CINA: l’agghiacciante politica del figlio unico

Anche nell’Occidente relativista e filo-abortista la pianificazione familiare vigente in Cina sarebbe considerata illegale e moralmente riprovevole: a stabilire le nascite – soprattutto dal 1978 ad oggi – è lo Stato, pronto ad imporre aborti e sterilizzazioni forzate, pestaggi, multe e distruzione delle proprietà a quanti non obbediscano alla pianificazione stabilita dall’autorità al potere, che vede in tutto questo semplicemente una necessità economica, uno strumento per combattere la crescita della popolazione.


Esattamente l’opposto di quanto previsto dalle Nazioni Unite alla Conferenza di Bucarest del 1974. È quanto scrive Harry Wu, fondatore e presidente della Laogai Research Foundation, autore del volume Strage di innocenti. La politica del figlio unico in Cina, recentemente pubblicato in Italia dalle Edizioni Guerini e Associati, curato da Toni Brandi e Francesca Romana Poleggi.

Secondo la politica demografica della Cina, ogni coppia può avere un solo figlio, nelle zone rurali anche due, ma solo nel caso il primogenito sia femmina. Il tutto in ossequio alle quote assegnate, come detto, dal governo comunista centrale. La Commissione di Stato per la Pianificazione Familiare ha circa 520 mila impiegati a tempo pieno e l’Associazione per il controllo delle nascite ha più di 83 milioni di impiegati part-time.

Nel 1978 la prima sessione del V Congresso nazionale del popolo aggiunse il concetto di controllo demografico nella Costituzione della Repubblica Popolare Cinese. L’anno dopo il Consiglio di Stato approvò la politica del figlio unico con incentivi economici ed agevolazioni sociali per le famiglie che vi aderissero: buoni in denaro, permessi di maternità più lunghi, maggior cura del bambino da parte dello Stato, facilitazioni per ottenere una casa, cure sanitarie, cibo, istruzione, maggiori assegnazioni di terreni o di bestiami. Per quanti viceversa avessero tre o più figli, erano previste multe e perdita di benefici.

Nel 1980 tale strategia divenne significativamente più dura con la Lettera aperta a tutto il Partito comunista e ai membri della Lega comunista giovanile, con cui il Comitato Centrale del Partito introdusse l’obbligo del figlio unico quale priorità assoluta per il governo a tutela degli «interessi immediati e a lungo termine di tutto il popolo». Niente di più falso, come ben mostrò due anni prima al Parlamento degli Stati Uniti Harry Wu, fondatore della Laogai Research Foundation, dove definì «pretestuose e inaccettabili» le argomentazioni delle Autorità cinesi, mostrando l’esempio di Paesi come il Giappone e la Svezia, ancor più penalizzati quanto a terra e materie prime, eppure prosperi e progrediti: «La chiave per risolvere il problema della sovrappopolazione – affermò – è cambiare il sistema politico ed economico irrazionale», attento esecutore di teorie malthusiane ormai bocciate dalla Storia, laddove il progresso scientifico e tecnologico abbia saputo far fronte alla crescita della popolazione.

Eppure, con la Legge sul matrimonio del 1978, lo Stato cinese prevede l’età minima per le nozze, 22 anni per gli uomini, 20 per le donne, oltre a sanzioni molto più dure per quanti abbiano figli “fuori piano” ovvero senza permesso. Linea confermata ancora nel 2001 dalla XXV sessione del IX Comitato permanente del Congresso del popolo con una nuova normativa, entrata in vigore il primo settembre dell’anno dopo, sostanzialmente fotocopia delle disposizioni precedenti. «Le donne che restano incinte senza permesso devono obbligatoriamente sottomettersi all’aborto», rientrante nelle cosiddette «misure correttive» o «rimedi», si legge nel libro di Wu, e per quanti non vi si sottomettano son previste «detenzione» – anche dei parenti –, «confisca o danneggiamento delle proprietà, multe», abitazioni demolite o bruciate, oltre all’interruzione forzata della gravidanza o infanticidi.

Nel 1983 si pensò bene di “rimediare” agli esuberi registrati nella crescita della popolazione con una campagna di sterilizzazione di massa, che interessò più di 20 milioni di persone, per lo più donne in età fertile, “colpevoli” solo d’aver più di un figlio. Nel 1991, stesso trattamento per 12 milioni e mezzo di donne. Ma v’è un altro riflesso sociale terrificante: «Il gran numero di bambini abbandonati, soprattutto femmine, ma anche maschi disabili, ha dato facile lavoro ai trafficanti di esseri umani», per le donne cinesi – specie se prive di documenti regolari – «aumentano i rischi di essere rapite o aggirate per essere vendute» a contadini che non riescano a trovar moglie o alle industrie del sesso presenti nelle città. La rivista “Next” di Hong Kong nell’ottobre del 2001 denunciò la fine fatta da alcuni dei feti abortiti, venduti da «criminali senza scrupoli» e «mangiati», specialmente se tra il sesto e l’ottavo mese di gestazione.

Nel 1998, l’agghiacciante testimonianza resa di fronte al Congresso statunitense da Gao Xiaoduan, ex-funzionaria della pianificazione familiare cinese fuggita dal Fujian, ha sconcertato per le prove schiaccianti sulle crudeltà attuate: «Per 14 anni di giorno sono stata un mostro, quando ero a lavoro e facevo del male agli altri per attuare la barbara politica del Partito comunista – ha dichiarato – di sera ero una madre, che trascorreva il tempo felice con i suoi bambini. Poi non ce l’ho fatta più a vivere in quel modo». Su pressioni del parlamentare americano Chris Smith, una legge ha dichiarato «personae non gratae» i funzionari del Partito comunista cinese addetti alla pianificazione familiare; inoltre, tale normativa prevede permessi speciali di asilo politico per quante abbiano subìto aborti o sterilizzazioni forzate.

Nel 1985 il Congresso ha votato il Kemp-Kasten Amendment, che proibisce agli Stati Uniti di finanziare qualsiasi organizzazione, che appoggi o partecipi in qualsiasi modo alla «conduzione di un programma di aborto coatto o di sterilizzazione obbligatoria». Compreso l’Unfpa, il Fondo per la popolazione e lo sviluppo delle Nazioni Unite, che dal 1980 ha, invece, sostenuto con supporti logistici, statistici e formativi quanto previsto ed attuato dalla normativa cinese, la cui applicazione è stata più volte definita “volontaria”. Non solo: nel 1983, la Cina ha addirittura ricevuto il premio delle Nazioni Unite per la popolazione, per aver «dato il più evidente contributo alla consapevolezza dei problemi demografici», mentre 20 milioni di dollari in quattro anni sono stati assegnati nel 1998 per un programma di formale cooperazione con la Commissione di Stato cinese.
Ma, oltre a notizie come questa, ciò che più fa male è il perdurante, terrificante silenzio internazionale.

Donazione Corrispondenza romana