CINEMA: 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni…

Dopo l’overdose di sesso, anche l’aborto diventa «spettacolo in un film squallido e verboso». “L’Osservatore Romano” stronca così 4 mesi 3 settimane 2 giorni, film diretto dal romeno Christian Mungiu. Pellicola impostata «per esibire sullo schermo, al termine di quasi due ore di monotonia, un feto, ossia un bambino di quasi cinque mesi, ostentato sul pavimento del bagno. (…) Un nuovo colpo basso inferto alla dignità dello spettatore, con questo film premiato con la Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes».





Dopo l’overdose di sesso, anche l’aborto diventa «spettacolo in un film squallido e verboso». “L’Osservatore Romano” stronca così 4 mesi 3 settimane 2 giorni, film diretto dal romeno Christian Mungiu.
Pellicola impostata «per esibire sullo schermo, al termine di quasi due ore di monotonia, un feto, ossia un bambino di quasi cinque mesi, ostentato sul pavimento del bagno. (…) Un nuovo colpo basso inferto alla dignità dello spettatore, con questo film premiato con la Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes».

«Un segno drammatico dell’odierno imbarbarimento, personale e collettivo, delle coscienze, oltre che di una scelta estetica fasulla», scrive Gian Filippo Belardo sulla testata d’Oltretevere, e aggiunge: «si parla e si scrive disinvoltamente di feti (e da oggi si vedono) come se fossero cose, oggetti, non esseri umani, chiamati alla vita per poi essere martoriati, trucidati e gettati nella spazzatura».
«Non si riesce a comprendere – prosegue l’articolo – perché parole come orrore, sdegno et similia vengano usate per crimini comuni mentre il genocidio giornaliero di innocenti (nei soli Paesi dell’Unione Europea, le più recenti statistiche, contano un aborto ogni 25 secondi) trovi compiacenti e influenti difensori in grado di invertire la realtà dei fatti. Gli spietati mandanti ed esecutori diventano così persone da comprendere e da confortare per “il dramma interiore” che li porta a queste barbariche esecuzioni».

Quando uscì nelle sale il film Passion diretto da Mel Gibson, rileva ancora “L’Osservatore Romano”, «molti critici espressero la loro perplessità per la crudezza delle scene: più o meno gli stessi che nel maggio scorso, dopo la proiezione alla Croisette, hanno esaltato l’opera del regista romeno».

Il quotidiano della Santa Sede evidenzia poi che il regista romeno Mungiu ha affermato che la sua opera prende spunto da un’esperienza personale: «Avevamo vent’anni. Non abbiamo mai considerato l’aborto come problema morale (…). Era una protesta contro il regime comunista che voleva nuove forze di lavoro».

Ambientando la storia nel 1987, ultimo periodo dell’epoca di Ceausescu, quando l’interruzione della gravidanza era illegale, «il regista ha girovagato intorno alla dolorosa historia di Gabita costretta a sopprimere il frutto della sua relazione. Così nelle squallide stanze dell’albergo-obitorio si svolgono i macabri rituali di mattanza umana. La scena finale è degna del film: la studentessa e l’amica Otilia, al ristorante dopo il misfatto, si consolano davanti a un piatto di cervello fritto, fegatini, frattaglie…».

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