COMUNISMO: ex brigatista rosso rapina una banca

«Se fosse morto un poliziotto avrei avuto qualche difficoltà a spiegare ai suoi familiari perché un ex brigatista, condannato per concorso in sei omicidi e in due tentati omicidi, fosse in regime di semilibertà».





«Se fosse morto un poliziotto avrei avuto qualche difficoltà a spiegare ai suoi familiari perché un ex brigatista, condannato per concorso in sei omicidi e in due tentati omicidi, fosse in regime di semilibertà». Questo il commento del questore di Siena, Massimo Bontempi, alla conferenza stampa per l’arresto di Cristoforo Piancone, 57 anni, ex componente della direzione strategica delle BR – uno dei “prigionieri comunisti” di cui i carcerieri di Moro chiesero la liberazione – bloccato il 1 ottobre scorso dopo una rapina alla sede centrale del Monte dei Paschi di Siena da cui, con un complice, era riuscito a portar via 170.000 euro, bottino recuperato dalla polizia dopo un inseguimento.

Mai pentito, mai dissociato, Piancone nel luglio ‘83 fu condannato all’ergastolo per aver partecipato a sei omicidi – tra cui quelli di tre poliziotti e del vicedirettore de “La Stampa” Carlo Casalegno – e a due tentati omicidi. Con lui, sul banco degli imputati, Valerio Morucci, Mario Moretti, Nadia Ponti, Lauro Azzolini e Franco Bonisoli. Dall’aprile del 2004 Piancone era fuori per “buona condotta”, nonostante una precedente revoca della misura alternativa.

In questura l’ex brigatista, che in serata sarebbe dovuto rientrare nel carcere di Vercelli, non ha fornito le proprie generalità, agevolando la fuga dei complici, poiché non si è subito messa in moto la macchina dell’antiterrorismo. Scoperta l’identità del rapinatore, l’Ucigos ha ripreso il fascicolo di una rapina a un ufficio postale di Siena, avvenuta il 2 dicembre1999: allora furono Mario Galesi, Nadia Desdemona Lioce e Cinzia Banelli a rubare 500 milioni per finanziare le nuove BR-PCC, come ha raccontato proprio la “pentita” Banelli ai magistrati romani nel 2004. Per i tanti punti in comune tra quella rapina e il fallito colpo del 1 ottobre, gli inquirenti sospettano che l’azione fosse destinata all’autofinanziamento di attività terroristiche. 

«È stato uno degli artefici della morte di mio padre» ricorda Bruno Berardi, figlio del maresciallo Rosario Berardi e Presidente dell’Associazione vittime del terrorismo Domus civitas, commentando l’arresto.
«La magistratura, le infiltrazioni del governo, i giudici, stanno facendo di tutto per tutelare gli ex terroristi. Amarilli Caprio è agli arresti domiciliari nel castello dello zio; Curcio ha la possibilità di girare nelle università, come Franceschini, che in tv racconta della strage di Aldo Moro. Sono innumerevoli i casi di ex terroristi che stanno scrivendo libri, loro sono in auge, invece le vittime del terrorismo non sono inserite neanche nei finanziamenti della prossima Finanziaria». (E.G.)

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