CINA: repressa la rivolta in Tibet

Centinaia di persone sono state uccise nel corso delle rivolte in Tibet iniziate il 10 marzo 2008, 49º anniversario dell’insurrezione di Lhasa, la cui violenta repressione portò, tra l’altro, alla fuga del Dalai Lama che da allora vive in esilio a Dharmasala, nel nord dell’India.





Centinaia di persone sono state uccise nel corso delle rivolte in Tibet iniziate il 10 marzo 2008, 49º anniversario dell’insurrezione di Lhasa, la cui violenta repressione portò, tra l’altro, alla fuga del Dalai Lama che da allora vive in esilio a Dharmasala, nel nord dell’India.

«Il fatto che le imponenti manifestazioni iniziate il 10 marzo nella capitale Lhasa e in altre regioni del Tibet abbiano causato la morte di centinaia di tibetani con l’uso della forza (…) deve essere portato all’attenzione delle Nazioni Unite e della Comunità internazionale», recita il comunicato del Parlamento tibetano in esilio. Il bilancio delle vittime non è verificabile da fonti indipendenti: Pechino fornisce un bilancio ufficiale di 16 morti, fonti vicine al Dalai Lama parlano di 80 vittime.

Il Dalai Lama denuncia il «genocidio culturale» e punta il dito contro la Cina, pur lasciando aperta la porta al dialogo con Pechino. Richiama l’attenzione sul processo di colonizzazione cinese che «sta annullando la storia, la cultura e quanto c’è di tibetano» e che costringe «i tibetani a vivere in un regime di terrore, trattati come cittadini di seconda classe».

Il leader buddhista, premio Nobel per la Pace, pesa le parole per non esasperare una situazione già esplosiva e per non dare a T’ien An men il pretesto di giustificare un massacro in nome di presunte attività insurrezionali, non inneggia alla secessione, ma rivendica autonomia. Le proteste dei monaci e dei civili tibetani segnalano l’insofferenza verso una nomenklatura che anziché riconoscere il valore della diversità storica e delle tradizioni, prova da anni a soffocarli o utilizzarli come vetrina di consumismo turistico.
Il caso Tibet pesa sulla coscienza della Comunità internazionale, da almeno 50 anni e ora esplode, alla vigilia delle Olimpiadi di Pechino.

Non si capisce se vi sia una regia dietro ciò che sta accadendo in questi giorni, ma se davvero vi fosse un disegno politico per riportare il Tibet al centro dell’attenzione, questo potrebbe oggi rivelarsi quanto mai utile per sollecitare la Cina a rispettare le minoranze e le opposizioni, come sostiene di fare ma di fatto non fa.

È impensabile che un evento di pace come i Giochi Olimpici si ritrovi macchiato da una sistematica e ingiustificabile violazione dei diritti umani, perciò il Dalai Lama si è ben guardato dal chiedere ai governi di boicottare le Olimpiadi, e si è limitato a sollecitare un’inchiesta internazionale sulla strage di Lhasa del Sichuan. Ora la palla passa a T’ien An men: sarà in grado di aprire le porte a un’autorità indipendente che verifichi se in Tibet vi è stato «genocidio culturale»? Sarà in grado di rispondere all’invito al dialogo espresso dal Dalai Lama all’indomani di un massacro? Per la Cina è il momento del redde rationem: dopo essersi preparata a diventare un Paese moderno per le Olimpiadi, deve dimostrarsi tale anche dinanzi a temi sociali e di libertà.

Nemesi storica per il Presidente Hu Jintao: nel marzo 1989 un’ennesima rivolta in Tibet si concluse con un ennesimo massacro e con la legge marziale, decretata proprio da Hu Jintao, all’epoca Segretario del Partito comunista cinese a Lhasa. Pochi mesi dopo (giugno) la strage di piazza T’ien An men, e dopo quasi 20 anni Hu Jintao si trova dinanzi agi stessi problemi. La repressione non ha risolto nulla: è tempo per un altro tipo di soluzione, il dialogo col Dalai Lama sarebbe il passo più giusto.

A Parigi, Bruxelles, L’Aja, Zurigo il 16 marzo scorso si sono avute manifestazioni filotibetane davanti alle ambasciate cinesi per protestare contro la repressione imposta da Pechino.
A Roma si è tenuto un sit-in davanti all’ambasciata cinese. Momenti di tensione con intervenuto della polizia in Olanda e Svizzera: a Zurigo alcuni manifestanti hanno lanciato pietre e tentato di attaccare la sede diplomatica cinese.

A L’Aja tre persone sono state arrestate, dopo che circa 500 manifestanti hanno abbattuto la cancellata di recinzione dell’ambasciata della Repubblica Popolare Cinese e sostituito la bandiera rossa con cinque stelle gialle con il vessillo tibetano. A Bruxelles cinque persone sono stati fermate perché erano entrate nel giardino dell’ambasciata cinese.

Riunioni pacifiche, con preghiere alternate a slogan, a Parigi e Londra, dove si è chiesto anche il boicottaggio dei Giochi Olimpici, definiti “Olimpiadi della vergogna”.
La discussione sull’opportunità di boicottare le Olimpiadi è continuata, alimentata dalla dichiarazione del Vicepresidente del Comitato Olimpico, Thomas Bach che ha riferito l’intenzione di alcuni atleti tedeschi di rinunciare ai Giochi di Pechino.

Daniele Masala, medaglia d’oro nel penthatlon individuale e a squadre (Los Angeles nel 1984) che nel 1980 rinunciò ai giochi di Mosca, boicottati dagli atleti di squadre militari, commenta: «Io rimasi a casa, i sovietici in Afghanistan. E nel mondo dopo tutto andò come se il boicottaggio non ci fosse mai stato. (…) Bisognerebbe boicottare il CIO, che questa sede l’ha scelta».

Donazione Corrispondenza romana