Chiesa Cattolica: Enzo Bianchi e i teologi olandesi

(di Lorenzo Bertocchi) Apprendo con piacere della neo-nata vocazione apologetica del priore di Bose, Enzo Bianchi, che, sul quotidiano “La Stampa” di venerdì 23 dicembre, difende la Chiesa (olandese) rispetto a chi «specula» sulla tremenda piaga della pedofilia. La sua analisi è puntuale quando rileva come «i dati confermino ogni volta che la percentuale di tali crimini commessi all’interno delle istituzioni cattoliche non si discosta da quella relativa a qualsiasi tipo di istituzione che si prende cura dei minori, specialmente se prevede la convivenza quotidiana tra educatori e minori».

E fin qui nulla di nuovo, il rapporto Deetman, infatti, giunge alle stesse conclusioni di altre indagini di questo tipo condotte in varie parti del mondo. Il prosieguo rivela però altre intenzioni apologetiche.

«Ancora più improprio – dice Enzo Bianchi – mi appare l’accostamento delle cifre spaventose di abusi all’immagine della Chiesa olandese così aperta e all’avanguardia nella ricezione del Concilio Vaticano II, quasi a lasciar intendere che il clima di rinnovamento di quella stagione e l’episcopato più conciliare abbiano influito al terribile degrado».

A questo proposito però diciamo che se è da provare che ci sia un nesso, ovviamente sarebbe da provare anche il contrario, e forse non basta notare che «delle decine di migliaia di abusi di cui si è occupata la commissione, commessi tra il 1945 e il 2010, oltre l’ottanta per cento risale agli anni precedenti il Concilio». Ma, per Enzo Bianchi, questo è già sufficiente per chiedersi: «Come si può allora parlare onestamente di “disfatta postconciliare dell’ultraprogressista Chiesa olandese”?».

Sul fatto che ci sia stata una qualche «disfatta» si potrebbero, ad esempio, leggere i dati sulle vocazioni, ma, se anche fosse, come mai proprio il rapporto Deetman, nella sua versione inglese, indica il periodo post-conciliare (1960-1990) come il più refrattario alla soluzione del problema abusi su minori? Proprio in quel periodo, sottolinea il rapporto, c’è stata la maggiore omertà. Anche questo sarebbe da approfondire.

Infine, Bianchi sferra la sua arma apologetica definitiva: «Come si possono collegare tali misfatti al “catechismo olandese”, opera a suo tempo criticata dalle autorità ecclesiastiche per alcune posizioni teologiche, ma non certo morali?». Qui casca l’asino, perché si dà il caso che, al momento della pubblicazione del Nuovo Catechismo olandese, la curia romana rilevò, accanto a 14 punti di carattere più strettamente dottrinale (robetta tipo la verginità di Maria, la presenza reale di Cristo nell’Eucarestia, l’esistenza degli Angeli e altre cosucce così), un’altra quarantina di elementi ambigui “minori”, dei quali molti di carattere morale, come emerge dagli atti dell’incontro di Gazzada (VA), avvenuto nel 1967 tra teologi inviati dal Papa e teologi olandesi.

Nel tentativo di rendere il discorso appetibile per il contemporaneo, nella ottica di un aperto storicismo, i teologi olandesi mostravano di scambiare l’attualità per la verità, e così in campo etico il bene rischia di ridursi a ciò che è adeguato ad un determinato periodo e a un certo compito storico. Ma la curia romana non si limitò a questioni di principio, furono rilevati una serie di punti concreti su cui si chiedeva di intervenire correggendo ambiguità evidenti nel testo del catechismo olandese, ad esempio sul matrimonio, sulla procreazione “responsabile”, sull’autoerotismo, sul celibato sacerdotale, ecc.

Per questo mi pare abbastanza difficile sostenere, come fa il Bianchi, che il «catechismo olandese» fosse criticato dalle autorità ecclesiastiche solo «per alcune posizioni teologiche, ma non certo morali». Sarebbe poi interessante indagare se veramente tra queste posizioni e i “misfatti” degli abusi vi sia una totale indifferenza. Per il resto, in merito alla questione pedofilia, siamo d’accordo con Enzo Bianchi sul fatto che «non giova a nessuno speculare su simili tragedie». A nessuno. (Lorenzo Bertocchi)

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