CINA: avvocati chiedono di abolire la “rieducazione”

Un gruppo di sessantanove avvocati ed esperti di legge cinesi ha chiesto l’abolizione del sistema di «detenzione per la rieducazione», che permette alla polizia di tenere un cittadino detenuto per tre anni senza che il caso venga portato davanti alla magistratura.







Un gruppo di sessantanove avvocati ed esperti di legge cinesi ha chiesto l’abolizione del sistema di «detenzione per la rieducazione», che permette alla polizia di tenere un cittadino detenuto per tre anni senza che il caso venga portato davanti alla magistratura.

In una lettera all’Assemblea Nazionale del Popolo (il Parlamento) i firmatari ricordano che il sistema è totalmente arbitrario, basato esclusivamente sul giudizio della polizia e al di fuori del sistema giudiziario.
Dopo la nascita della Repubblica Popolare (1 ottobre 1949), Mao Tse-tung non aveva voluto un impianto normativo penale e i processi erano politici, popolari, privi di leggi formali, persino il dibattimento era facoltativo e riservato ai casi ritenuti di maggior effetto «rieducativo».

La «rieducazione attraverso il lavoro», si legge nel documento presentato dai legali, «rompe l’equilibrio tra pubblica sicurezza, Procure della Repubblica e sistema giudiziario». In numerosi casi essa è stata usata come «strumento per attaccare non solo i dissidenti dichiarati ma anche i semplici cittadini che cercano di difendere i loro diritti». Il sistema della rieducazione attraverso il lavoro è stato introdotto in Cina nel 1957. Membri dell’Assemblea nazionale del popolo hanno annunciato negli anni scorsi iniziative per abolire, o almeno per limitare, l’uso della “rieducazione”. Tra i firmatari della lettera aperta compaiono gli studiosi di legge He Weifang e Jiang Ping. .

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