Chiesa cattolica: per i vescovi inglesi i vaccini sono moralmente obbligatori

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(Fabio Fuiano) In un articolo della Conferenza Episcopale d’Inghilterra e Galles pubblicato il 30 luglio scorso, i vescovi inglesi hanno preso una netta posizione sul tema dei vaccini, tema che è tornato chiaramente in auge con l’insorgenza della pandemia da Covid-19. In tale documento, salta immediatamente all’occhio l’affermazione seguente:

«La Chiesa Cattolica garantisce un forte sostegno alla vaccinazione e ritiene che i cattolici abbiano un dovere di prima facie di sottoporsi al vaccino, non solo per la propria salute, ma anche per solidarietà nei confronti degli altri, specialmente i più vulnerabili. Riteniamo che vi sia un obbligo morale di garantire la copertura vaccinale necessaria per la sicurezza altrui. Ciò è di fondamentale importanza per la scoperta di un vaccino contro il Covid-19».

Una presa di posizione davvero unica nel suo genere, dal momento che in genere la Conferenza Episcopale inglese tende ad essere generalmente ambigua e fumosa nell’esprimersi sulla moralità o meno di un determinato atto. Non abbiamo ancora dimenticato la loro totale mancanza di giudizio nei riguardi degli atti criminali perpetrati dall’Alder Hey Hospital nei confronti del piccolo Alfie Evans. La loro brevissima nota del 18 aprile 2018, non faceva altro che rimarcare quanto quell’ospedale abbia sempre agito «con integrità e per il bene di Alfie, dal loro punto di vista».

Ad oggi, riguardo ai vaccini, sembrano aver sposato una linea improvvisamente più “intransigente” abbandonando il proprio usuale relativismo in vista di un “oggettivo” obbligo morale di vaccinarsi e vaccinare. Tuttavia nihil novum sub sole: essi hanno attinto a piene mani dalla nota della Pontificia Accademia per la Vita (PAV) del 31 luglio 2017.


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È necessario però ricordare che tale nota non è stata il primo documento con cui la PAV si è espressa sul tema. Ve n’è un altro, antecedente, precisamente del 5 giugno 2005, pubblicato successivamente anche sulla Rivista Internazionale di Bioetica Medicina e Morale da Don Angel Rodríguez Luño, Professore ordinario di Teologia Morale Fondamentale alla Pontificia Università della Santa Croce di Roma e intitolato Riflessioni morali circa i vaccini preparati a partire da cellule provenienti da feti umani abortiti, nel quale il giudizio morale su tali vaccini era totalmente antitetico a quello espresso nel 2017.

Nel documento più recente si afferma che il pronunciamento del 2005 era stato riveduto e corretto «in considerazione del fatto che le linee cellulari attualmente utilizzate sono molto distanti dagli aborti originali e non implicano più quel legame di cooperazione morale indispensabile per una valutazione eticamente negativa del loro utilizzo».

Dovremmo interrogarci sul significato della dicitura «molto distanti dagli aborti originali». Perché tale “distanza” dovrebbe implicare un cambiamento del giudizio morale sull’atto? La distanza, in effetti, è solo temporale. Dal momento stesso del concepimento, che è l’unico momento in cui si ha un cambiamento sostanziale, tutto il resto del processo di sviluppo da embrione ad adulto, passando per le fasi di feto, bambino e adolescente, gode di una perfetta continuità. Non si può dunque parlare di una “distanza” a livello di sostanza, ma nemmeno a livello biologico, in quanto per la genetica tali cellule sono le stesse di cinquant’anni prima. Se, infatti, al bambino abortito cinquant’anni fa fosse stata data la possibilità di venire al mondo, in virtù del principio di continuità, oggi sarebbe lo stesso individuo, solo più vecchio. Dunque tale “distanza” non sembra essere una giustificazione sufficiente per astenersi da una valutazione morale negativa.


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Come se non bastasse, la Pontificia Accademia per la Vita si è spinta oltre, affermando che: «Per quanto riguarda la questione di vaccini che nella loro preparazione potrebbero impiegare o avere impiegato cellule provenienti da feti abortiti volontariamente, va specificato che il “male” in senso morale sta nelle azioni, non nelle cose o nella materia in quanto tali».

