CHIESA CATTOLICA: mons. Marini spiega le decisioni di Benedetto XVI in materia liturgica

Importante intervista rilasciata all’“Osservatore Romano”, dal maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, monsignor Guido Marin.





In un’importante intervista rilasciata all’“Osservatore Romano” del 26 giugno, il maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, monsignor Guido Marini, prendendo spunto da una nuova configurazione del pallio indossato dal Papa, spiega alcune recenti decisioni di Benedetto XVI in materia liturgica.

«Quello che sarà indossato da Benedetto XVI a partire dalla solennità dei santi Pietro e Paolo – spiega mons. Marini – riprende la forma del pallio usato fino a Giovanni Paolo II, sebbene con foggia più larga e più lunga, e con il colore rosso delle croci. La differente forma del pallio papale rispetto a quello dei metropoliti mette in risalto la diversità di giurisdizione che dal pallio è significata».

Circa il ritorno all’uso del pastorale a forma di croce, mons. Marini afferma: «Il pastorale dorato a forma di croce greca – appartenuto al beato Pio IX e usato per la prima volta da Benedetto XVI nella celebrazione della Domenica delle Palme di quest’anno – è ormai utilizzato costantemente dal pontefice, che ha così ritenuto di sostituire quello argenteo sormontato dal crocifisso, introdotto da Paolo VI e utilizzato anche da Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II e da lui stesso.

Tale scelta non significa semplicemente un ritorno all’antico, ma testimonia uno sviluppo nella continuità, un radicamento nella tradizione che consente di procedere ordinatamente nel cammino della storia. Questo pastorale, denominato “ferula”, risponde infatti in modo più fedele alla forma del pastorale papale tipico della tradizione romana, che è sempre stato a forma di croce e senza crocifisso, perlomeno da quando il pastorale è entrato nell’uso dei romani pontefici».
E il pastorale realizzato da Lello Scorzelli per Papa Montini a metà degli anni Sessanta? Risponde mons. Marini: «Resta a disposizione della sagrestia pontificia, insieme a tanti oggetti appartenuti ai predecessori di Benedetto XVI».

Per quanto riguarda l’alto trono papale, utilizzato in occasioni come il Concistoro, e la croce ritornata al centro dell’altare: «Il cosiddetto trono, usato in particolari circostanze, vuole semplicemente mettere in risalto la presidenza liturgica del Papa, successore di Pietro e vicario di Cristo.

Quanto alla posizione della croce al centro dell’altare, essa indica la centralità del crocifisso nella celebrazione eucaristica e l’orientamento esatto che tutta l’assemblea è chiamata ad avere durante la liturgia eucaristica: non ci si guarda, ma si guarda a Colui che è nato, morto e risorto per noi, il Salvatore. Dal Signore viene la salvezza, Lui è l’Oriente, il Sole che sorge a cui tutti dobbiamo rivolgere lo sguardo, da cui tutti dobbiamo accogliere il dono della grazia. La questione dell’orientamento liturgico nella celebrazione eucaristica, e il modo anche pratico in cui questo prende forma, ha grande importanza, perché con esso viene veicolato un fondamentale dato insieme teologico e antropologico, ecclesiologico e inerente la spiritualità personale».

Circa la celebrazione all’antico altare rivolto verso il Giudizio, nella Cappella Sistina, mons. Marini spiega: «Nelle circostanze in cui la celebrazione avviene secondo questa modalità, non si tratta tanto di volgere le spalle ai fedeli, quanto piuttosto di orientarsi insieme ai fedeli verso il Signore. Da questo punto di vista “non si chiude la porta all’assemblea”, ma “si apre la porta all’assemblea” conducendola al Signore. Si possono verificare particolari circostanze nelle quali, a motivo delle condizioni artistiche del luogo sacro e della sua singolare bellezza e armonia, divenga auspicabile celebrare all’altare antico, dove tra l’altro si conserva l’esatto orientamento della celebrazione liturgica. Non ci si dovrebbe sorprendere: basta andare nella basilica di San Pietro al mattino e vedere quanti sacerdoti celebrano secondo il rito ordinario scaturito dalla riforma liturgica, ma su altari tradizionali e dunque orientati come quello della Cappella Sistina».

Quanto alla comunione data dal Papa in bocca ai fedeli inginocchiati – nella recente visita a Santa Maria di Leuca e Brindisi – Marini afferma che diventerà «prassi abituale nelle celebrazioni papali». E prosegue: «Al riguardo non bisogna dimenticare che la distribuzione della comunione sulla mano rimane tuttora, dal punto di vista giuridico, un indulto alla legge universale, concesso dalla Santa Sede a quelle conferenze episcopali che ne abbiano fatto richiesta.

La modalità adottata da Benedetto XVI tende a sottolineare la vigenza della norma valida per tutta la Chiesa. In aggiunta si potrebbe forse vedere anche una preferenza per l’uso di tale modalità di distribuzione che, senza nulla togliere all’altra, meglio mette in luce la verità della presenza reale nell’Eucaristia, aiuta la devozione dei fedeli, introduce con più facilità al senso del mistero. Aspetti che, nel nostro tempo, pastoralmente parlando, è urgente sottolineare e recuperare».

A chi accusa Benedetto XVI di voler «imporre così modelli preconciliari» il cerimoniere pontificio, Marini replica: «Per quanto riguarda termini come “preconciliari” e “postconciliari” utilizzati da alcuni, mi pare che essi appartengano a un linguaggio ormai superato e, se usati con l’intento di indicare una discontinuità nel cammino della Chiesa, ritengo che siano errati e tipici di visioni ideologiche molto riduttive.

Ci sono “cose antiche e cose nuove” che appartengono al tesoro della Chiesa di sempre e che come tali vanno considerate. Il saggio sa ritrovare nel suo tesoro le une e le altre, senza appellarsi ad altri criteri che non siano quelli evangelici ed ecclesiali. Non tutto ciò che è nuovo è vero, come d’altronde neppure lo è tutto ciò che è antico. La verità attraversa l’antico e il nuovo ed è ad essa che dobbiamo tendere senza precomprensioni.
La Chiesa vive secondo quella legge della continuità in virtù della quale conosce uno sviluppo radicato nella tradizione. Ciò che più importa è che tutto concorra perché la celebrazione liturgica sia davvero la celebrazione del mistero sacro, del Signore crocifisso e risorto che si fa presente nella sua Chiesa riattualizzando il mistero della salvezza e chiamandoci, nella logica di un’autentica e attiva partecipazione, a condividere fino alle estreme conseguenze la sua stessa vita, che è vita di dono di amore al Padre e ai fratelli, vita di santità».

Per quanto riguarda il motu proprio Summorum Pontificum, mons. Marini afferma di non sapere se Benedetto XVI celebrerà egli stesso in pubblico una Messa secondo il Rito, tradizionale e precisa:
«Quanto al motu proprio citato, considerandolo con serena attenzione e senza visioni ideologiche, insieme alla lettera indirizzata dal Papa ai vescovi di tutto il mondo per presentarlo, risalta un duplice preciso intendimento. Anzitutto, quello di agevolare il conseguimento di “una riconciliazione nel seno della Chiesa”; e in questo senso, come è stato detto, il motu proprio è un bellissimo atto di amore verso l’unità della Chiesa. In secondo luogo – e questo è un dato da non dimenticare – il suo scopo è quello di favorire un reciproco arricchimento tra le due forme del rito romano:è  in modo tale, per esempio, che nella celebrazione secondo il messale di Paolo VI (che è la forma ordinaria del rito romano) “potrà manifestarsi in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti all’antico uso”».

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