CINA: respinte al mittente le critiche sui diritti umani

La Cina accusa «alcune organizzazioni e individui» di usare le Olimpiadi per «insultare» il Paese. Durante una conferenza stampa la portavoce del ministero degli Esteri, rispondendo ad una domanda sull’arresto dell’attivista Hu Jia, ha asserito che le critiche «violano lo spirito olimpico».





La Cina accusa «alcune organizzazioni e individui» di usare le Olimpiadi per «insultare» il Paese. Durante una conferenza stampa la portavoce del ministero degli Esteri, rispondendo ad una domanda sull’arresto dell’attivista Hu Jia, ha asserito che le critiche «violano lo spirito olimpico».

Hu Jia è stato arrestato il 27 dicembre 2007 e da allora le sue due figlie, di sei anni e di sei settimane, sua madre e sua moglie Zeng Jinyan, anche lei attivista, sono prigioniere nel loro appartamento di Pechino con i telefoni isolati. Hu Jia, accusato di «incitamento a sovvertire i poteri dello Stato», non ha ancora potuto incontrare i suoi avvocati.

Il gruppo umanitario Human Rights Defenders, composto da attivisti cinesi e stranieri, sostenuto in un documento diffuso l’8 gennaio 2008 che «nelle ultime due  settimane (…) la polizia ha cominciato ad arrestare o a tenere agli arresti domiciliari dozzine di attivisti, intellettuali e avvocati che difendono i diritti umani». Secondo il gruppo è plausibile che le persecuzioni si intensifichino all’avvicinarsi delle Olimpiadi.

Il regime comunista mostra segni di nervosismo, forse anche per la difficile situazione interna: proteste di interi villaggi che chiedono l’indennità per i terreni espropriati dal governo, imprese che inviano picchiatori contro attivisti per i diritti dei lavoratori, polizia mandata a pestare e arrestare gli operai che chiedono di essere pagati. La “società armoniosa”, propugnata dal leader Hu Jintao, somiglia sempre più al Far West, con i cittadini che debbono difendere da soli quei diritti che lo Stato afferma de jure, ma non tutela de facto.

Ad esempio, i contadini del villaggio Renhai, nel distretto di Shunde, il 26 dicembre scorso hanno impedito la posa in opera dei piloni per cavi elettrici ad alto voltaggio, bruciando almeno 10 camion e poi si sono azzuffati con i poliziotti inviati per controllare la situazione. I contadini lamentano il mancato pagamento della terra espropriata per costruire l’impianto, mentre fonti governative attribuiscono le proteste alla paura delle radiazioni del nuovo impianto elettrico.

Il 27 novembre 2007 circa 10.000 lavoratori della fabbrica elettronica di Ai Gao a Dong Wan (Guangdong) erano scesi in piazza denunciando la ditta che decurta dal salario di 690 yuan (meno di 70 euro, il minimo legale) almeno 232 yuan per la mensa e 50 yuan per dormitori con stanze da 16 persone. La polizia ha colpito i dimostranti e fermato oltre 100 persone, fra cui dei giornalisti, e nei giorni a seguire il governo di Dong Wan ha proibito la diffusione di qualsiasi notizia, anche via internet. A Shenzhen da mesi gli attivisti per i diritti dei lavoratori sono pestati da ignoti. Huang Qingnan, ex camionista di 34 anni, ha creato un gruppo, chiamato Dagongzhe, che spiega agli operai i diritti riconosciuti dalla nuova legge in vigore del 1° gennaio e distribuisce opuscoli informativi.

La legge, tra l’altro, riconosce alcuni diritti standard ai lavoratori, come l’indennità di fine rapporto, la stabilità del posto per chi lavora per una ditta da almeno 10 anni, ma molte imprese hanno forzato gli operai a dimettersi e a farsi riassumere prima del 2008, per togliere loro questo diritto. Il 14 novembre 2007 alcuni picchiatori hanno devastato l’ufficio del gruppo. Sei giorni più tardi Huang è stato pestato e accoltellato da uomini mascherati. «Veri professionisti», commenta Huang, che accusa le imprese locali. Sempre a Shenzhen, una settimana prima era stato massacrato di botte Li Jinxin, attivista pro-lavoratori, e la stampa locale ricorda almeno altri due attivisti pestati in questi mesi.

Osservatori accusano molti governi locali di essere conniventi o inerti rispetto all’abuso dei diritti dei lavoratori, che sono privi di tutela contro i soprusi di imprese e poteri pubblici.

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