Chiesa cattolica: poderoso attacco del “Corriere” alla Chiesa, ecco il perché

(di Mauro Faverzani) Francamente che il Santo Padre venisse bollato come «intollerante», non ce l’aspettavamo. Che il Vescovo di San Marino-Montefeltro, mons. Luigi Negri, potesse esser accusato di «prepotenza», ci pareva impossibile. Che al Vescovo di Vigevano, mons. Di Mauro, fossero imputabili «pratiche violente», pareva semplicemente infondato e ridicolo.

E, con loro, anche ai tanti levatisi contro lo spettacolo blasfemo del regista Romeo Castellucci, Sul concetto di Volto nel Figlio di Dio, rappresentato a Milano: anche quel mons. Ignazio Sanna, Vescovo di Oristano, ch’era parso in un primo tempo lodare l’opera, salvo poi dichiarare pubblicamente essersi trattato di un malinteso, aggiungendo anzi una condanna “senza se e senza ma” per «qualsiasi opera teatrale che oltraggi la figura di Gesù e offenda la sensibilità dei fedeli». Il “Corriere della Sera”, però, non è d’accordo.

Anzi. Lo scrive a chiare lettere Pierluigi Battista in un sanguigno intervento apparso sull’edizione dello scorso 18 gennaio. Sarebbero questi fedeli barricadieri i temibili nemici, gli «ultrà religiosi», gli «intolleranti» censori. Battista nega che nell’opera di Castellucci vi siano i germi della cristianofobia, poiché priva di spargimento di sangue, come in Pakistan, Arabia Saudita e Nigeria. Che l’Occidente abbia scelto l’ossessiva persecuzione morale e sociale dei cristiani, anziché quella fisica, è un fatto. Ma che di persecuzione pur sempre si tratti, è altrettanto certo, come sancito ormai anche dall’Unione Europea.

Ciò di cui lo spettacolo di Castellucci è un chiaro esempio. Ma il “Corrierone” non ci sta. Ed espone al pubblico ludibrio quanti intendano opporre una “reazione ferma e composta” – oltre tutto «illuminata e guidata dai Pastori» – verso «ogni mancanza di rispetto verso Dio, i Santi ed i simboli religiosi», com’è auspicato da Papa Benedetto XVI in risposta all’appello rivoltogli da Padre Giovanni Cavalcoli a proposito dello spettacolo blasfemo in questione.

La risposta del mondo cattolico, che dice “no” a Castellucci ed allo spacciar per arte ciò ch’è solo blasfemia, è molto chiara: opporvi una protesta pacifica, fatta di recite del Santo Rosario e Sante Messe di riparazione. E questo, paradossalmente, nell’articolo di Battista viene definito «molestia», «invettiva minacciosa» promossa da «nugoli d’urlatori», «integralisti», «folla minacciosa», «turbe di intolleranti», «roghi, segno di una terribile malattia culturale».

Non solo: pregare sarebbe, a suo avviso, un’azione mirante ad «impedire al pubblico di assistere» allo spettacolo, a «mettere il bavaglio», ad «intimidire i milanesi», a «bersagliare dei peggiori epiteti gli innocui spettatori incuriositi», a «difendere una pratica violenta, intollerante, intimidatoria, prepotente»; sarebbe la «prepotenza di chi non vuole che si leggano liberamente libri, che si assista liberamente a spettacoli cinematografici o teatrali, a concerti, a mostre d’arte».

Così Battista, senza freni, mostra la propria foga ideologica, la propria furia giacobina, segno anzi quanto mai eloquente, marchio evidente della violenza verbale e culturale scatenata oggi con arrogante prepotenza, assoluto spregio ed altezzosa superbia contro il popolo cattolico, contro la Chiesa, contro Cristo. Quasi fosse giunto il segnale da un’unica regia, articoli analoghi sono apparsi anche su altre testate come “Repubblica” o più “a destra”, sorta di “fuoco amico”.

Il motivo, però, di tanto accanimento mediatico, insolito per una testata come il “Corriere”, lo si scopre poche pagine prima, nella presentazione del libro, guarda caso, di Sergio Romano, che col “Corriere” collabora, e di suo figlio Beda, dal titolo già più che esplicito La Chiesa contro, libro in cui si biasima il «conservatorismo cattolico», colpevole di contrastare «lo sviluppo tecnico-scientifico e la complessità socio-religiosa dell’Europa degli scambi e dei commerci». Insomma, se l’Italia è arretrata la responsabilità ricadrebbe sulla Chiesa.