Tale frase può sembrare innocua, ma non lo è affatto: l’eco machiavellico nonché proporzionalista è davvero forte. Per di più si sta affermando che nella valutazione dell’atto morale si è espunto il cosiddetto “oggetto”, dando così rilievo solo all’intenzione e alle circostanze. Mi permetto, a tal proposito, di rinviare il lettore ad un articolo pubblicato sul sito degli Universitari per la Vita il 9 luglio 2019, nel quale sono stati spiegati gli elementi per la valutazione dell’atto morale.

Quanto alla questione della cooperazione al male mi sembra quanto mai opportuno riprendere integralmente le considerazioni etiche contenute nel documento della PAV del 2005, il quale aveva una profonda chiarezza di contenuto e meriterebbe di essere riscoperto, invece che insabbiato come purtroppo è stato fatto.


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Il bisogno di articolare una riflessione morale sulla questione sorge principalmente dal collegamento che esiste tra i vaccini […], gli aborti procurati e come viene ottenuto il materiale biologico necessario per la loro preparazione. Se qualcuno rifiuta ogni forma di aborto volontario di feti umani, tale persona non si contraddirebbe permettendo l’uso di questi vaccini di virus vivi attenuati sui loro bambini? Non sarebbe una questione di vera (ed illecita) cooperazione al male, anche se questo male è stato eseguito quarant’anni fa (oramai cinquanta ndr.)?

Prima di procedere a considerare questo specifico caso, abbiamo bisogno di richiamare brevemente i principi contenuti nella dottrina morale e classica con riguardo al problema della cooperazione al male [1], un problema che deriva ogni volta che un agente morale percepisce l’esistenza di un collegamento tra i suoi propri atti ed un’azione moralmente cattiva eseguita da altri.

Il principio della lecita cooperazione nel male

La prima distinzione di principio che può essere fatta è quella fra cooperazione formale e materiale. La cooperazione si configura come formale quando l’agente morale coopera con l’azione immorale di un’altra persona, condividendone la cattiva intenzione. D’altra parte quando un agente morale coopera con l’azione immorale di un’altra persona, senza condividerne la cattiva intenzione si configura una cooperazione materiale.

La cooperazione materiale può essere divisa ulteriormente nelle categorie di immediata (diretta) e mediata (indiretta), a seconda che si tratti di cooperare con l’esecuzione dell’atto cattivo in quanto tale, oppure che si agisca realizzando le condizioni – o fornendo strumenti o prodotti – che rendono possibile l’effettuazione dell’atto cattivo. In relazione, poi, alla “distanza” (sia temporale che in termini di connessione materiale) tra l’atto di cooperazione e l’atto cattivo ad opera altrui, si distingue una cooperazione prossima e una cooperazione remota. La cooperazione materiale immediata è sempre prossima mentre la cooperazione materiale mediata può essere prossima o remota.

La cooperazione formale è sempre moralmente illecita perché rappresenta una forma di partecipazione diretta ed intenzionale nell’azione peccaminosa di un’altra persona [2]. La cooperazione materiale può talvolta essere lecita (in base alle condizioni del “duplice effetto” o “volontario indiretto”) ma quando si configura come una cooperazione materiale immediata ad attentati gravi contro la vita umana, essa è da ritenersi sempre illecita, data la preziosità del valore in gioco [3].

Un’ulteriore distinzione della morale classica è quella tra cooperazione al male attiva (o positiva) e cooperazione al male passiva (o negativa), riferendosi la prima al compimento di un atto di cooperazione ad un’azione cattiva compiuta da un altro, mentre la seconda all’omissione di un atto di denuncia o di impedimento di una azione cattiva compiuta da un altro, nella misura in cui sussisteva il dovere morale di fare ciò che è stato omesso [4]. Anche la cooperazione passiva può essere formale o materiale, immediata o mediata, prossima o remota. Ovviamente, è da ritenersi illecita ogni cooperazione passiva formale, ma anche la cooperazione passiva materiale generalmente va evitata, pur se si ammette (da parte di molti autori) che non c’è l’obbligo rigoroso di evitarla quando sussistesse un grave incomodo.

