Cina: le prudenze della stampa cattolica, il coraggio di quella “laica”

(di Mauro Faverzani) Stupisce la prudenza con cui la stampa cattolica ha trattato in Italia la vicenda di Chen Guangcheng, il dissidente cinese rifugiatosi presso l’ambasciata Usa a Pechino, dopo esser fuggito dal proprio domicilio coatto. La tensione era per questo alle stelle nelle stanze, dov’era in corso in quelle stesse ore la quarta sessione del Dialogo strategico ed economico Usa-Cina.

Il quotidiano diretto da Giovanni Maria Vian sulla prima pagina del 3 maggio non vi ha fatto cenno. Ha parlato sì della Cina, ma solo per esaltarne la crescita del settore manifatturiero ed il calo dell’inflazione. In una colonna di pag. 3 si è data tra le righe la notizia sotto un titolo assolutamente asettico,  Dialogo strategico tra Cina e Stati Uniti, evidenziando però come «gli importanti colloqui rischino di essere oscurati dalla controversia in corso per la sorte di Guangcheng», quasi fosse un impiccio. Il giornale ha riferito senza commenti la tesi ufficiale, secondo la quale il dissidente avrebbe «lasciato la sede diplomatica di sua volontà» e sarebbe «stato accompagnato in una struttura sanitaria», dove si sarebbe ricongiunto alla famiglia. Nient’altro.

Silenzio quel giorno anche sulla prima pagina di “Avvenire”, che ha relegato la notizia in un taglio basso di pag. 16: Chen, finale a sorpresa: scaricato dagli Usa. Molto più esplicito il “Corriere della Sera” e con ampio richiamo in prima pagina: Resa di Chen (e degli Usa): il dissidente cinese lascia l’ambasciata, “minacciata mia moglie”.

All’indomani, il 4 maggio, finalmente prima pagina anche su “L’Osservatore Romano”, sempre con un titolo assolutamente “neutro”, Stati Uniti e Cina, il dialogo nonostante tutto. L’articolo assicura come, pur non avendo parlato esplicitamente della vicenda Guangcheng, la questione dei diritti umani avesse «aleggiato» sulla prima giornata dei lavori. Nulla neppure sulla prima pagina di “Avvenire”, il cui sito on line, però, informava che Chen Guangcheng si trovava «piantonato dalla Polizia cinese nell’Ospedale Chaoyang di Pechino», da cui i giornalisti erano «stati scacciati». E riportava i timori del dissidente «per la vita propria e dei suoi familiari», moglie e 2 figli. Molto più coraggioso “il Giornale”, che in prima pagina osserva in merito alla vicenda come «la dignità» non si misuri «soltanto con il Pil»: «Questa America ‒ ha scritto Giuseppe De Bellis ‒ non è l’America».

Il 5 maggio toni addirittura trionfalistici su “L’Osservatore Romano”, che ha dato notizia dell’esito del summit a pag. 3 col titolo “Cina e Stati Uniti mai così vicini”. Di Chen Guangcheng specifica come il Ministero degli Esteri cinese gli conceda di presentar «domanda per studiare all’estero», pur non essendo chiaro quando concretamente possa «lasciare il Paese con la famiglia». Ben diverso il taglio proposto in prima pagina da “Repubblica”, che ha dato voce al dissidente: «Andrò in Usa ‒ dice ‒ chiedo a Obama di non tradirmi». Anche perché «in Cina la mia famiglia e io restiamo in pericolo. Dopo essere arrivato in ospedale, mi sono accorto che ai diplomatici Usa era vietato perfino vedermi. Ho detto che volevo andare in America per svegliarmi da questo incubo».

Tacere o sottovalutare certi fatti non rappresenta un aiuto ai tanti Cattolici cinesi minacciati o incarcerati, così come non lo fu ai tempi della Guerra Fredda, “l’Ostpolitik”, per i dissidenti dei Paesi del blocco sovietico. E l’Europa, in quegli stessi giorni tanto impegnata nel braccio di ferro con l’Ucraina per la detenzione dell’ex-premier Yulia Tymoshenko, minacciando anche il boicottaggio degli Europei di Calcio, perché ancora una volta con la Cina non ha invece minimamente alzato la propria voce?  (Mauro Faverzani)

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