Il caso del convento di San Marco: i retroscena (seconda parte)

(di Tommaso Monfeli) Nello scorso numero di “Corrispondenza Romana” abbiamo raccontato le travagliate vicende che hanno portato il Convento domenicano di San Marco a Firenze sull’orlo della chiusura, ricordando le due risoluzioni del Capitolo Provinciale del 2013 e 2017 e le reazioni (quasi tutte contrarie alla soppressione) che hanno suscitato nell’opinione pubblica.

Prima di volgere lo sguardo al presente, dobbiamo precisare che la proprietà dei locali abitati dai frati è della Diocesi e non dello Stato; questo dato non è affatto indifferente, come vedremo in chiusura dell’articolo. Ritorniamo alla narrazione ed al cardinal Betori, protagonista di un intervento che, nel 2015, aveva scongiurato la chiusura del Convento; purtroppo, di fronte alla nuova risoluzione del 2017, egli sembra avere un atteggiamento più passivo ed attendere la decisione del Generale domenicano, che è sì il decisore ultimo da un punto di vista giuridico, ma pur sempre decisore su una realtà che è collocata nell’Arcidiocesi fiorentina.

E non manca, tra i fedeli, chi si dice deluso da tale attendismo, soprattutto se si fa il confronto con la determinazione e la sapiente orchestrazione mediatica che il Cardinale ha mostrato in altre occasioni, vedasi la recente concessione di un terreno per l’edificazione di una moschea a Sesto Fiorentino. Mentre il tempo passa, senza che si possa prevedere come e quando andrà a finire, i frati rimasti a S. Marco si trovano fra “color che son sospesi”, non possono fare alcuna programmazione a lungo termine, e questo nuoce a loro, come a tutte le attività e come a tutti i fedeli che in qualche modo gravitano intorno al convento.

In questo clima, per sollecitare il Generale domenicano a prendere le sue decisioni, è partita dal dicembre 2017 una nuova petizione on line (e, nella città di Firenze, pure cartacea) in favore del Convento; ad oggi sono state superate abbondantemente le 16000 firme. A questa petizione, aperta a tutti, si è accompagnato un appello, gestito da Marco Vannini, ristretto agli intellettuali, che contestualizza la paventata chiusura di S. Marco all’interno del degrado complessivo di Firenze e si rivolge alle autorità religiose e civili, affinché reagiscano al declino di una delle città che più ha dato alla Chiesa e alla Civiltà occidentale. Contemporaneamente si è avuta una serie di articoli di approfondimento, pubblicati a livello locale fiorentino e a livello nazionale, che hanno visto come protagonisti il citato Vannini, Pietro De Marco e Sandro Magister.

Per la cronaca si deve rendere conto che né la mole imponente delle firme, né gli appelli degli intellettuali, finora, hanno trovato ascolto presso le autorità religiose e civili. Si potrebbero fare molte ipotesi per spiegare tale sordità, ma, non volendo allungare troppo il discorso, lasciamo il compito all’intelligenza del lettore. Altrettanti interrogativi suscita il fatto che la segnalazione della petizione on line – inviata a molte istituzioni culturali fiorentine, italiane, internazionali – in troppi casi non ha ottenuto un riscontro di firme. Come si può essere, allo stesso tempo, promotori di Cultura e indifferenti alla chiusura di un’istituzione culturale come San Marco?

A questo punto lo sconcertato lettore si chiederà come tutto questo sia possibile, come sia possibile che a volere la fine di S. Marco siano proprio i domenicani (e non un furioso persecutore della Chiesa), cioè quegli stessi frati che l’hanno fondato e reso glorioso per secoli.

Bisogna sapere che, ormai da qualche tempo, nella Provincia domenicana dell’Italia Centrale la conflittualità interna è giunta ormai a livelli insostenibili, molti frati sono in contrasto fra di loro. Le decisioni prese dai frati della “dirigenza”, a torto o a ragione, vengono percepite, dagli altri frati, come prese per un interesse degli stessi “dirigenti” e non in vista del bene comune della Provincia. Questa situazione ha provocato una drastica diminuzione dell’obbedienza e della fraternità, che sono, come ognun sa, tra i cardini della vita religiosa.