Applicazione all’uso di vaccini preparati con cellule provenienti da embrioni o feti abortiti volontariamente

Nel caso specifico in esame, tre categorie di persone sono coinvolte nella cooperazione al male, male che, ovviamente, è rappresentato dall’atto di aborto volontario compiuto da altri: a) chi prepara i vaccini mediante ceppi di cellule umane provenienti di aborti volontari; b) chi partecipa alla commercializzazione di tali vaccini; c) chi ha la necessità di utilizzarli per ragioni di salute.

Innanzitutto, va considerata moralmente illecita ogni forma di cooperazione formale (condivisione dell’intenzione cattiva) all’atto di chi ha compiuto l’aborto volontario che ha permesso il reperimento dei tessuti fetali, necessari alla preparazione dei vaccini. Pertanto, chiunque – indipendentemente dalla categoria di appartenenza – cooperasse in qualche modo, condividendone l’intenzione, all’effettuazione di un aborto volontario, finalizzato alla produzione dei vaccini in oggetto, parteciperebbe di fatto alla medesima malizia morale di chi ha compiuto tale aborto. Una tale partecipazione si realizzerebbe ugualmente qualora, sempre condividendo l’intenzione abortiva, ci si limitasse a non denunciare o contrastare, avendo il dovere morale di farlo, tale azione illecita (cooperazione formale passiva).

Qualora tale condivisione formale dell’intenzione cattiva di chi ha compiuto l’aborto non sussista, l’eventuale cooperazione si configurerebbe come materiale, con le seguenti specificazioni. Per quanto riguarda la preparazione, distribuzione e commercializzazione di vaccini realizzati grazie all’impiego di materiale biologico la cui origine è collegata a cellule provenienti da feti volontariamente abortiti, in linea di principio va detto che tale processo è moralmente illecito, poiché esso potrebbe contribuire di fatto a incentivare l’effettuazione di altri aborti volontari, finalizzati alla produzione di tali vaccini.

Tuttavia, va riconosciuto che all’interno della catena di produzione – distribuzione –commercializzazione , i vari agenti cooperanti possono avere responsabilità morali differenziate. Ma c’è un altro aspetto da considerare ed è quello della cooperazione materiale passiva che si verrebbe a realizzare da parte dei produttori di questi vaccini, qualora essi non denunciassero e rifiutassero pubblicamente l’atto cattivo d’origine (l’aborto volontario), ed insieme non si impegnassero a ricercare e a promuovere forme alternative, prive di malizia morale, per la produzione degli stessi vaccini. Una tale cooperazione materiale passiva, qualora si verificasse, è altrettanto illecita.

Per quanto concerne chi ha la necessità di utilizzare tali vaccini per ragioni di salute, va precisato che, esclusa ogni cooperazione formale, generalmente medici o genitori che per i loro bambini ricorrono all’uso di tali vaccini, pur conoscendone l’origine (l’aborto volontario), realizzano a) una forma di cooperazione materiale mediata molto remota, e quindi molto debole, rispetto all’atto abortivo, b) una cooperazione materiale mediata, rispetto alla commercializzazione di cellule provenienti da aborti, e c) immediata, rispetto alla commercializzazione dei vaccini prodotti con tali cellule. La cooperazione più forte è quella delle autorità e dei sistemi sanitari nazionali che accettano l’uso dei vaccini. Ma in questa situazione, più emergente è l’aspetto della cooperazione passiva. Ai fedeli e ai cittadini di retta coscienza (padri famiglia, medici, ecc.) spetta di opporsi, anche con l’obiezione di coscienza, ai sempre più diffusi attentati contro la vita e alla “cultura della morte” che li sostiene […]. Inoltre, sul piano culturale, l’uso di tali vaccini contribuisce a creare un consenso sociale generalizzato all’operato delle industrie farmaceutiche che li producono in modo immorale. Pertanto, i medici e i padri di famiglia hanno il dovere di ricorrere a vaccini alternativi [5] (se esistenti), esercitando ogni pressione sulle autorità politiche e sui sistemi sanitari affinché altri vaccini senza problemi morali siano disponibili. Essi dovrebbero invocare, se necessario, l’obiezione di coscienza [6] rispetto all’uso di vaccini prodotti mediante ceppi cellulari di origine fetale umana abortiva.

