Carbonari in Italia tra fine Ottocento e metà Novecento… (Prima parte)

Carbonari in Italia tra fine Ottocento e metà Novecento... (Prima parte)
FONTE IMMAGINE: Meisterdrucke.it (https://www.meisterdrucke.it/)

Nel 2015, le Edizioni ETS di Pisa pubblicano il libro degli studiosi Gian Marco Cazzaniga (già docente ordinario di Filosofia morale all’Università di Pisa) e Marco Marinucci (studioso delle democrazie radicali dell’Ottocento), “Carbonari del XX secolo fra rituali adelfici e intransigenza repubblicana“. Nella 4a pagina di copertina troviamo la sintesi del libro (corsivo del testo): «Nei manuali scolastici la Carboneria italiana ha un ruolo importante durante la Restaurazione nei moti liberali (1821-1831), poi sembra scomparire. Ma non è così. Influente nelle realtà dove l’unità nazionale resta da raggiungere, la Carboneria, radicata in ambienti popolani, continua nel secondo Ottocento a operare come anima intransigente del movimento repubblicano. La troviamo impegnata alla fine dell’Ottocento a favore di movimenti di liberazione nazionale, dalla Serbia alla Grecia, da Creta a Cuba, per cui promuove manifestazioni e organizza volontari. La troviamo in società irredentistiche, in reti antifasciste e nella Resistenza. Dopo la Liberazione, la Carboneria riprende la sua attività segreta in collegamento col Partito Repubblicano Italiano, mantenendo un radicamento popolano. Si tratta di una storia ancora da scrivere e, per contribuire a ciò, il libro pubblica una raccolta commentata di materiali ignoti o poco noti, da testi rituali e rapporti di polizia a immagini di basi (oggetti rituali) e diplomi (attestati del grado ricoperto) di Vendite carbonare tra il secondo Ottocento e gli anni ’70 del Novecento».

Il libro di Cazzaniga e Marinucci è suddiviso in 5 capitoli:

1°) La Carboneria nel secondo Ottocento (pp. 21-57). 

2°) La Carboneria nel primo Novecento (pp. 59-103).

3°) La Carboneria nei rapporti di polizia (pp. 105-175).

4°) La Carboneria sotto il Fascismo e la Resistenza (pp. 177-192).

5°) La Carboneria nel secondo dopoguerra (pp. 193-196).

Riporto vari brani, a mio avviso, molto interessanti.

1. La Carboneria tra Otto- e Novecento.

Nell’Introduzione, gli studiosiCazzaniga e Marinucci osservano che dopo i moti liberali del 1821-1831, solitamente il ruolo della Carboneria italiana viene dagli storici ridimensionato a favore delle reti mazziniane e giobertiane (dal 1831 in poi) e della strategia liberale di Cavour dal 1849 in poi. In realtà:

«la Carboneria riemerge egemone nelle congiure dell’Italia centrale almeno fino alla presa di Roma (1870) e mantiene un ruolo protagonista, intrecciandosi con reti e circoli irredentistici, nei territori italofoni dell’impero austro-ungarico almeno fino alla prima guerra mondiale, continuando a operare, pur in forme minoritarie e attraversate da ricorrenti divisioni, fino agli anni ’70 del secondo dopoguerra» (p. 8, grassetto mio). 

Cazzaniga e Marinucci esplorano i rituali carbonari e i rapporti di Polizia, fonti importanti per la conoscenza delle idee e della storia della Carboneria italiana: «I rituali in uso nelle Vendite carbonare del Novecento costituiscono una filiazione di quelli in uso in alcune Vendite meridionali del primo Ottocento, già pubblicati da Oreste Dito (1905) utilizzando materiali salentini dell’Archivio di Stato di Lecce. I materiali che a nostra volta pubblichiamo sono, per la parte più importante, provenienti da Michele Campanelli, carbonaro e repubblicano barese del primo Novecento, e collazionati da Gino Valori, già Grande Oratore del GOI negli anni ’50, che solo recentemente (2009) la Biblioteca del Grande Oriente d’Italia ha acquistato con un fondo donato da Francesco Siniscalchi. Una seconda fonte, anch’essa solo di recente utilizzata, è costituita da un fondo Guastoni-De Ambris, contenente materiali carbonari dell’inizio del Novecento di comune origine e di provenienza brasiliana, poi utilizzati da Vendite di esuli italiani in Francia negli anni ’20. Si tratta di un fondo scoperto da Enrico Serventi Longhi e da lui versato all’Archivio Centrale dello Stato e in parziale copia (2010) alla Biblioteca del Grande Oriente d’Italia» (p. 9).   

Cazzaniga e Marinucci proseguono: «Questi rituali sono figli di una cultura filosofica deistica del tardo illuminismo che caratterizza la tradizione settaria adelfica, dai Philadelphes francesi all’Adelfia franco-piemontese e alle società buonarrotiane, una cultura fatta propria da Vendite del Regno delle Due Sicilie attive nei moti carbonari del 1820-21 e infine ripresa da Vendite repubblicane fra la fine del XIX secolo e la prima metà del XX secolo, venendo già trasmessa fin dal primo grado. Si veda il giuramento contenuto nel Rituale dei Lavori in grado d’Apprendente che recita: “Giuro di adoperarmi con tutte le forze all’abolizione di ogni privilegio e di ogni tirannide, all’annientamento della setta clericale e di tutte le superstizioni religiose, ed al trionfo della Repubblica Sociale”» (p. 9, corsivo del testo, grassetto mio). 

