CINA: dialoghi di facciata sul Tibet

La prima tornata di colloqui sino-tibetani, tenutisi a Shenzen il 4 maggio 2008 non ha sortito grossi risultati, ma il dialogo tra Pechino e gli emissari del Dalai Lama – che la T’ien An men ha riaperto «per la ripetuta insistenza» del leader tibetano e non per le pressioni internazionali, come sottolinea con enfasi l’agenzia di stampa ufficiale “Hsin Hua” – proseguirà «al momento opportuno».





La prima tornata di colloqui sino-tibetani, tenutisi a Shenzen il 4 maggio 2008 non ha sortito grossi risultati, ma il dialogo tra Pechino e gli emissari del Dalai Lama – che la T’ien An men ha riaperto «per la ripetuta insistenza» del leader tibetano e non per le pressioni internazionali, come sottolinea con enfasi l’agenzia di stampa ufficiale “Hsin Hua” – proseguirà «al momento opportuno».

Gli emissari del leader buddhista e i dirigenti cinesi che li hanno incontrati non hanno rilasciato commenti. Appare tuttavia verosimile quanto riferito da “Hsin Hua”: Pechino ha ribadito che la rivolta tibetana di marzo ha creato «nuovi ostacoli» all’ascolto delle ragioni dei tibetani.

Il Presidente Hu Jintao ha assicurato che le porte del dialogo restano «aperte come sempre» ed ha auspicato un esito positivo.

L’agenzia “Hsin Hua” aggiunge l’augurio del Governo centrale affinché «al fine di creare le condizioni per il prossimo round di contatto e consultazione» i tibetani facciano «passi credibili» per fermare «le attività mirate a dividere la Cina, smettano di complottare e di incitare alla violenza e di cercare di sabotare i Giochi Olimpici».

 «Non ci sono alternative se non far proseguire il dialogo per risolvere la questione del Tibet», ha commentato il portavoce del Governo tibetano in esilio, Thubten Samphel, «consultazioni costanti sono vitali, tanto nell’interesse della Cina, quanto del popolo tibetano ed è molto positivo che la Cina abbia concordato su un altro incontro».

Meno diplomaticamente ottimista Geshe Gedun Tharchin, lama tibetano residente a Roma, il quale dichiara ad “AsiaNews” (agenzia on-line del Pontificio Istituto Missioni Estere) che i colloqui «sono stati utilizzati dalla propaganda comunista per (…) calmare la Comunità internazionale e dimostrare alla popolazione cinese che il leader buddhista non mantiene la sua promessa di calmare la situazione in Tibet». A detta del religioso, «i colloqui in sé non sono serviti a nulla, così come non sono serviti i precedenti. Sin dal 2002, ma si può andare indietro nel tempo fino a Mao Tse-tung, gli incontri fra le due parti non hanno raggiunto alcun risultato».

Un lama tibetano che vive in India scrive ad “AsiaNews”: «cinesi e tibetani non potranno mai raggiungere un accordo, perché sono storicamente divisi da almeno otto secoli. Forse l’economia potrà cambiare la situazione dei tibetani, ma non influisce in alcun modo sulla nostra storia. Nel frattempo, però, tutti ignorano quei tibetani che da più di 50 anni vivono a Dharamsala ed in Nepal. Quale può essere il loro futuro, se il Governo in esilio li vuole apolidi in attesa di un Tibet libero?».

Nonostante le richieste dei tibetani e le dichiarazioni ufficiali, all’indomani dei colloqui Pechino continua la campagna denigratoria nei confronti del Dalai Lama. Un articolo pubblicato il 5 maggio sul governativo “Tibet Daily” sostiene che «dopo gli incidenti avvenuti in tutta la regione, il Dalai Lama non solo si rifiuta di ammettere i suoi crimini mostruosi, ma continua a portare avanti la sua frode nei confronti del Governo centrale e della popolazione cinese. (…) La guida dei tibetani e la sua cricca continuano a negare la realtà: il popolo tibetano è padrone della sua terra, gode di ampi diritti democratici e di una vasta crescita economica e ha libero accesso alla sua cultura ancestrale».

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