Ugualmente dovrebbero opporsi con ogni mezzo (per iscritto, attraverso le diverse associazioni, i mass media, ecc.) ai vaccini che non hanno ancora alternative senza problemi morali, facendo pressione affinché vengano preparati vaccini alternativi non collegati a un aborto di feti umani e chiedendo un controllo legale rigoroso delle industrie farmaceutiche produttrici.

[1] D.M. Prümmer O. Pr., De cooperatione ad malum, in Manuale Theologiae Moralis secundum Principia S. Thomae Aquinatis, Tomus I, Friburgi Brisgoviae, Herder & Co., 1923, Pars I, Trat. IX, Caput III, n.2, pp.429-234. K.H. Peschke, Cooperation in the sins of others, in Christian Ethics. Moral Theology in the Light of Vatican II, vol. I, General Moral Theology, C. Goodliffe Neale Ltd., Arden Forest Indusatrial Estate, Alcester, Warwickshire, B49 6Er, revised edition, 1986, pp. 320-324. A. Fisher, Cooperation in Evil, Catholic Medical Quarterly, 1994, pp. 1522. D. Tettamanzi, Cooperazione, in Dizionario di Bioetica, S. Leone,  S. Privitera ed., Istituto Siciliano di Bioetica, EDB-ISB, 1994, pp.194-198. L. Melina, La cooperazione con azioni moralmente cattive contro la vita umana, in Commentario Interdisciplinare alla “Evangelium Vitae”, E. Sgreccia, Ramòn Luca Lucas ed., Libreria Editrice Vaticana, 1997, pp. 467-490. E. Sgreccia, Manuale di Bioetica, vol. I, Ristampa della terza edizione, Vita e Pensiero, Milano, 1999, pp. 362-363.

[2] Cf. Giovanni Paolo II, Enc. Evangelium vitae, n.74.

[3] Ibidem.

[4] Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1868.

[5] Tali vaccini alternativi sono vaccini preparati mediante ceppi di cellule non umane, ad esempio la linea cellulare Vero (da scimmie) (D. Vinnedge), le cellule di rene di coniglio o di scimmie, o le cellule di embrioni di pollo. Tuttavia è da osservare che si sono verificati gravi allergie con alcuni dei vaccini cosi preparati. L’utilizzo della tecnologia dell’ADN ricombinante potrebbe portare in un prossimo futuro allo sviluppo di nuovi vaccini che non necessiteranno più dell’uso delle culture di cellule diploide umane per l’attenuazione del virus e la sua coltivazione, perché tali vaccini non saranno preparati a partire del virus attenuato, ma a partire del genoma del virus e dei antigeni così sviluppati (G.C Woodrow, W.M. McDonnell e F.K. Askari). Alcuni studi sperimentali sono stati già condotti utilizzando vaccini a ADN elaborati a partire del genoma del virus della rosolia. Inoltre, alcuni ricercatori asiatici stanno cercando di utilizzare il virus della varicella come vettore per l’inserimento di geni codificanti gli antigeni virali della rosolia. Questi studi sono ancora preliminari e la messa a punto di preparazioni vaccinali utilizzabili nella pratica clinica richiede tempi lunghi e costi elevati. D. Vinnedge, The Smallpox Vaccine, The National Catholic Bioethics Quarterly, Spring 2000, vol.2, n°1, p. 12. G.C. Woodrow, An Overview of Biotechnology As Applied to Vaccine Development, in «New Generation Vaccines», G.C. Woorow, M.M. Levine eds., Marcel Dekker Inc., New York and Basel, 1990, vedi pp. 32-37. W.M. McDonnell, F.K. Askari, Immunization, JAMA, 10 December 1997, vol. 278, n°22, pp. 2000-2007, vedi pp. 2005-2006.

[6] Un tale dovere può portare, di conseguenza, a fare “obiezione di coscienza” quando l’atto riconosciuto illecito è un atto permesso o anche incoraggiato dalle leggi del paese e attenta alla vita umana. L’Enciclica Evangelium Vitae ha sottolineato questo “obbligo di opporsi” alle leggi che permettono l’aborto o l’eutanasia “mediante obiezione di coscienza” (n.73).

 

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