Cipro, l’aggressiva escalation militare della Turchia e l’irrilevanza politica della UE

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(Luca Della Torre) Mai come in questi giorni assume rilevanza politica internazionale la recente ricorrenza della memorabile battaglia di Lepanto, in cui il 7 ottobre 1571 la lungimirante alleanza strategica degli Stati europei permise la definitiva sconfitta dell’ambizioso piano politico militare ottomano di assoggettare il Continente europeo al proprio dominio. Fu una battaglia ed una vittoria prima ancora culturale che militare: le potenze europee, oramai travolte dal vortice rivoluzionario storico del Rinascimento post-medioevale, stavano sperimentando la pericolosissima frammentazione politica della nascita degli Stati nazionali, che tra Riforma luterana e Guerra religiosa dei Trent’anni avrebbe portato l’Europa ad una condizione di conflitto permanente che ha sfregiato il Continente nella storia moderna. Solo la strategica visione di Papa S.Pio V degli assetti conflittuali tra Occidente ed Oriente, dell’inconciliabilità tra fede cristiana ed Islam, tra visione della Respublica Christiana della distinzione tra autorità temporale e spirituale ed il totalitarismo panislamico ottomano permise ad una riottosa Europa di trionfare contro la bellicosa dottrina del Jihad islamico.

Purtroppo la Storia si ripete, e la Turchia, oramai da un decennio sottoil tallone della muscolare quanto pericolosa ideologia panturanica e panislamica del Presidente Recep Erdogan si presenta sempre più spesso come un pericoloso competitor, addirittura un enemy, un nemico dell’Unione europea. Il paradosso politico istituzionale della Turchia contemporanea sta tutto qui: in virtù di una serie di decennali strategici trattati ed accordi di diritto internazionale la Turchia dal secondo dopoguerra è stata una pedina fondamentale dell’Alleanza atlantica, la NATO, e dell’Occidente intero nel contrastare la minaccia dell’ideologia marxista incarnata nel regime sovietico e nel Patto di Varsavia. Forte di una tradizione culturale nazionalista e militarista secolare, che giustifica il feroce anticomunismo del popolo turco, forte della sua posizione a cerniera di Occidente ed Oriente, lo Stato laico turco di Kemal Ataturk, liberatosi del fardello ideologico dell’Islam, è stato per decenni un fedelissimo partner dell’Europa, degli USA, della NATO nel garantire la stabilità delle relazioni internazionali nell’asse del Mediterraneo allargato al Mar Nero ed al Medio Oriente. Tutto ciò non esiste più: in un paio di decenni la Turchia ha subito una radicale involuzione in chiave politico culturale, che l’ha condotta ad essere ora un problema, anzi “il problema” delle Cancellerie europee, USA, nel Mediterraneo. Ma la Turchia è al tempo stesso ancora un membro della NATO, con un esercito potentissimo. Con il crollo dell’Unione Sovietica ed il termine della Guerra Fredda, con la rinascita del mito politico militare islamico del Jihad nel Medio Oriente, la Turchia è divenuta sempre più una potenza regionale impazzita nelle relazioni con l’Occidente, come ha affermato un diplomatico al recente Consiglio degli Affari Esteri della UE. Nel recente vertice del Med7 di Ajaccio, che riunisce i Paesi europei e maghrebini del Mediterraneo, il Presidente francese Macron ha dichiarato espressamente che «la Turchia fa un gioco pericoloso» violando tutti gli impegni assunti alla conferenza di Berlino sulla sicurezza del Mediterraneo. Tre sono le partite geostrategiche che stanno facendo salire la tensione a livello di guardia nei trattati e accordi di diritto internazionale tra UE e Turchia nello scacchiere del Mediterraneo.

La prima e più drammatica è stata l’invio unilaterale, non concordato con UE e NATO di un contin­gente militare turco in assetto di combattimento (quindi non una semplice missione di peacekeeping) in Libia a sostegno del Premier Al-Sarraj in risposta all’offensiva del rivale generale Haf­tar, l’uomo forte della Cire­naica. Una prova di forza che ha permesso ad Ankara di stabilire una presenza strategica nella regione della Tripolitania, ricchissima di risorse energetiche, estromettendo di fatto le aziende petrolifere italiane e francesi: cosa che ha suscitato l’ira del Presidente francese Macron, mentre l’inetto governo italiano, privo da sempre di una muscolare responsabile visione strategica della tutela dei diritti e della sicurezza internazionale ha semplicemente preso atto dell’estromissione dell’Italia dallo scacchiere libico.

