CHIESA CATTOLICA: il Santo Padre e i problemi dell’Africa

Pubblichiamo l’editoriale di Roberto de Mattei apparso sulla rivista “Radici Cristiane” n. 44, maggio 2009.

Ogni richiamo del Papa alla dottrina della Chiesa in materia morale costituisce ormai motivo di contestazione da parte delle lobby laiciste. È quanto è accaduto il 17 marzo quando, parlando con un giornalista francese sull’aereo che lo portava in Camerun, Benedetto XVI ha detto che il problema dell’AIDS non può essere risolto con la distribuzione di preservativi (in inglese “condom”); al contrario, ha aggiunto il Santo Padre, questi presentano il rischio di aumentare il problema.


La soluzione, invece, «può trovarsi solo in un duplice impegno: il primo, una umanizzazione della sessualità, cioè un rinnovo spirituale e umano che porti con sé un nuovo modo di comportarsi l’uno con l’altro, e secondo, una vera amicizia anche e soprattutto per le persone sofferenti, la disponibilità, anche con i sacrifici, con rinunce personali, a essere con i sofferenti».

Non è la prima volta che il Santo Padre esprime questi concetti. Lo aveva fatto il 6 ottobre 2005 in un discorso ai vescovi dell’Africa meridionale e il 2 dicembre dello stesso anno, in occasione della Giornata Mondiale contro l’AIDS.

In entrambi i casi, Benedetto XVI aveva ricordato che la vera lotta all’AIDS è quella basata sull’insegnamento della castità e della fedeltà. In termini analoghi si era espresso il suo predecessore Giovanni Paolo II, parlando ai vescovi dello Zambia, il 3 settembre 1994, ai vescovi del Gambia, della Liberia e della Sierra Leone, il 15 febbraio 2003, e a quelli della Tanzania, l’11 marzo 2005.

In quest’ultimo messaggio, dal Policlinico Gemelli, Papa Wojtila aveva ricordato che «la fedeltà all’interno del matrimonio e l’astinenza al di fuori di esso sono gli unici metodi sicuri per limitare l’ulteriore diffusione dell’AIDS». Nulla di nuovo dunque, da parte della Chiesa; ma sufficiente per scatenare un linciaggio mediatico senza precedenti. Contro il Papa sono scesi in campo il Governo della Francia, per bocca del portavoce del ministro degli Esteri; il Governo tedesco, nella persona di due ministre, e la stessa Commissione Europea.

Ma anche qualche vescovo cattolico, come quello ausiliario di Amburgo, Hans Iochen Jaschke, si è sommessamente unito al coro. In Francia, alla posizione del Governo, ha fatto eco una blasfema vignetta pubblicata dal quotidiano “Le Monde”, in cui si rappresenta Gesù Cristo mentre fa il miracolo della «moltiplicazione dei preservativi» distribuendone a piene mani ad una popolazione di africani. La pubblicazione di questo insulto alla fede di milioni di cattolici non ha suscitato nessuna protesta analoga a quelle avutesi anche in Europa contro le caricature di Maometto pubblicate nel 2006 dal giornale danese “Jylland Posten”. Ancora oggi, ai primi di aprile, il premier turco Erdogan si è opposto fino all’ultimo alla nomina del danese Fogh Anders Rasmussen alla guida della Nato, proprio per la sua mancata censura alle vignette anti-islamiche.

Le accuse di “Le Monde” e dei politici europei si basano d’altra parte su di un grossolano sofisma: l’unico o il principale strumento di contenimento dell’AIDS, si dice, sono i profilattici. Criticandone l’uso, Benedetto XVI si rende colpevole della diffusione di questo flagello. Ergo: il Papa è un irresponsabile e un criminale. La reazione degli stessi ambienti cattolici a questo sofisma è stata tiepida e si è concentrata sul falso problema della scarsa efficacia dei “condom” contro l’AIDS. La questione è invece un’altra: il Papa ha perfettamente ragione nell’affermare che l’uso dei profilattici rischia di aggravare la diffusione dell’AIDS, perché la vera pandemia che affligge l’Africa e il mondo intero non è l’AIDS, ma la sregolatezza sessuale. L’AIDS è la conseguenza, non la causa, di un male che, per essere evitato, va curato alle radici.

