Caso Viganò: l’arcivescovo e il suo doppio

2020-15-03_Vigano
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(Roberto de Mattei) Il pontificato di papa Francesco volge al tramonto, come ormai molti ammettono, ma un tramonto può essere burrascoso e nessuno sa quanto profonda sarà la notte che ad esso seguirà prima che finalmente sorga l’alba.

La rinuncia all’arcidiocesi Monaco di Baviera da parte del cardinale Marx è uno dei segni della tempesta che si addensa, ma esiste un’altra nube minacciosa, tanto più inquietante in quanto portata non dal vento del progressismo, ma dal vento del cosiddetto tradizionalismo. La nube ha la figura, se non l’identità di un illustre prelato: mons. Carlo Maria Viganò, arcivescovo titolare di Ulpiana ed ex-nunzio apostolico negli Stati Uniti. Che cosa sta accadendo dunque?

Mons. Viganò è un arcivescovo che si è distinto nel servizio alla Chiesa, condotto sempre, con generosità e spirito di dedizione. Dopo una brillante carriera diplomatica, dal 2009 al 2011 è stato segretario del Governatorato della Città del Vaticano, inimicandosi molti per la decisione con cui è intervenuto per risanare l’economia della Santa Sede. Nel 2011 Benedetto XVI lo ha nominato nunzio apostolico negli Stati Uniti d’America. Ha brillantemente ricoperto questa carica fino al 12 aprile del 2016 quando, al compimento dei suoi 75 anni, papa Francesco ne ha accolto le dimissioni. Come lo stesso mons. Viganò ha rivelato il 23 giugno del 2013, egli fu ricevuto dal nuovo pontefice e, con la franchezza che gli è propria, lo mise al corrente della disastrosa situazione di una parte del clero negli Stati Uniti, con particolare riferimento al caso del cardinale McCarrick.

Il Papa lo ascoltò, ma nulla fece, anzi lasciò che la situazione si aggravasse. Il pontificato bergogliano raggiunse l’acme della sua crisi dopo la promulgazione dell’Esortazione Amoris laetitia del 19 marzo 2016. Le preoccupazioni di Mons. Viganò aumentarono ed egli si avvicinò ai cattolici che manifestavano uno spirito di filiale resistenza nei confronti di papa Francesco. Finalmente, il 22 agosto 2018, l’ex nunzio negli Stati Uniti pubblicò una drammatica testimonianza in cui portò alla luce l’esistenza di una rete di corruzione nella Chiesa, chiamando in causa i responsabili, a cominciare dalle supreme autorità ecclesiastiche.  Le rivelazioni di mons. Viganò non sono mai state smentite, ma anzi confermate dai provvedimenti che papa Francesco prese contro il cardinale Mc Carrick.  Temendo per la sua incolumità, ma anche per mantenere un atteggiamento di riserbo, mons. Viganò si ritirò in un luogo segreto, dove tuttora risiede. Altri interventi seguirono alla prima coraggiosa dichiarazione, dal documento Scio cui credidi del 28 settembre 2018, alla lunga intervista al Washington Post del 10 giugno 2019. Ciò che caratterizzò questi interventi fu che essi furono rari e circoscritti nei contenuti.  Mons. Viganò si esprimeva con fermezza, ma parlava solo di ciò che conosceva direttamente, con semplicità e nobiltà di linguaggio. Su ciò si fondava la sua credibilità

Nel 2020, l’anno della pandemia, qualcosa inaspettatamente cambiò e un nuovo mons. Viganò si affacciò alla ribalta. Quando parliamo di un “nuovo” mons. Viganò non ci riferiamo naturalmente alla sua persona privata, ma alla sua identità pubblica, quale appare dalla profluvie di discorsi che iniziò a pubblicare a partire dall’appello contro il “Nuovo Ordine Mondiale” dell’8 maggio 2020. Questo appello non mancò di suscitare forti interrogativi nel mondo cattolico a lui vicino, fino a spingere alcuni suoi amici ed estimatori a non sottoscriverlo. Nelle dichiarazioni sempre più numerose da lui pubblicate il tono divenne ampolloso e sarcastico e i temi si allargarono ai campi teologico e liturgico, nei quali egli aveva sempre dichiarato di non avere competenza, fino a spingersi a considerazioni di geopolitica e filosofia della storia, estranee al suo modo di pensare e di esprimersi. Due temi cari ai tradizionalisti, quali la liturgia e il Concilio Vaticano II, divennero il suo cavallo di battaglia, in un quadro di filosofia della storia dominato dall’idea di un “gran reset”, che attraverso la dittatura sanitaria e la vaccinazione di massa avrebbe portato allo sterminio dell’umanità. Papa Francesco, generalmente indicato come “Bergoglio” sarebbe uno degli artefici di questo piano.

A chi meglio lo conosceva, o a chi con maggior attenzione aveva seguito i suoi interventi, apparvero immediatamente chiare le divergenze tra le dichiarazioni di mons. Viganò del 2020-2021 e quelle del 2018-2019. Una domanda si impone con forza sempre maggiore: è veramente l’arcivescovo Viganò l’autore degli scritti dell’ultimo anno?

Occorre fare a questo punto una precisazione. L’utilizzazione di collaboratori per i propri discorsi non ha in sé nulla di deplorevole. I Papi e i Capi di Stato, si servono abitualmente dei cosiddetti “ghost writer” che compiono delle ricerche per loro conto o danno forma letteraria ad idee che essi indicano loro. Anche gli sportivi e gli uomini dello spettacolo affidano spesso a giornalisti i loro libri di impressioni o di memorie.

Ci sono però due rischi da tenere presenti. Innanzitutto, colui che firma un testo, che ne sia l’autore o no, se ne assume la responsabilità, sia per quanto riguarda la forma che il contenuto del discorso, e deve essere molto attento ad evitare che il suo pensiero e il suo linguaggio ne escano travisati.

In secondo luogo, chi si assume la paternità di un testo, dovrebbe dare le indicazioni generali a chi lo scrive, in modo che questi sia il suo braccio e non la sua mente. Sarebbe infatti pericoloso che fosse il “ghost-writer” a determinare la linea di pensiero del firmatario del testo. E ciò può accadere quando l’autore invisibile si sovrappone a quello visibile, a causa di una maggiore competenza o forza di personalità.

Ancora più pericolosa sarebbe la situazione se si creasse un rapporto di dipendenza tale, che l’autore visibile non potesse fare a meno di quello invisibile e questi, ad esempio, scomparisse, o volesse imporre contenuti inaccettabili, creando per l’autore visibile un drammatico “vuoto di comunicazione”

La domanda che poniamo è dunque questa: l’analisi del linguaggio e dei contenuti dei documenti prodotti da mons. Viganò negli anni 2020-2021 rivela un autore diverso da quello degli anni 2018-2019. Ma se mons. Viganò non è l’autore dei suoi scritti, chi è che oggi si sostituisce a lui con la parola, e forse anche con il pensiero?

Non avremmo mai aperto il caso se tanti buoni tradizionalisti non presentassero come un quasi-magistero le dichiarazioni, non di mons. Viganò, ma del suo “doppio”. Un chiarimento è necessario per il bene della Chiesa e delle anime che hanno in mons. Carlo Maria Viganò un punto di riferimento, ma anche nell’interesse dell’Arcivescovo che tanto bene ha servito la Chiesa e può ancora continuare a servirla.

(Roberto de Mattei)

P. S. Mons. Carlo Maria Viganò è stato già privatamente avvertito, da più persone, dell’esistenza di questo problema, da oltre un anno a questa parte.

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