Cina 2011: anno nero per i diritti umani

(di Emanuele Gagliardi) Terrorizzati dal vento della Primavera araba, i leader comunisti cinesi hanno reagito con le misure di sempre: repressione e tortura. Così il 2011 è stato l’anno peggiore dell’ultimo decennio dal punto di vista dei diritti umani. Lo rivelano i dati del Rapporto annuale sullo stato dei diritti umani in Cina pubblicato dal Chinese Human Rights Defender, organizzazione che monitora lo stato della dissidenza nel Paese: 3.832 dissidenti incarcerati.

Di questi, 159 torturati fino ad esser ridotti in stato di invalidità permanente. Inoltre, l’86% degli arresti non ha alcun fondamento legale. Secondo il direttore internazionale del gruppo Renee Xia, la «repressione del gelsomino» ha provocato «il livello più basso mai registrato nella libertà di espressione, di culto e di parola in Cina.
Non si vedeva una politica così feroce dai tempi del Movimento per la difesa dei diritti lanciato nei primi mesi del 2000».

Il dato più allarmante riguarda le “sparizioni forzateˮ di dissidenti e attivisti per i diritti umani. Il governo cinese ha approvato nell’agosto 2011 un nuovo emendamento al Codice di procedura penale che permette de facto alle autorità di fermare per un periodo indeterminato e in un luogo nascosto qualunque cittadino. Nonostante costituisca una palese violazione alla Costituzione, grazie a tale strumento, nel corso del 2011 la polizia ha rinchiuso 2.795 dissidenti nelle cosiddette “prigioni nere”, senza avvertire familiari o legali.  (Emanuele Gagliardi)

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