Chiesa Cattolica: Gesù Cristo e il teologo moderno

(di Cesaremaria Glori) Sabato 10 dicembre, a Belluno, il teologo friulano don Rinaldo Fabris, invitato dalla Fondazione Liberal, è venuto a presentare il suo ultimo ponderoso lavoro a cui ha dato il titolo Gesù Nazareno. Sono andato a sentire questo teologo con apprensione ma anche con speranza. Con apprensione perché, negli ultimi tempi, dai teologi sono venute tante di quelle idee confuse e contraddittorie che ci hanno allarmato sino a porci la domanda se essi credono veramente nella divinità di Gesù; con speranza perché, dopo l’uscita del secondo volume su Gesù da parte del Papa teologo, era venuta una folata di vento chiarificatore a spazzare le nubi dell’incertezza.

L’inizio è stato promettente. Il prof. Fabris ha spiegato il perché di quel suo titolo in apparenza riduttivo: Gesù Nazareno, senza alcun altro aggettivo. La spiegazione che ne ha dato mi ha rincuorato, perché essa si rifaceva a quanto sostenuto da Israel Zolli, il rabbino di Roma durante i difficili anni di guerra, poi convertitosi al Cristianesimo assumendo il nome di Eugenio in omaggio e in riconoscenza verso Pio XII. Nazareno significa, infatti, sotto l’aspetto semantico aramaico, “Oratore affascinante e trascinatore”.

Le apprensioni hanno preso corpo subito dopo, quando il professore è passato a ripetere la domanda che Gesù rivolse ai discepoli in quel di Cesarea di Filippo, l’odierna Banias: «Chi dite voi che io sia?» Le affermazioni fatte dal teologo sono state, a dir poco, allarmanti. A sentir lui non soltanto gli apostoli erano incerti sulla identità di Gesù, ma Gesù stesso. Sapeva Gesù di essere il figlio di Dio e il Messia promesso? Secondo il teologo Gesù non sapeva di essere Dio. Sapeva di avere una missione ma che egli fosse il Figlio del Dio vivente lo stava scoprendo Lui stesso. Tanto è vero che Gesù stesso raccomandò più volte ai suoi discepoli di tacere su certe manifestazioni straordinarie e su alcune aperture sulla sua vera natura. Da qui in avanti è stato un crescendo. Gesù non sapeva di essere Dio e lo avrebbero provato le sue accorate parole nell’Orto del Getsemani e quella disperata invocazione sulla croce «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato».

A questo punto si innestava lo spinoso problema sulla duplice natura di Gesù nell’unica sua persona. Su questo aspetto la spiegazione del professore è stata sfumata, sfuggente, ingannatrice. L’acme è stato raggiunto quando si è trattato di chiarire il problema su chi far ricadere la responsabilità della condanna a morte di Gesù e se la sua morte fosse necessaria per la Redenzione del genere umano. Seppur con parole ovattate e circonlocuzioni contraddittorie, il professore ha concluso che responsabile della condanna a morte di Gesù fu soltanto Pilato e che marginale fu quella dei Giudei, sino al punto di relativizzare quanto riportato da tutti gli Evangelisti, facendo divenire le loro relazioni un prudente dirottamento di quella responsabilità sul popolo ebraico al fine di non compromettere la missione evangelizzatrice intrapresa di fronte al potere romano.

Altra apprensione ancora più vulnerante è stata provocata dalle affermazioni che Gesù non avrebbe mai manifestato la sua natura divina, se non in modo criptico e tutt’altro che chiarificatore. Sono rimasto sbalordito. Proprio il giorno successivo, terza domenica di Avvento, la prima lettura della Messa si apriva con quel brano di Isaia che Gesù stesso lesse nella sinagoga di Nazareth dichiarando che si riferiva a lui stesso. In quell’occasione Gesù manifestò chiaramente ai suoi compaesani di Nazareth che a Lui si riferivano le parole del profeta (Luca, 4, 16-30). Fu una Sua inequivocabile epifania, tanto che quei compaesani volevano gettarlo giù dalla rupe. Altre chiare manifestazioni della Sua divinità sono numerose nei Vangeli, ma per il teologo Fabris sono rimaste lettera morta.

Che dire poi della sua affermazione, venuta chiaramente alla ribalta nel successivo dibattito, che il sacrificio di Gesù non fosse necessario per la redenzione dell’Umanità? La Sua morte fu un evento suscettibile di assumere esiti diversi soltanto se Gesù non avesse perseverato in quel Suo ostinato contrapporsi all’Oligarchia giudaica. Gesù avrebbe potuto anche salvarsi se lo avesse voluto. Non era, insomma, scontato che il Suo sacrificio fosse ineluttabile per un chiaro disegno divino. Nel successivo dibattito si è fatto notare che una tesi del genere avrebbe condotto alla relativizzazione dello stesso peccato originale inducendo al possibile pensiero che la colpa sarebbe stata di Dio stesso nel creare Adamo, pur sapendo che questi avrebbe peccato.

Ecco allora che il pensiero del teologo si rivela come profondamente intriso di relativismo moderno ove tutto è casuale, inafferrabile e dettato dal comportamento degli esseri umani con Dio (ma che razza di Dio è questo?) indaffarato spettatore.

Spero di sbagliarmi ma quelle idee sono fuorvianti e quel grosso volumone che il teologo ha presentato a Belluno è tutt’altro che un contributo alla rievangelizzazione auspicata sia da Giovanni Paolo II che da Benedetto XVI. Quel librone è come un mattone scagliato contro le vetrate della Chiesa. (Cesaremaria Glori)

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