CINA: marcia contro le Olimpiadi di Pechino

Centinaia di giovani tibetani in esilio si preparano a compiere una marcia dall’India al Tibet, dove contano di giungere l’8 agosto, giorno dell’apertura dei Giochi olimpici di Pechino e la Cina, dal canto suo, promette di combattere il “terrorismo” dei gruppi separatisti.





Centinaia di giovani tibetani in esilio si preparano a compiere una marcia dall’India al Tibet, dove contano di giungere l’8 agosto, giorno dell’apertura dei Giochi olimpici di Pechino e la Cina, dal canto suo, promette di combattere il “terrorismo” dei gruppi separatisti.

Dharamsala è una cittadina situata nello Stato federato dell’Himachal Pradesh, nel nord dell’India. Qui nel 1959 il Dalai Lama, in fuga dopo l’invasione dell’esercito cinese, si trasferì nella parte alta della città, a Mc Leod Ganj, accolto dal Governo indiano che consentì alla comunità tibetana in esilio di stanziarvisi. McLeod Ganji è pure sede del Governo tibetano in esilio e di molti Istituti culturali e religiosi, che cercano di preservare le tradizioni del Paese delle Nevi.

La marcia vuole essere strumento di protesta contro la repressione cinese in Tibet, perciò è stata scelta per la partenza la data del 10 marzo, 49º anniversario della rivolta contro gli invasori, soffocata nel sangue. Il governo tibetano in esilio non ha dato la sua approvazione ufficiale alla marcia, ma diversi gruppi di tibetani e simpatizzanti programmano manifestazioni in appoggio all’iniziativa.

Pechino sostiene che il Tibet è parte integrante della Cina, mentre i tibetani rivendicano una secolare indipendenza. Le frontiere della regione himalayana sono controllate dai militari cinesi che sparano a chiunque osi varcarle nei due sensi. I giovani organizzatori della marcia sperano che la Cina, essendo sotto gli occhi di tutto il mondo per l’imminente appuntamento delle Olimpiadi, non oserà compiere gesti di violenza.

Il 9 marzo scorso, in un incontro con i giornalisti, il Segretario del Partito Comunista Cinese del Xinjiang, Wang Lequan, ha promesso di estirpare ogni tentativo “terrorista”. Il riferimento era rivolto in primis a possibili attacchi da parte dei separatisti musulmani del Xinjiang, ma suonava come avvertimento anche per i “separatisti” tibetani. «Terroristi, sabotatori e separatisti, saranno schiacciati in modo risoluto – ha detto Wang – qualunque sia il gruppo etnico al quale essi appartengono».

Da decenni Pechino attua una politica di genocidio culturale e religioso verso i tibetani, colonizzando l’area con l’emigrazione di cinesi per sfruttare le risorse turistiche e minerarie della regione.

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