Le radici stanno in una filosofia che nega l’esistenza della legge naturale e pone la felicità dell’uomo nell’appagamento del piacere. Questa filosofia del piacere e della sregolatezza, riassunta dalla formula “vietato vietare” è stata diffusa in Occidente dalla Rivoluzione del Sessantotto. Come conseguenza di questa Rivoluzione culturale, il sesso oggi invade e pervade la nostra vita quotidiana. La pornografia ci assedia, dai cartelloni pubblicitari ai siti internet. Come la droga, essa costituisce uno dei principali “business” della nuova criminalità. Ma le origini del crimine stanno nel relativismo sessantottino, secondo cui tutto è permesso, perché nulla è vietato da una legge morale oggettiva e immutabile.

Benedetto XVI ci ricorda, con le sue parole, l’esistenza di una “legge del sacrificio” opposta a quella del piacere: una legge che comporta la possibilità dell’astinenza sessuale in vista di un bene superiore. La castità, per i cristiani, può e deve essere praticata in forma parziale all’interno del matrimonio e in forma assoluta al di fuori di esso. È questo l’insegnamento perenne della Chiesa che il Papa ha voluto ricordare nel suo viaggio in Africa.

Oggi campeggiano sui media le immagini di attrici, modelle, “showgirl”, “veline”, perfino suore “cubiste”, come quella che si è esibita il 7 aprile a Santa Croce in Gerusalemme davanti a illustri prelati: tratto comune a queste figure è la mancanza del sentimento del pudore. Eppure la storia della Chiesa e dell’Europa è anche quella di modelli femminili che hanno onorato la purezza fino all’offerta della vita. I nomi di santa Lucia, sant’Agata, santa Cecilia, sant’Agnese sono scolpiti nel martirologio antico, ma anche i tempi moderni hanno conosciuto esempi di eroica testimonianza.

Dopo quello di santa Maria Goretti, morta a 12 anni, nel 1902, per difendere la sua verginità, vanno ricordati nomi meno noti ma altrettanto luminosi: la beata Carolina Kozka, polacca, trafitta nel 1914, a sedici anni, dalla spada di un soldato russo che aveva cercato di violentarla; la beata Albertina Berkenbroc sgozzata dal suo aggressore nel 1931, a 12 anni, in Brasile; la beata Antonia Mesina di Orgosolo, massacrata a colpi di pietra, a sedici anni, nel 1935, da un compaesano accecato dal suo rifiuto; la beata Teresa Bracco, piemontese, percossa a morte nel 1944 a 24 anni, da un soldato tedesco per aver difeso la propria castità; la beata Pierina Morosini di Bergamo, uccisa a 26 anni nel 1957, nel tentativo di difendersi dall’aggressione.

Queste stelle di vergini e martiri brillano nel firmamento della Chiesa, mentre le “pornostar” sono destinate a spegnersi nel buio dell’eternità. Due concezioni del mondo oggi si affrontano: la prima si richiama al modello della purezza cattolica, la seconda al disordine sessuale, simboleggiato dal “condom”. I preservativi aggravano il male che vogliono evitare perché costituiscono un invito alla pratica del sesso, presentato come “sicuro” e, implicitamente, “necessario”. Il messaggio che essi veicolano è che è impossibile rinunciare al piacere sessuale, e anzi è doveroso fruirne, purché ciò avvenga senza rischio fisico. Nessuno ricorda l’esistenza di un rischio morale ben più grave della sofferenza temporanea del corpo: il peccato, che conduce alla perdizione eterna, ovvero alla eterna sofferenza dell’anima.

L’AIDS è indubbiamente una tragedia sociale. Ma se ogni catastrofe naturale subita dagli uomini, come i terremoti, deve essere considerata anche nell’aspetto espiatorio che ha ogni sofferenza, a maggior ragione ciò vale quando la catastrofe non è solo subita, ma scelta da parte di chi deliberatamente viola la legge naturale. Peggiore ancora è la sorte di chi giustifica o teorizza la violazione di questa legge, soprattutto se riveste cariche pubbliche, magari addirittura ecclesiastiche. Questa, e non altra, è la malattia mortale del nostro tempo.

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