CHIESA CATTOLICA: perché facciamo i regali di Natale?

Riportiamo alcune dichiarazioni di Padre Robert Sirico, presidente dell’Acton Institute: «Questo è il periodo dell’anno in cui quasi tutti hanno per la testa l’idea di fare regali (se non di riceverli). Siamo anche circondati dalla solita serie di avvertimenti contro il rischio di rendere il Natale troppo materialistico. Cosa che, naturalmente, è del tutto appropriata quando animata dal desiderio di ricordarci che quello che vediamo “velato dalla carne” è Dio, come ci insegna una delle canzoni di Natale più teologiche. Diversa è la questione quando qualcuno vuole persuaderci che il semplice fatto di comprare o di fare regali è in qualche modo peccato e va contro lo spirito del Natale.

Dopo tutto, la tradizione dei regali è radicata nel dono che Dio offre al mondo in suo Figlio, che viene nella forma di fragile bambinello. Allo stesso modo i re magi, i saggi che vennero dall’Est, portarono a Bambin Gesù dei doni esotici per celebrare il suo Avvento.

C’è un altro aspetto, forse più pratico, riguardante i regali di Natale, che vale la pena ponderare: è stato messo in risalto da Arthur Brooks, autore nel 2006 di Who Really Cares: America’s Charity Divide –  Who Gives, Who Doesn’t and Why it Matters (Chi davvero ci mette il cuore: il solco della beneficenza che divide l’America – Chi dà, chi non dà e perché è importante). Brooks ha indagato l’abitudine americana di donare e quello che ha scoperto ha sorpreso alcuni, irritato altri e confermato alcuni sospetti che erano sorti in me da tempo. Fra le sue scoperte infatti c’è il profilo generale di chi dona, che corrisponde a chi ha una forte vita di famiglia e va in chiesa con regolarità.

Ma c’è anche un altro aspetto della ricerca di Brooks che vale la pena notare, soprattutto in questo periodo dell’anno e con le difficoltà economiche di oggi. In una recente conferenza a Roma, Brooks ha detto che la sua ricerca rivelava che «quando si dà, si diventa più felici e quando si diventa più felici si è più produttivi e quindi più ricchi».

Brooks, che tra breve diventerà il nuovo presidente dell’American Enterprise Institute di Washington, sostiene che esiste una sorta di relazione fra generosità, prosperità e felicità.
Ora, nessuna persona di buon senso spingerebbe la gente ad essere generosa con qualcosa che appartiene ad altri; non è certamente un merito indebitarsi per comprare per gli altri delle cose che noi stessi non possiamo permetterci, pur di essere generosi. Ma avere uno spirito generale di gratitudine per gli innumerevoli doni che ci circondano, ebbene si, anche di questi tempi difficili e incerti, significa accrescere una visione positiva del mondo. In questo vediamo uno spirito di speranza che a sua volta ci permette di guardarci intorno e vedere il grandissimo potenziale che il mondo ha in serbo per noi, a patto di tenere gli occhi aperti.

E non è forse questo ciò che celebriamo nei giorni che ci conducono al Natale, mentre attendiamo con speranza la Redenzione?

Non si tratta semplicemente di dare più forza al pensiero che alla materia. A livello prettamente economico, sappiamo che l’essenza stessa dell’impresa e dell’imprenditorialità è la capacità di vedere quello che gli altri non hanno ancora visto e di scoprire quello che gli altri non hanno ancora scoperto. E tutto questo richiede di credere che ci sia effettivamente qualcosa ancora da scoprire.

A livello più sublime, cerchiamo quello che dia un senso ultimo alla nostra esistenza, che non è mai semplicemente materiale: la luce nelle tenebre che penetra il nostro mondo – e le nostre anime.

La sociologia ha confermato le parole della nota preghiera di San Francesco, che “è nel dare che si riceve”. Naturalmente, san Francesco era molto più avanti di noi, non è vero?».

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