Concilio Vaticano II: il problema metodologico dell’approccio

(Prof. Giovanni Turco su Il Settimanale di P. Pio, 23 gennaio 2011, n. 3) La recente pubblicazione di due libri, uno storico di de Mattei sul Vaticano II e uno teologico di Gherardini sulla Tradizione della Chiesa, ha aperto un proficuo dibattito. Le prime risposte critiche che sono venute, evidenziano però un problema d’approccio metodologico, tanto ai libri, quanto, più in generale, alla questione “Concilio Vaticano II”. L’Autore del seguente saggio, ricercatore all’Università di Udine, riconduce i possibili approcci a tre modelli: 1) quello della prassi; 2) quello fenomenico-sociologico; 3) quello ontologico o della verità. Solo quest’ultimo, spiega, è capace di porsi in dialogo con questi due libri.


Il dibattito recentemente avviatosi a seguito (ed a commento) della pubblicazione di due testi, uno di carattere storico (Roberto de Mattei, Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, Lindau, Torino 2010) e l’altro di carattere teologico (Brunero Gherardini, Quod et tradidi vobis. La tradizione vita e giovinezza della Chiesa, Casa Mariana, Frigento 2010), ha fatto emergere – accanto ad una diversità di valutazioni – un problema centrale. Si tratta della questione della fondazione, ovvero delle categorie intellettuali che reggono (e quindi sostanziano e fondano) i giudizi. Una questione, come già si rileva di primo acchito, che risulta decisiva e che offre l’opportunità per qualche riflessione, che travalica la stessa occasione.

Si tratta di una questione ineludibile per il pensiero (e per il pensiero cattolico in ispecie). Potrebbe dirsi che la questione preliminare che si pare profilarsi – come in casi analoghi, relativi, ad esempio, alla dottrina sociale della Chiesa – è il problema epistemologico (e con esso quello metodologico), precisando, però, che esso equivale, essenzialmente, al problema del rapporto tra pensiero e realtà. Ciò che rileva, in modo imprescindibile, anche allorché la realtà considerata è quella degli avvenimenti storici (in ordine, quindi, alla storiografia) o quella di cui trattano le verità della Rivelazione (in ordine, quindi, alla teologia).

Se il pensiero si pone di fronte alla realtà (quale che sia), in atteggiamento contemplativo, mirando cioè a conoscerla in quanto è e per ciò che è, esso mira a conoscere le cose e la loro essenza (o natura). Pensare in termini di realtà è pensare in termini di verità. La verità null’altro è, se non la realtà in quanto è conosciuta. Se, invece, il pensiero riduce la realtà ad una sua rappresentazione, esso non conoscerà altro che la stessa rappresentazione (propria o altrui). Se ridurrà la possibilità di conoscere le cose alla formulazione di teorie che si inseguono e si contraddicono (nel circuito medesimo in cui si danno) la realtà sarà in effetti identificata con un modello teorico (svuotandosi del suo stesso essere).

In sostanza, come si rileva anche solo ad una prima riflessione, ogni epistemologia (come ogni metodo) rimanda (implicitamente o esplicitamente) ad una ontologia (ovvero ad una considerazione della realtà da conoscere). Pensare una epistemologia, ovvero una prospettiva intellettuale (quale che sia) come metafisicamente ed assiologicamente (cioè, quanto alla realtà ed al valore) neutrale è impossibile. Ogni forma di pensiero presuppone un certo rapporto con la realtà. Ed ogni conoscenza importa (direttamente o indirettamente) una valutazione.

Ora, le diverse attitudini intellettuali che emergono nella contemporaneità possono essenzialmente essere ricondotte a tre possibilità: il pensiero operativo, il pensiero tipologico, il pensiero realistico (e teoretico). È chiaro che ogni visione filosofica comporta la propria concezione del significato della conoscenza. Ma in tal caso essa viene (più o meno ampiamente) esplicitata. Mentre, in questo caso ci si riferisce ad atteggiamenti conoscitivi spesso solo implicitamente assunti. Adottare l’uno, l’altro o l’altro ancora (come qualsiasi altra attitudine intellettuale) per accostarsi ad un testo – di storia, di teologia o di qualsiasi altra disciplina – non è affatto indifferente. Dall’assunzione di una certa attitudine di pensiero – prescindendo, ovviamente, da ogni valutazione delle intenzioni e senza alcuna pretesa di dare giudizi sulle persone – dipende anche la considerazione nei confronti dei testi (e delle tesi).

