Cina e Russia all’attacco dell’Occidente

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(Luca Della Torre) E’ oramai unanimemente riconosciuto che la pandemia da Coronavirus ha stravolto le basi delle relazioni internazionali e del diritto internazionale che le regola. Dopo il Covid-19 nulla sarà più come prima nella politica estera dei grandi Stati che orchestrano la geopolitica del pianeta.

In realtà il drammatico fenomeno della pandemia va inquadrato in un complesso e problematico affresco che prefigura il crollo definitivo del modello globalista, riconoscendo – paradossalmente – il ritorno del primato degli interessi nazionali e l’avvio di un nuovo “Great Game” per la supremazia politico-culturale del pianeta.
Il punto nodale è che, al netto degli ingenui e talvolta puerili dibattiti ancor oggi accesi sulla origine del Covid-19 – che si nutrono di improbabili e mai dimostrate teorie “cospirazioniste” – il quadro politico-giuridico delle relazioni internazionali denunzia invece una oggettiva situazione di progressivo assedio dell’Occidente e della piattaforma giuridica di diritto internazionale fino ad oggi vigente.

La scienza geopolitica, che, volendo legare la gestione del potere politico alle connotazioni geografiche dei singoli global players, si basa sulle regole del diritto internazionale, ci spiega che in questo nuovo decennio del terzo millennio i sistemi politici, sociali, culturali antitetici al pensiero occidentale si sono letteralmente scatenati (liberati dalle “catene” del primato della cultura politica occidentale) e affermano con aggressiva disinvoltura il pieno “diritto” a proporsi come alternativa al modello politico istituzionale occidentale che da secoli regge e disciplina il sistema delle relazioni internazionali.

Questo modello, in cui – grazie all’incontro millenario tra la ragione greca e la spinta metafisica del Cristianesimo – la persona umana è il centro ed il soggetto dei diritti –viene messo a durissima prova dalle ambizioni di potenza di regimi totalitari e autocratici che nulla hanno a che fare con la tradizione occidentale: un nuovo Kulturkampf è oramai riconosciuto all’orizzonte: uno scontro di civiltà, come preconizzato dallo storico e politologo USA Samuel Huntington nel suo celebre saggio.

I pilastri giuridici del primato della cultura politica occidentale alla base del complesso sistema delle relazioni internazionali – dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo ai Patti ONU sui diritti civili e politici del 1966, dalle Convenzioni di Ginevra del 1949 e del 1977 sulla disciplina dei conflitti armati internazionali ai trattati del WTO (Organizzazione internazionale del commercio) e di Helsinki sui diritti umani – sono sempre i medesimi: il primato della cosidetta Rule of Law, ovvero la preesistenza dei diritti di libertà di pensiero, religiosa, politica del cittadino che debbono essere riconosciuti da parte di ogni Stato (artt.16 e segg.della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo) e del modello politico elettorale democratico multipartitico (artt.20 e segg. dello stesso trattato).

Questo modello ha permesso a lungo di fronteggiare, comprimere, e soprattutto non legittimare “a priori” sistemi politici di impronta totalitaria del XX secolo, come il regime comunista sovietico e il nazionalsocialismo pangermanista; scrive al riguardo il celebre intellettuale e statista israeliano di origini russe Nathan Sharansky, combattivo dissidente del comunismo sovietico, che negli anni ‘70 il vincolo alla regola del Trattato di Helsinki, “goods for human rights” (beni materiali in cambio del rispetto dei diritti umani) condannò l’URSS alla decadenza più della sfida militare con l’Occidente.

Oggi tuttavia questo sistema giuridico politico non risulta più in grado di tenere “al guinzaglio” le pericolose velleità geopolitiche di dominio intercontinentale di pericolosi regimi criminali come la Cina di Xi Jinping o l’autocrazia militare russa di Putin.
Le prove, a livello di Cancellerie e di intelligence internazionali, sono molteplici e svelano un preciso obiettivo di Russia e Cina, ovverosia l’espansionismo attraverso la conquista fisica di territori geografici su cui instaurare il proprio potere geopolitico: in gergo si dice “boots on the ground”, ovvero porre gli stivali delle proprie forze armate sul terreno altrui, in aperta violazione del principio pilastro di diritto internazionale, cioè l’integrità della sovranità territoriale degli Stati

Dopo l’invasione e l’annessione della regione ucraina della Crimea la Russia di Putin aspira a piantare la propria bandiera su altri territori dell’Ucraina.

