Ciò che può dire un viaggio in Scozia

(di Massimo Viglione) La Scozia è una delle mete turistiche più ambite, ma non è scontato e neanche facile cogliere – al di là delle incantevoli vallate, degli spettacolari fiordi, delle isolate brughiere, delle innumerevoli pecore dalle facce strane e delle mucche pelose, al di là delle stupende cattedrali gotiche, dei celebri castelli e anche delle distillerie di whiskey, al di là perfino dei kilt e delle cornamuse – il quid profondo, l’idem sentire che tiene unito questo popolo a questa terra e alla sua storia.

Sia chi la Scozia la immagina ancora, sia chi ha potuto vederla, la sente come una terra legata al suo passato, indissolubilmente, al punto che una Scozia differente, una Scozia pienamente aperta agli sconvolgimenti odierni e futuri (di cui Londra è il centro dissolutore per eccellenza), non sarebbe più la Scozia. E ciò è vero, in effetti: non che in Scozia non ci siano stati cambiamenti, non che non ve ne siano anche di profondi in corso (come in ogni luogo dell’Occidente), non che gli scozzesi, sebbene periferici, non abbiano anch’essi più o meno subito ciò che ogni europeo sta subendo, specie negli ultimi decenni.

Ma è innegabile che la più banale delle visioni ideali della Scozia rimane ancor oggi la più reale: gli scozzesi sono ancora profondamente ancorati alla loro tradizione, alla loro storia, alla loro civiltà. Perfino alle loro famiglie aristocratiche, tutte, in qualche modo, discendenti dagli antichi clan, che per secoli forgiarono la storia di questa terra con le loro brutali guerre intestine, con il loro lavoro dei campi e dei pascoli, con la loro fiera autarchia e dura mentalità gerarchica.

Al di là del fantasma di turno, ogni castello scozzese ti parla: al suo interno trovi foto, quadri, ricordi, di famiglie di secolare tradizione, ancor oggi in gran parte abitanti i loro manieri e – in qualche modo più o meno evidente – ancor oggi “signori” delle terre limitrofe che un tempo erano di loro diretta proprietà. In ogni castello ancora abitato, le famiglie hanno voluto costantemente mettere in mostra al visitatore il legame ininterrotto con l’ascendenza storica e genetica, la cronologica gloria dei loro antenati, il mai tramontato gusto per il saper vivere e per il saper morire, che sia per la patria o di vecchiaia.

I castelli più antichi, ruderi medievali, si affacciano su laghi e fiordi, guardiani di un passato che è ogni giorno presente agli occhi degli scozzesi in vita.

È facile dire che il suonatore di cornamusa, che si trova sotto ogni castello e che ogni 30 minuti ti intona il potente suono dello strumento nazionale, stia lì per soldi o per folklore. Non è così, non solo così. Il suonatore di cornamusa non è il nostro centurione sotto il Colosseo: è molto di più, è il pianto per un mondo che a nessun costo si vuole perdere, per una società che è ancora viva nei cuori di gran parte degli scozzesi, perché fatta di cose (castelli, famiglie, ruderi, laghi, fiordi, pecore, mucche, whiskey) ancora presenti ovunque e ogni giorno ai loro occhi.

Certo, poi c’è anche Edimburgo, città piccola ed elegante, ma anche contemporanea per il suo caos, che suona ancora più stonato agli occhi e alla mente del turista che vi arriva dopo 10 giorni di Highlands. Ma perfino Edimburgo ritrova il suo dna nella fortezza che la domina, specie le sere del celeberrimo Tattoo, lo “spettacolo nazionale della Scozia”, quando centinaia di scozzesi in kilt e cornamuse intonano l’inno al senso della loro esistenza, della loro patria, della loro terra.

Nei vari manieri, nei municipi delle città, nei luoghi pubblici, non è la Union Jack che sventola, ma la bandiera della Scozia, con il suo unicorno e il suo leone. E anche al Tattoo, v’è sì l’ovvio omaggio alla Regina e si intona l’inno inglese, ma al di là di questo è la storia di Scozia che si celebra. Verso la fine dello spettacolo, si fa silenzio, silenzio di cornamuse e anche di pubblico. Nella penombra della sera avanzata, al suono triste di una sola cornamusa, un giovane paggio scozzese, in kilt, porta, con passo lento e grave, una corona per tutto il grande cortile d’entrata alla fortezza, dove si svolge lo spettacolo. Quella splendida corona, che tutti guardano, si dirige verso il portone della fortezza (dove è conservata, con lo scettro e la spada regali), che si apre per farla entrare e poi si richiude. Quasi come a dire: in Gran Bretagna c’è sì un sovrano, ma questa corona attende ancora il suo vero sovrano…

E chi potrebbe essere questo sovrano? La risposta, per chi sa e vuole trovarla, è in ogni maniero, in ogni negozio di ricordi, nei tanti stemmi regali, ovunque presenti in questa terra speciale. Anche nelle magliette per ragazzi. Lì non trovi, eccetto banali situazioni, i Windsor. Trovi gli Stuart. Trovi il volto di Mary, i ritratti dei suoi discendenti, soprattutto il volto di Bonny Prince Charly, del bel Principe Carlo Stuart, il leader indiscusso degli highlanders, che nel 1715, nel 1719 e poi con lui nel 1745, si elevarono in armi contro i neo-sovrani protestanti della casata di Hannover, Re di Inghilterra, per ridare alla Scozia la propria legittima dinastia, la propria indipendenza, la propria fede.

Quella corona che passa in mezzo a centinaia di suonatori di cornamuse nello spettacolo scozzese per eccellenza ed entra nella fortezza della Scozia, attende ancora il suo Re. E forse anche qualcos’altro… Ad Inverness, entrando nella cattedrale gotica (dove furono fucilati dagli inglesi decine di highlanders cattolici), ho subito avuto una stranissima sensazione: mi sembrava di essere in una chiesa cattolica, nulla mancava eccetto il Ss.mo Sacramento. Poi, in un punto della navata di sinistra, ho visto delle candele accese. Incuriosito, mi sono avvicinato, e sono rimasto fermo e muto: quelle candele accese, infatti, erano sotto un affresco della Madre di Dio. Gli scozzesi non dimenticano. E aspettano. (Massimo Viglione)

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