In questa prospettiva di riflessione, emerge, anzitutto, con chiarezza, una questione di pertinenza: siccome si tratta, rispettivamente, di un testo storico e di un testo teologico, le riflessioni e le valutazioni circa le argomentazioni e le conclusioni di entrambi evidenziano la loro pertinenza se si collocano – materialmente e formalmente – rispettivamente, sul piano storico e su quello teologico. Nel primo caso, le questioni possono riguardare la genuinità e probatività della documentazione ed il rigore argomentativo della ricostruzione. Nel secondo caso, le questioni si possono riferire alla fondatezza – quanto alle fonti della Rivelazione – ed alla correttezza (formale e sostanziale) delle tesi, quanto all’esercizio della retta ragione, anzi della ratio manuducta per fidem, e quindi dell’intellectus fidei. Diversamente, pretendere di valutare un lavoro storico o teologico con categorie (e teorie) estranee a tali discipline, finisce in sostanza per sovrapporre criteri estrinseci all’indole (e quindi al contenuto) dei testi.

Venendo alla prima delle prospettive indicate, occorre dire che il pensiero operativo è caratterizzato da una razionalità subordinata ad un obiettivo da conseguire (nell’ordine della prassi). In questo senso ciò che dirige il pensiero non è la realtà da conoscere (e da valutare) ma lo scopo da raggiungere, la giustificazione (o la negazione) di una tesi o la modifica (in qualsiasi direzione) di un certo stato di cose. Tale attitudine è quella propria delle ideologie, ma si manifesta (obiettivamente, e con diversi gradi di consapevolezza) tutte le volte che una certa prassi diventa il criterio di una certa conoscenza (anche sorretto dalle migliori intenzioni). Ora, valutare un complesso di tesi (in qualsiasi ambito di discorso) in termini di pensiero operativo configura una opzione intellettuale che pregiudica in radice ogni conclusione che ne deriva, giacché ciò che è dirimente non è in questo caso il riconoscimento della realtà (e quindi la verità), ma il vantaggio o lo svantaggio per questo o quel progetto, per questo o quel soggetto (individuale o collettivo), per questa o quella opzione. Pensare in tal modo, in fondo, significa, in fondo, sostituire all’indagine propria delle discipline la preoccupazione del risultato da ottenere (“a favore”… o “contro”….).

D’altra parte il pensiero che può dirsi tipologico, riconduce l’esperienza alla sua rappresentazione attraverso tipi, modelli, paradigmi. Essi attingono a teorie, le quali – proprio in quanto tali – se mirano a ricondurre ad unità e regolarità una determinata categoria di fatti, non mettono in discussione teoreticamente (ovvero essenzialmente) le proprie premesse. Tale prospettiva intellettuale si serve di generalizzazioni empiriche, in luogo di concetti (pur se va ricordato che, in tal caso, i concetti o sono dati per presupposti, oppure surrettiziamente le generalizzazioni empiriche vengono considerate “come se” fossero concetti). Mentre i concetti pensano la realtà per ciò che è essenzialmente, e non per ciò che di essa prevale empiricamente. Tale attitudine è (esemplarmente) quella delle metodologie proprie della sociologia o della psicologia. Queste discipline, come è noto, pongono attenzione all’esperienza riconducendola al risultato dell’elaborazione di modelli, frutto della applicazione delle metodiche stesse di tali analisi (su cui, come è ugualmente noto, i loro cultori sono ben lungi dall’essere concordi). Così che dati e situazioni sono ricondotti – secondo tipi o paradigmi (o prevalenze quantitative) – alla rappresentazione che da tale tipificazione o teorizzazione deriva.

Ora, se tale prospettiva è assunta (al di là della sua specificità e quindi dei suoi limiti) come criterio autoreferenziale (ovvero esclusivo), essa giunge (coerentemente) a surrogare e perciò a sostituire la realtà con una sua particolare rappresentazione. D’altronde, se tale tipificazione si assume come fondamento di altri ambiti di conoscenza, essi finiranno logicamente per dipendere (sotto il profilo dell’argomentazione) proprio da tali tipologie e teorie, le quali non potranno che ricondurre ogni altro campo di conoscenza alla propria stregua. In tal modo, l’opinabilità di teorie, tipologie e paradigmi non potrà che ricondurre a sé ogni conclusione da essi derivata (quale che ne sia il contenuto).

