Casa Savoia e la Chiesa di Cristina Siccardi

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(Roberto de Mattei) La storia è complessa, talvolta oscura, e solo la Divina Provvidenza ce ne rivelerà un giorno la trama. Il destino di Casa Savoia fa parte di questi disegni misteriosi e siamo grati a Cristina Siccardi, di mostrarcene alcuni aspetti nel suo ultimo libro dedicato a Casa Savoia e la Chiesa. Una grande millenaria storia europea (Sugarco, Milano 2020, pp. 400), con documenti inediti e un intervento di Re Simeone II di Bulgaria.

Casa Savoia è infatti la dinastia che con i suoi innumerevoli membri morti in concetto di santità, le sue chiese, le sue abbazie, ha più illustrato la Chiesa nel corso dei secoli, ma è anche la Casa regnante che, giunta all’apice della sua potenza, ha inflitto alla Chiesa una delle più dolorose ferite della sua storia. La presa di Roma del 20 settembre 1870 ha cancellato dalla memoria le radici cristiane di una Casata di cui Cristina Siccardi ha ricostruito il millenario rapporto con la Chiesa cattolica.

Nei ventotto capitoli di un libro basato su documenti di prima mano, si avvicendano momenti cruciali della storia che vanno dalle crociate alla battaglia di Lepanto, dalla Rivoluzione francese al Risorgimento, con personaggi di Casa Savoia noti e meno noti, come Umberto Biancamano, Bonifacio arcivescovo di Canterbury, Eleonora Regina d’Inghilterra, Giovanna Imperatrice di Bisanzio, fino agli ultimi sovrani del ramo dei Carignano, artefici della “Rivoluzione italiana”.

Uno dei capitoli più avvincenti è quello dedicato a Le origini sabaude di Fatima (pp. 109-115).  Il re Alfonso del Portogallo (1109-1185), che aveva sposato Mafalda di Savoia, sorella del beato Umberto III, dopo una vittoria sui musulmani, concesse a Gonçalo, un suo valoroso condottiero, il privilegio di scegliersi in sposa la più bella fra le musulmane prigioniere. La scelta cadde sulla giovane Fatima, che, grazie alle premure della regina Mafalda, si convertì alla fede cattolica, con il nome di Oureana, ma morì poco dopo il matrimonio. Gonçalo decise di ritirarsi a vita di preghiera nel monastero cistercense di Alcobaça e fece trasferire la salma della moglie in una località vicina, che da lei prese il nome di Fatima. La regina Mafalda fece costruire a Fatima una chiesetta e volle essere sepolta accanto alla giovane da lei portata alla fede cristiana. All’abbazia di Alcobaça e a Fatima, giunse pellegrino, due secoli dopo, il principe Filippo di Savoia Acaja, miracolosamente salvato da morte dal suo antenato Umberto III. Una sua figlia era monaca, con il nome di suor Filippina, nel monastero domenicano di Santa Maria Maddalena di Alba (Cuneo), fondato dalla beata Margherita di Savoia. Suor Filippina morì il 16 ottobre 1454, dopo aver ricevuto molte rivelazioni private. Nelle memorie del convento è conservato un documento in cui si dice che la veggente parlò di «una chiesa in un paese che si chiama Fatima edificata da una antenata della nostra santa fondatrice Margherita di Savoia e che una statua della Vergine SS.ma ha detto degli avvenimenti futuri molto gravi perché Satanassso farà una guerra terribile, ma perderà perché la Vergine SS.ma Madre di Dio e del SS.mo Rosario di Fatima, “più forte di ogni esercito schierato a battaglia” lo vincerà per sempre».


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Nel 1917 la Madonna apparve a Fatima e al posto della chiesetta fatta costruire dalla regina Mafalda, venne costruito un grande santuario.  C’è dunque un misterioso legame tra Casa Savoia e il luogo dove dopo nove secoli apparve la Madonna. La lapide che indicava la sepoltura di Oureana-Fatima e della sua madre spirituale la regina Mafalda di Savoia è conservata nel sottosuolo del santuario.  Il Portogallo fu inoltre il luogo dell’esilio del primo artefice del Risorgimento italiano, il Re di Sardegna Carlo Alberto di Savoia Carignano e dall’ultimo sovrano di Casa Savoia, il Re Umberto I.   

Il capitolo conclusivo del libro è dedicato proprio a L’Eredità di Umberto II: una figura tragica e malinconica, che pagò e riscattò le colpe dei suo diretti antenati.

Il 2 giugno 1946 si svolse in Italia un referendum che attribuì la vittoria alla Repubblica, in maniera altrettanto fraudolenta di quanto i plebisciti del 1859 avevano assegnato la vittoria al Piemonte sabaudo. Umberto II lasciò l’Italia con un aereo decollato da Ciampino il 13 giugno 1946, ma senza abdicare, non rinunziando mai ai suoi diritti sovrani che continuò ad esercitare discretamente in esilio. La sua partenza, secondo una confidenza del marchese Fausto Solaro del Borgo raccolta da Cristina Siccardi, fu dovuta anche a una richiesta di papa Pio XII, che a mezzanotte del 10 giugno lo ricevette segretamente in Vaticano. «Rimasero due ore dentro e il rientro al Quirinale avvenne nel silenzio più assoluto. Quella notte il Papa, per risparmiare una “carneficina”, domandò al Re di lasciare l’Italia» (p. 363). 


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Il 25 marzo 1983, il giorno in cui si apriva il Giubileo straordinario della Redenzione, proclamato da Giovanni Paolo II, giunse al Papa la notizia che Umberto II, morto una settimana prima, «aveva disposto tra le sue ultima volontà che la Santa Sindone conservata nel Duomo di Torino venisse offerta in piena proprietà al Sommo Pontefice». Il Pontefice rimase commosso di quel gesto, che affidava definitivamente alla Chiesa una delle reliquie più insigni della Passione, e decise che la Sacra Sindone rimanesse nel Duomo di Torino, nominando suo custode l’arcivescovo della città.

Umberto II non lasciò alcun testamento, né pubblico né privato, ma solo un testamento spirituale, racchiuso nella volontà di donare alla Chiesa il bene più importante di Casa Savoia. «Il suo – commenta Cristina Siccardi – non fu un gesto mediatico, come era nella sua indole, nella linea della tradizione sabauda, tuttavia storicamente ha manifestato che il Re in esilio chiudeva la propria esistenza con un omaggio straordinario a Santa Romana Chiesa» (p. 362).

Questo gesto fu l’epilogo della storia di una dinastia cattolica. (Roberto de Mattei)


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