Solo il «superamento della pregiudiziale cattolica» avrebbe reso la Svizzera una compagine «moderna». Emblematico il riferimento all’Impero austro-ungarico, stabile – secondo gli autori – solo laddove sussista «una pacifica convivenza tra persone di religione diversa», dimenticando forse (sebbene risulti difficile pensarlo, avendo a che fare con uno storico) come tale convivenza ci fosse effettivamente sotto gli Asburgo, ma sia stata poi devastata dall’intervento di quei nazionalismi “illuminati”, di cui tanto si esalta lo spirito nel libro.

I Romano stravedono per il Concilio Vaticano II, definendolo un gesto di riconciliazione della Chiesa verso «la modernità occidentale». Ed anche per l’Ostpolitik con i Paesi marxisti-leninisti. E qua ancora stupisce come chi è storico possa dimenticare le fonti, molto chiare, ed i testimoni dell’epoca. Circa il Concilio già Papa Paolo VI parlò di «autodemolizione della Chiesa», della sensazione che «da qualche parte» fosse «entrato il fumo di Satana nel Tempio di Dio». Fu molto esplicito al riguardo: «Si credeva che dopo il Concilio» venisse «una giornata di sole per la storia della Chiesa – affermò –. E’ venuta, invece, una giornata di nuvole, di tempesta, di buio».

Pure l’allora Card. Ratzinger nel Rapporto sulla fede di Messori fu altrettanto chiaro: «I risultati che hanno seguito il Concilio – disse – sembrano crudelmente opposti alle attese di tutti. Ci si aspettava un balzo in avanti e ci si è invece trovati di fronte ad un processo progressivo di decadenza. Vie sbagliate hanno portato a conseguenze indiscutibilmente negative».

Quanto all’Ostpolitik, probabilmente gli autori del libro dovrebbero rileggersi le Memorie del Card. Joszef Mindszenty, Primate d’Ungheria, laddove lamentò come «la diplomazia vaticana» avesse «intrapreso giudizi senza conoscere a fondo la situazione» ed evidenziò come le trattative avessero «portato solo vantaggi per i comunisti e gravi svantaggi per il Cattolicesimo». Sarebbero questi, dunque, secondo i Romano i segni della presunta «modernità» della Chiesa, «modernità» definiti addirittura un «capolavoro»? E quali, allora, le ombre per gli autori? Semplice (e per molti versi scontato): la posizione vaticana “pro life”, quindi il no all’eutanasia, alla clonazione, al matrimonio gay, perché «lontani dai credenti».

Urgerebbe un cambio di «identità», «la società che si conforma alle prescrizioni della Chiesa» sarebbe «destinata ad essere scavalcata dalle altre». Ed anzi quel che viene definito l’italico «opportunismo politico-religioso» viene bollato come «il peggiore dei relativismi». Il che significa capovolgere e mistificare in modo aberrante la realtà. Già Papa Benedetto XVI diede una risposta in merito il 30 marzo 2006, allorché, ricevendo i partecipanti al convegno promosso dal Partito Popolare Europeo, specificò essere i principi non negoziabili non «forme di intolleranza o interferenza», bensì interventi tesi a cercar «di illuminare le coscienze» e protesi alla «promozione della dignità» umana.

Senza di essi si compirebbe «un’offesa alla verità della persona» e verrebbe inferta «una grave ferita alla giustizia stessa». Altro che «peggiore dei relativismi»… Ma il “Corriere” non ha voluto mollare il boccone: già due giorni dopo, nell’edizione del 20 gennaio, ha pubblicato un articolo di Hans Küng, che, senza smentirsi, presentando il libro Essere cristiani, ha l’ardire di definire «questioni discusse» i miracoli, l’Immacolata Concezione, l’ascensione al Cielo, la prassi ecclesiale ed il Papato, questioni contro cui –afferma – «si dovevano pure assumere delle posizioni critiche», per «purificare» da «tutte le ideologie religiose» e presentare la Chiesa «in maniera credibile». Biasimando anzi la “gerarchia” cattolica, che dovrebbe vergognarsi «di mettere pubblicamente in dubbio, anzi di diffamare l’ortodossia dell’autore».

Siamo veramente di fronte ad un’imbarazzante arroganza. Che sferra il proprio attacco al «fondamentalismo autoritario-romano-cattolico», «biblico-protestante» e «tradizionalista-oriental-ortodosso», compiendo una sorta di ecumenismo al contrario. Insomma, è in atto un’autentica campagna di disinformazione programmata e programmatica, complice la “grande stampa”. Ma se la Chiesa ha resistito ieri all’Urss ed ancora resiste al comunismo di Cuba, Cina, Vietnam del Nord, è facile confidare che, a maggior ragione, possa sopravvivere anche al “Corriere”… Piaccia o non piaccia a Battisti ed a Küng. (Mauro Faverzani)

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