Il secondo scenario su cui la minacciosa politica estera del Presidente Erdogan fa leva per garantirsi una forma di ricatto nei confronti dell’Europa, è la presenza sul proprio territorio di centinaia di migliaia di profughi, migranti, terroristi jihadisti scappati in Turchia a causa della guerra civile siriana e del crollo dell’ISIS. Con brutale cinismo ma efficace realpolitik Erdogan negli ultimi mesi ha “consentito” a molti di essi di lasciare la Turchia per approdare nelle isole greche limitrofe alla costa turca, in Bulgaria, nei Balcani, infine nei Paesi UE. Una situazione degenerata in una spada di Damocle sulla testa dell’Europa, che con il Patto sull’immigrazione del 2016 è costretta ad elargizioni miliardarie alla Turchia per evitare che il mare di profughi invada i Paesi della UE. Ma la recentissima questione di Cipro è certamente la più grave crisi diplomatica che rischia di scoperchiare il Vaso di Pandora nelle relazioni internazionali tra NATO, UE e Turchia. La situazione politica internazionale di Cipro è critica da decenni a causa dell’ultimo Muro che divide i greci ciprioti e i turchi ciprioti. Nel 1975 i turchi occuparono militarmente il nord dell’isola e la divisero creando uno Stato fantoccio, la cosidetta Repubblica turca di Cipro del Nord, che a livello di diritto internazionale non è mai stata riconosciuta, se non dalla Turchia. La recente scoperta di importantissimi giacimenti d’idrocarburi al largo delle coste di Cipro, ha fatto salire la tensione nelle acque del Mediterraneo Orientale. La Turchia ha avviato le esplorazioni del tratto di mare grazie all’autorizzazione del governo fantoccio non riconosciuto di Cipro del Nord, mentre in realtà la Repubblica di Cipro, membro della UE, considera quel tratto come propria zona economica esclusiva. Anche la Grecia sostiene che nelle sue esplorazioni la Turchia violi spesso le sue acque, e a fine estate vi sono stati incidenti militari fra la Marina turca e quella greca, due forze armate che in realtà sono alleate all’interno del trattato NATO. Una situazione estremamente tesa a livello di sicurezza NATO e UE, che ha spinto le Marine di Francia, Grecia, Italia e Cipro ad organizzare un’esercitazione congiunta al fine di spingere la Marina militare turca a limitare la sua presenza entro le sei miglia nautiche di competenza dalle proprie coste, come previsto dai trattati internazio­nali. Ora lo spinoso confronto politico con la Turchia è approdato da fine settembre alle riunioni del Consiglio Europeo dei capi di Stato e di governo, la massima autorità UE: nei giorni della settimana scorsa i diplomatici ciprioti hanno assunto una coraggiosa posizione in sede di Consiglio, affermando che non approveranno le sanzioni proposte dalla UE nei confronti del regime veteromarxista del Presidente-dittatore Lukashenko in Bielorussia, a meno che l’Unione non approvi medesime sanzioni anche contro la Turchia per la sua politica espansionista aggressiva nel Mediterraneo. La posizione diplomatica del governo di Cipro è molto coraggiosa, perché mette il dito nella piaga della debolezza della politica estera della UE, incapace di assumere decisioni drastiche di fronte alle palesi ripetute violazioni di trattati di diritti internazionale e minacce alla sicurezza del Mediterraneo causate dalla rinnovata dottrina panturanica e panislamista dell’aggressivo governo turco, che è in aperta rotta di collisione con l’identità culturale e istituzionale della UE. «L’Unione Europa rischia l’irrilevanza: c’è in ballo la nostra credibilità, ha riconosciuto una fonte diplomatica tedesca a Reuters. Gli analisti di politica estera, i consiglieri giuridici delle Cancellerie europee, lo stesso vertice politico della NATO prendono atto e riconoscono mestamente che l’affaire Turchia evidenzi la scarsa efficacia, anzi l’irrilevanza dell’approccio in politica estera dell’Unione Europea: le misure diplomatiche di sanzione assunte arrivano spesso in ritardo e sono spesso il frutto di compromessi al ribasso a favore dell’aggressività turca contro l’Europa.


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L’ideologia del Milli Gõruş, ovvero il complesso dottrinario politico che unifica la prospettiva nazionalista del primato turco con i dogmi della civiltà islamica basata sulla giustizia, contro la civiltà occidentale, materialista e immorale, è alla base da sempre dell’azione politica del leader neo-ottomano Erdogan. E’ evidente che l’Europa sia il primo obiettivo di questo nuovo totalitarismo di matrice religiosa-politica: imbattersi in un nemico che nessuno Stato alleato europeo ha ad oggi la volontà di fronteggiare a salvaguardia del Continente richiama fatalmente gli enormi rischi politico-istituzionali che solo la extrema ratio della battaglia di Lepanto risolse. 

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