Per gli analisti della NATO l’obiettivo finale russo, anche se non dichiarato apertamente, è l’ulteriore invasione ed annessione delle regioni ucraine del Donbass e di Lugansk-Donetsk, sostenendo le milizie secessioniste e ammassando ingenti forze armate lungo il nuovo confine, mai riconosciuto dalla comunità internazionale, della Crimea e violando gli accordi di Minsk come accertato dagli osservatori dell’OSCE.

Il presidente ucraino Zelensky ha chiesto ancora una volta alla Nato di accelerare l’accettazione del suo Paese nell’Alleanza. La risposta da Mosca non si è fatta attendere: se Kiev riuscirà ad aderire alla Nato, come chiesto da tempo, l’Ucraina sarà distrutta.
Tutto ciò si inserisce nella strategia geopolitica russa di ampliamento del proprio territorio: così accade anche in Nagorno-Karabach, ove la Russia ha determinato la sconfitta delle truppe armene e l’annessione di tali territori al fedele alleato dell’Azerbaigian, in Moldavia, dove la Russia sostiene la secessione filorussa della Transnistria, nei Paesi baltici, membri della NATO e della UE, sottoposti continuamente alla violazione dello spazio aereo da parte dell’aviazione militare russa, al Polo Nord, ove la Russia vanta inesistenti diritti di prelazione sul controllo militare delle acque artiche e sulla navigazione in vista dello sfruttamento delle ricchissime risorse sottomarine di row materials.

Secondo gli analisti internazionali questa strategia geopolitica muscolare di invasione geografica è esattamente identica a quella adottata da anni dal regime comunista di Pechino: espansione militare su territori sovrani ed indipendenti per imporre la propria autorità politica.

La Repubblica Popolare cinese non riconosce la piena sovranità dello Stato di Taiwan, e proclama la sua precisa volontà di annessione; Pechino ha tradito l’accordo internazionale con il Regno Unito su Hong Kong, e con la riforma del sistema elettorale Pechino si assicura il controllo dittatoriale della regione a statuto speciale di Hong Kong, mettendo fine, definitivamente, alla politica “un paese, due sistemi” coniata 42 anni fa dal trattato con il Regno Unito: dopo la introduzione della famigerata legge sulla sicurezza nazionale (che sottopone ogni attività politica alla preventiva autorizzazione dell’autorità di polizia controllata dal Partito comunista cinese), il futuro dell’ex colonia inglese non sarà più né libero né democratico.

Ancora, la Cina rivendica il possesso del Mar Cinese meridionale e dello Stretto di Malacca, in aperta violazione del diritto internazionale marittimo, per sottoporre alla propria giurisdizione un’area di navigazione importantissima per India, Giappone, Australia, Paesi dichiaratamente anticomunisti e legati a trattati di alleanza con l’Occidente quali la NATO ed il Quad.

Tutti codesti esempi dell’azione politica militare strategica di Cina e Russia hanno un filo rosso comune e costante: la esplicita volontà di non riconoscere la legittimità normativa internazionale dei trattati che disciplinano la cooperazione tra Stati in materia di sicurezza, pace e diritti umani: in sostanza, un brutale schiaffo all’ONU ma, più ancora, una esplicita dichiarazione di guerra al complesso valoriale della civiltà giuridica politica istituzionale occidentale.

Chi – anche in seno alla Chiesa cattolica – azzarda, con temeraria ingenuità, il sostegno a politiche diplomatiche culturali di de-occidentalizzazione pare dimenticare la lezione magistrale della Storia: il pacifismo non fa che rendere più aggressivo l’aggressore. 

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