CINA: Pechino convoca l’ambasciatore americano per il “caso” del Dalai Lama

Non accenna a placarsi la polemica fra la Casa Bianca e la T’ien An men, dopo l’assegnazione della Medaglia d’Oro del Congresso al Dalai Lama.





Non accenna a placarsi la polemica fra la Casa Bianca e la T’ien An men, dopo l’assegnazione della Medaglia d’Oro del Congresso al Dalai Lama.

Il 18 ottobre scorso il regime cinese ha convocato l’ambasciatore USA a Pechino per notificargli una formale e pesantissima nota di protesta contro l’accoglienza tributata a Washington al leader spirituale dei buddhisti tibetani che vive in esilio in India dagli Anni Cinquanta. Il 16 ottobre il Dalai Lama era stato ricevuto in forma privata dal presidente americano George W. Bush. Il giorno dopo lo stesso Bush aveva presenziato, per la prima volta nella storia in un’occasione pubblica, alla solenne cerimonia in Parlamento durante cui all’ospite era stata conferita la Medaglia d’Oro del Congresso, massima onorificenza civile.

«Il ministro degli Esteri cinese Yang Jiechi ha convocato l’ambasciatore americano Clark Randt, per manifestargli una forte protesta per conto del governo della Cina», ha annunciato Liu Jianchao, portavoce del dicastero.
La Repubblica Popolare considera il Dalai Lama un pericoloso oppositore secessionista, sebbene l’interessato abbia più volte ribadito di puntare soltanto a una maggiore autonomia per la sua terra, invasa dall’Esercito Popolare di Liberazione maoista nel 1949 e annessa unilateralmente l’anno successivo.

La Cina chiede agli Stati Uniti di fare «passi concreti» per ricucire le relazioni tra i due Paesi. Gli USA devono «smettere di sostenere le forze indipendentiste e di interferire negli affari interni della Cina», ha spiegato il portavoce del Ministero degli esteri, ma non ha risposto allorché gli è stato chiesto se Pechino intenda prendere concrete misure di ritorsione contro gli Stati Uniti. (E.G.)

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