CINA: minacce e percosse nelle prigioni segrete

Maxing Rong non si aspettava di essere arrestata e picchiata a Pechino senza aver fatto alcunché. Non si aspettava di essere bloccata prima ancora di poter consegnare la propria petizione nella capitale per ottenere giustizia dalla Corte Suprema del Popolo. «Mi hanno fermata e mi hanno rinchiusa in un albergo, senza che potessi uscire», racconta, raggiunta telefonicamente dall’Ansa (27 ottobre 2008).

Si tratta delle «black jails», le prigioni segrete comparse dal 2003, quando i centri ufficiali di custodia e detenzione delle persone non in regola con i permessi di soggiorno a Pechino furono chiusi, sull’onda dell’indignazione pubblica per la morte di un giovane.

Nel cortile esterno dello Youth Hotel di Taiping Street, ci sono delle case in via di demolizione. A fine settembre, soltanto al piano terra, c’erano circa 20 persone chiuse dentro, 6 per stanza, ammucchiate su letti a castello. Al piano superiore, secondo Rong, ce ne dovevano essere almeno altre 10. Lei è rimasta prigioniera tre giorni, poi un funzionario del governo locale della sua provincia è andato a prenderla per riportarla a casa.

Rong è una delle tante persone che arriva a Pechino per denunciare ingiustizie subite nella propria provincia. Ha 59 anni e viene dalla provincia dell’Henan. Aveva un unico figlio, studente universitario, ucciso da un pirata della strada che non lo ha neppure soccorso. Condannato a due anni di prigione e a un risarcimento di 100.000 Yuan, il pirata non ha versato un centesimo, in 8 anni. Per questo Rong era venuta a rivendicare il diritto, ma le autorità non amano certe iniziative.

In preparazione delle Olimpiadi è stato demolito il quartiere in cui tradizionalmente si recavano i petitioner nella capitale e molti di loro sono stati messi in stato di arresto per evitare che rovinassero la cornice dei Giochi.

Un professore di diritto costituzionale, Zhu Zhiyong, cofondatore della Open Constitution Initiative (associazione che si batte anche per aiutare le vittime del latte contaminato con la melammina) a far emergere lo scandalo delle prigioni segrete di Pechino, in un blog ripreso da molti siti giornali stampati: «la prima volta, quando sono andato a visitare una black jail, i due carcerieri mi hanno detto che le persone rinchiuse erano lì  volontariamente. Ma quando ho provato a chiamare sul cellulare la petitioner che mi aveva contattato, è comparsa subito e si è gettata verso la finestra provando invano a uscire. I carcerieri mi hanno detto che mi sarei pentito di quello che avevo fatto».

La volta successiva Zhu Zhiyong ha trovato ad aspettarlo il direttore dell’ufficio a cui si rivolgono i petitioner, che lo ha picchiato e gli ha ordinato di non farsi più vedere. «È un affare del governo – gli ha detto –. Non ti riguarda».

Secondo Zhu, ci sono almeno 4 prigioni segrete a Pechino in cui vengono rinchiusi i petitioner: l’Ostello della gioventù di Taiping street, quello di Fenglong e gli hotel Juyuan e Jingyuan.

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