La litigiosità in parte è dovuta a motivi strettamente personali, in parte è dovuta al processo storico che è all’origine della “Provincia Romana di S. Caterina da Siena”, una Provincia recente, costituita nel 1997 dalla fusione di due Province domenicane che, da secoli, convivevano nell’Italia Centrale: la Provincia di San Marco e Sardegna (che nel corso del tempo ha assunto nomi diversi) e la Provincia Romana.

Due Province in un medesimo territorio si spiegano col fatto che solamente alcuni conventi avevano aderito alle riforme interne all’Ordine Domenicano che si erano dispiegate lungo il XV secolo. Semplificando molto si può dire che i conventi riformati, quelli con una regola di vita più ascetica, si erano costituiti in una Provincia distinta, quella di San Marco, mentre gli altri erano rimasti nella Provincia Romana. Nella città di Firenze le due Province si fronteggiavano, l’una a S. Marco, l’altra a S. Maria Novella; e così nei secoli non sono mancate rivalità e conflittualità, sia a livello delle Province che dei singoli frati. Quando, alla fine del secolo scorso, la carenza delle vocazioni ha spinto le due Province a fondersi, i risultati non sono stati entusiasmanti: frati che avevano ricevuto una formazione diversa, ritrovatisi improvvisamente insieme, non si sono amalgamati quanto era stato auspicato.

Delineato il quadro di ciò che sta avvenendo all’interno della Provincia domenicana, non si può non accennare al fatto che questa vicenda potrebbe avere altri protagonisti, dietro le quinte, pronti ad intervenire (o forse già intervengono…) dopo la chiusura del convento e la partenza dei frati. Che ci sia, probabilmente, un livello nascosto ed alto lo si è capito dal voltafaccia del Corriere Fiorentino, la versione locale del Corriere della sera, un quotidiano sensibile ai “Poteri Forti”. In data 21 dicembre 2017 il Corriere ha sposato senza riserve la petizione on line per la salvezza del convento; in data 25 gennaio 2018 il medesimo giornale ha dato voce, senza riserve, al Provinciale A. Tarquini, che ha confermato la sua linea, contraddicendo implicitamente tutto quanto lo stesso quotidiano aveva asserito circa un mese prima.

Ora, un giornale che vuole essere autorevole, come il Corriere, non agisce così; se lo fa, è ragionevole supporre una causa adeguata, e cioè un “Potere Forte” che abbia consigliato l’inversione della linea. Quali possono essere i “Poteri” interessati ad una chiusura del convento? Si possono ipotizzare “Poteri” appartenenti a tre aree, fra loro sovrapponibili. Anzitutto si può pensare al giro delle Soprintendenze, dei funzionari statali che hanno interesse a trasformare tutto il complesso di San Marco in un enorme museo; poi si può supporre un qualche imprenditore che immagini di trarre profitto trasformando quella parte di convento in una suggestiva foresteria oppure in una scuola prestigiosa; infine si possono congetturare poteri avversi alla Chiesa, anticlericali, che non si lasciano sfuggire l’occasione di abbattere uno dei bastioni della religione cattolica in Firenze.

E ci auguriamo di cuore che a queste aree non si debba aggiungere qualche personaggio della curia fiorentina: dopo aver accertato che quella parte di convento è proprietà della Diocesi, potrebbe essere arduo resistere alla tentazione di trasformare San Marco in una fonte di reddito per la Diocesi, che, come è ampiamente noto, da un punto di vista economico, naviga in cattive acque.

La chiusura, la capitolazione del convento avrebbe un significato che va molto al di là di una “bega tra frati” (come talvolta capita di sentire dalle labbra delle persone superficiali). E le manovre oscure intorno a San Marco non devono spaventare, anzi devono essere l’occasione per risvegliare lo zelo ed unirsi alle forze che contrastano l’assedio. Non praevalebunt. (Tommaso Monfeli)

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