Al riguardo, occorre ancora rilevare che i cultori di tale prospettiva di inquadramento dell’esperienza sovente invocano o presuppongono (in modo più o meno esplicito), come ad essa imprescindibile, l’avalutatività assiologica, ovvero la pretesa di indagare fatti e contesti umani (individuali o sociali) prescindendo da – anzi, tematicamente escludendo – ogni giudizio di valore. Ora, è necessario osservare che l’avalutatività è impossibile in ogni campo di indagine, tanto riguardo al conoscere quanto riguardo all’agire. Nulla vi è di avalutativo nell’esperienza, nella scienza, nella morale, nel diritto e nella politica. L’avalutatività è impossibile tanto nell’ordine dell’agire (per il quale occorre comunque far proprio un fine), quanto in quello del conoscere (per il quale occorre assimilare intellettualmente ciò che è e come è). Ogni sapere presuppone ed implica il valore del vero, senza il quale (implicitamente o esplicitamente) nessuna proposizione potrebbe essere accolta. Anche il dubitabile, l’opinabile o il probabile sono tali in rapporto al vero, e senza di esso semplicemente perdono di significato. Ogni azione presuppone ed implica il valore del bene (che sia reale o apparente, va verificato caso per caso). L’agire umano è l’agire morale. Non vi sono atti umani in concreto che non siano buoni o cattivi (cfr. Tommaso d’Aquino, S. Th., I II, q. 18, a. 9; Duns Scoto, Opus Oxon., II, d. 7; ivi, II, d. 40). Anche la negazione di un giudizio di valore è un giudizio di valore. Anche l’avalutatività presuppone la valutatività, per la quale essa, appunto, è valutata valida, in luogo del suo opposto. La stessa autointerdizione del giudizio di valore presuppone il giudizio di valore per il quale l’autointerdizione pretende di essere giustificata.

Quanto, infine, al pensiero realistico, va detto che tale è essenzialmente il pensiero che si accosta autenticamente alla realtà, la riconosce quale è, e non quale appare o quale vorrebbe che fosse. In tal senso, esso è sempre realistico. Si apre alla realtà, senza alcun altro obiettivo se non quello di capire, e quindi di valutare. In ciò è la premessa di ogni sapere e di ogni scienza. Esso non registra che due possibilità: il vero o il falso. Come per il pensiero pratico (ovvero di argomento morale, e con esso anche giuridico e politico) non vi sono che due risoluzioni valutative: la bontà o la malizia. In entrambi i casi, tertium non datur. Un testo di storia o di teologia potrà sostenere tesi vere o false. Ogni altro aspetto è obiettivamente irrilevante. La validità dell’argomentazione è misurata dalla realtà delle cose, non dalla sua funzionalità (anche al più nobile degli obiettivi). D’altra parte, nessuna catalogazione può surrogare la valutazione. Nessun modello esaurisce la concretezza (e la responsabilità) dell’esperienza. Il pensiero realistico non indietreggia di fronte ad alcuna domanda. Anzi, proprio perché si dispone a conoscere fino in fondo la realtà, non può che escludere il divieto di fare domande. Del resto, è proprio del pensiero che riconosce la realtà quale essa è, interrogarsi sulla natura delle cose, e quindi pensare teoreticamente ed assiologicamente, mirando cioè a conoscere l’essenza ed il valore (delle cose e delle azioni).

In definitiva, nel loro complesso, le diverse considerazioni proposte a partire dalla pubblicazione dei due volumi (di cui si è detto in esordio) sembrano vedere affiorare, come sullo sfondo (tra l’altro), una questione ineludibile ed attualissima. Essa potrebbe essere sintetizzata in questi termini: quali categorie di pensiero sono obiettivamente idonee ad argomentare per scoprire il vero (empirico o essenziale) o per pensare il vero accolto mediante la fede? In sostanza, per considerare il versante teologico, è il problema già affrontato tanto dall’enciclica Pascendi, che pone a tema il nucleo filosofico del modernismo (individuato nell’agnosticismo fenomenistico), quanto dall’enciclica Fides et ratio, che indica la necessità (teoretica) – per rettamente pensare – di andare dal fenomeno al fondamento (e non viceversa).

Se la fede (cristiana) è rationabile obsequium ed è una fides quaerens intellectum, essa esige di essere pensata in termini teoretici (ovvero in termini di verità essenziale). Il prassismo o il fenomenismo (pur con le migliori intenzioni, che, del resto, non rilevano sotto il profilo del valore dei giudizi) non consentono – proprio perché tali – di pensarla in termini di verità.

D’altra parte, se alcuni documenti e atti pongono problemi, perché vi sarebbe obbligo di ignorarli? Rilevare problemi significa incontrare domande che esigono risposte. Ogni opportunità per porre a tema fatti e questioni non può che essere considerata come propizia per l’esigenza di intendere – e quindi di penetrare intellettualmente – andando al di là di ogni opinare. Cercare le risposte, in termini di verità – con sagacia ed con accuratezza, con generosità e con coraggio – costituisce, a ben vedere, l’unica strada autentica, ovvero razionale e teologale, per soddisfare l’esigenza di capire e quindi anche quella di rendere ragione (sotto il profilo storico, filosofico e teologico).

Prof. Giovanni Turco

 

da: Il Settimanale di P. Pio, 23 gennaio 2011, n. 3, pp. 18-22.

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