giurista laico Thomas More.

Infatti, al De capti vitate babilonica Ecclesiae praeludium dell’eresiarca tedesco, il sovrano d’Inghilterra, assistito dai futuri martiri, oppose la sua opera di confutazione, scritta in latino, l’Assertio Septem Sacramentorum del luglio 1521. Come ricompensa, Leone X insignì il Re del titolo di Defensor fidei. Fisher e More furono gli stessi uomini che quel Defensor Fidei trovò sul suo cammino quando la sua ostilità si volse contro la Regina Caterina e contro Papa Clemente VII, che rifiutò di annullare il suo matrimonio.

Quando Enrico VIII lacerò l’unità della Chiesa, fu la sposa di Cristo che egli ripudiò insieme alla consorte. Ebbene, cinque secoli dopo, gli insegnamenti magisteriali dell’Amoris laetitia vengono a disconoscere nuovamente la Sposa di Cristo a motivo del sacramento matrimoniale, origine della famiglia secondo le leggi e il Cuore di Dio. (Cristina Siccardi)

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