CHIESA ITALIANA: cattedra di relativismo nella diocesi di Cremona

Secondo Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, i «cattivi maestri» sarebbero quei «falsi profeti» vestiti da «pecore», quei «falsi cristi» giunti per trarre in errore «anche gli eletti», di cui parla il Vangelo di Matteo. Insomma, un vero e proprio «corpo docente», che, «pontificando impunemente da cattedre universitarie, giornali, tv, scranni parlamentari e pulpiti, diffondono una cultura, che avvelena le anime».


La società di oggi ne è piena. Soprattutto l’Occidente secolarizzato. I fautori del “dubbio metodico”, i talebani del relativismo, gli ultras dell’“opinione”, propinano ogni giorno i propri sermoni, quasi maniacalmente votati ad abbattere ogni certezza, ogni assoluto, ogni universale, specie se con la “pretesa” d’esser anche oggettivo. Ora, farvi fronte è già un’impresa. Portarseli “in casa” è una sorta di “suicidio” delle coscienze.

Eppure, è quanto accaduto lo scorso 26 febbraio presso il Centro Pastorale Diocesano “Maria Sedes Sapientiae” di Cremona. Nell’ambito del ciclo di incontri dal titolo “La fatica di credere” è stato invitato quale relatore unico – e senza contraddittorio! – il dott. Gherardo Colombo, ex-magistrato noto per aver condotto o contribuito ad inchieste quali quella sulla Loggia P2, sul delitto Ambrosoli, Mani Pulite, i processi Imi-Sir, Lodo Mondadori, Sme, insomma quelli che più hanno sconquassato il panorama politico ed economico italiano degli ultimi decenni.

Ebbene, quali certezze ha donato l’illustre ospite ai presenti? Nessuna. Anzi, ha forse distrutto le poche loro rimaste. A partire dal concetto di “bene”, che – a suo dire – sarebbe problematico definire, «ciascuno di noi» ne avrebbe «una propria idea», le si potrebbero attribuire «chissà quanti significati», oltre tutto «a seconda della persona». Lo stesso dicasi del concetto di “giustizia”. Quanto all’idea di “virtù”, nemmeno da prendere in considerazione, nessuno ne parlerebbe più.

Lo stesso Colombo ha tranquillizzato i presenti, cogliendone sui volti le perplessità: normale, ha detto, che terrorizzi perdere le proprie «certezze assolute». Certezze, tuttavia, non opzionali per chi voglia essere, oltre che dirsi, credente. Di mezzo c’è infatti la Sacra Scrittura, che in merito è chiarissima: la giustizia «deriva dalla fede in Cristo», più specificamente «deriva da Dio» ed è «basata sulla fede» (Fil 3,9). Ed ancora è «Dio» che «fa il bene» (Sal 57,3). Non ci sono storie: credere significa aver questi quali capisaldi, non le teorie di Colombo.

Il discorso dell’ex-magistrato, impregnato di ideologia relativistica, non stupisce. Ciò che stupisce è piuttosto che, a proporre ai fedeli – e non – la sua chiave di lettura, a dargli insomma una “cattedra”, siano proprio quelle strutture ecclesiali – come il Centro Pastorale – ufficialmente incaricate d’esser punto di riferimento culturale per intere Diocesi. Confonder le idee alle persone – specie in questo campo – è già peccato. Che poi sia proprio la Chiesa a farsi autogol, è davvero il colmo.

Donazione Corrispondenza romana