CINA: la strage delle innocenti

Con l’indifferenza verso la vita umana tipica dei governi comunisti, il regime cinese, sin dalla presa di potere sessant’anni or sono, ha adattato la sua politica demografica subordinandola alle necessità dell’economia. In un primo momento, introdotta la legge sul divorzio ed altre normative solo nominalmente a favore della donna (1950), aveva sollecitato il contenimento delle nascite. Poi si era rimangiato la parola negli anni del “Grande Balzo in avanti” (1956-57) e delle “Comuni Popolari” (1958) perché c’era bisogno di manodopera – «ogni bocca, due braccia», ricordava un adagio maoista dell’epoca – per lo sforzo di collettivizzazione volto a incrementare la produzione agricola e, soprattutto, industriale per superare «entro quindici anni – secondo gli ordini di Mao – la produzione di acciaio della Gran Bretagna».


Il risultato, invece, fu la disastrosa carestia del 1958-62 in cui perirono trenta milioni di persone. Dal 1979 ad oggi, trent’anni in cui la popolazione è lievitata da 700 milioni a oltre 1,30 miliardi, la politica è quella del figlio unico (un solo figlio per coppia e messo al mondo il più tardi possibile) ed è perseguita con particolare accanimento e ferocia.

Sterilizzazioni e aborti forzati, pestaggi, devastazione delle abitazioni, multe, sono alcune delle misure punitive a cui vanno incontro i trasgressori. Corollario di questa politica è la inevitabile preferenza delle coppie per il figlio maschio, non tanto per questioni ereditarie quanto per le superiori potenzialità lavorative. Così, come denuncia l’attivista per i diritti umani Harry Wu nel suo libro Strage di innocenti (Guerini e Associati, Milano 2009, pp. 185.€ 21,50), in Cina mancano milioni di bambine: uccise prima di nascere con aborti selettivi; eliminate, magari con la complicità di medici e paramedici delle strutture sanitarie; vendute anche per soddisfare la domanda di donne che, per un effetto perverso della stessa politica demografica, scarseggiano per gli uomini adulti.

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