Nella Carboneria napoletana, il linguaggio e i valori trasmessi nel primo grado sembrano quelli tipici delle confraternite cattoliche, ma nei gradi superiori sono incentrati sulla figura di Gesù inteso quale “zelota” ribelle contro la tirannide, e sul ritorno a una condizione di felicità edenica. In altri rituali, come quelli salentini pubblicati da Oreste Dito, e in altri del primo Ottocento, la cultura a-cristiana, adelfica, è trasmessa fin dal primo grado e tale cultura, fin dal tardo Ottocento, sarà ripresa dalla rifondata Carboneria repubblicana (cf. pp. 10-11).

Dopo la Presa di Roma e la caduta del potere temporale pontificio, le Vendite (o “Logge”) carbonare si riorganizzano e si riaggregano intorno a dirigenti repubblicani. Sotto la direzione di Ermenegildo Tondi viene riorganizzata una Vendita suprema romana (1877-78) e nel 1882 si costituisce una Direzione nazionale della Carboneria col nome di “Sovrana Vendita dell’Universo” che mira alla realizzazione di una «Repubblica sociale» (cf. p. 11).

Città italiane di tradizione repubblicana sono: Roma, Ancona, Terni.  In documenti carbonari l’idea repubblicana fa riferimento alla figura di Mario Pagano, in tal modo alla Carboneria viene attribuita un’origine spirituale risalente alla Repubblica Partenopea del 1799. Altre figure di riferimento del mondo carbonaro sono: Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi.  Il primo Fascismo sansepolcrista, repubblicano e anticlericale, porta divisione sia nelle Vendite carbonare che nelle Logge massoniche. Dirigenti carbonari come Salvatore Barzilai, Costanzo Premuti e Sotero Ferri si avvicinano al Fascismo sansepolcrista. Nel 1923 l’Assemblea Generale Carbonara di Ancona decreta lo scioglimento della Carboneria (cf. p. 14).

Vendite carbonare continuano clandestinamente in epoca fascista. Alcuni Statuti carbonari prescrivono l’obbligo d’iscriversi al Partito Repubblicano. Nel primo Novecento ci sono Carbonari nei movimenti anarchici, nel Partito Socialista, nel Partito Comunista; ci sono perfino Brigate Carbonare nella Resistenza anti-nazifascista, e Carbonari nel Partito d’Azione o nel movimento “Stella Rossa” (cf. p. 15).

Circa il secondo dopoguerra, Cazzaniga e Marinucci scrivono: «Dopo la Liberazione la Carboneria riprende la sua attività segreta, privilegiando il collegamento col Partito Repubblicano Italiano e mantenendo il suo tradizionale radicamento in quartieri popolari e fra lavoratori manuali: facchini, muratori, barcaioli, vetturini, calzolai e macellai. L’affermarsi prima di una direzione pacciardiana favorevole a governi di coalizione con la Democrazia cristiana, poi di una direzione azionista moderata nel Partito Repubblicano determina spostamenti elettorali nella base popolana, dove il radicamento del Partito Repubblicano Italiano, grazie anche alla ricostituzione di Vendite, lo aveva portato a essere nelle elezioni del 1946 il secondo partito romano dopo la DC, con flussi progressivi verso il PCI e il PSI. Ma è indubbio resti un rapporto privilegiato di dirigenti carbonari nei confronti del PRI, dove la tradizione orale (carbonari viventi) e materiale (diplomi e basi) da noi raccolta segnala una operatività di Vendite, collegata a sezioni del PRI, almeno fino alla fine degli anni ’70.  Al riguardo sarebbe da verificare la militanza carbonara di alcuni dirigenti repubblicani, fra cui forse Pacciardi, e da ciò un possibile intreccio fra lotta politica nel partito e tentativi di influenza politica sulle Vendite da parte di singoli dirigenti del PRI, intreccio che contribuirebbe a meglio spiegare il silenzio sulle Vendite del periodo» (p. 16). 

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Giuseppe Dolfi (1818-1869), fornaio fiorentino, massone e carbonaro, fondatore della “Fratellanza Artigiana“, per molto tempo fu dirigente mazziniano cercando di riunire (ma non riuscì) le reti mazziniane e garibaldine per portare Roma al nuovo Regno d’Italia (cf. p. 26, nota con asterisco).

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La Carboneria chiama «pagano» il candidato al 1° grado carbonaro (cf. p. 27); invece il non-massone e il candidato al 1° grado massonico di Apprendista vengono chiamati dai Massoni con il termine di «profano».  

Come in Massoneria, anche nel rito iniziatico del 1° grado carbonaro di “Apprendente”, il candidato dichiara di cercare «la luce», c’è un maestro “Terribile” che lo accoglie, c’è il simbolo del gallo… Ecco il giuramento degli «Apprendenti» carbonari (circa metà Ottocento, rituale rinvenuto tra le carte del sopracitato Giuseppe Dolfi): «Giuro odio eterno ai tiranni e la distruzione dei loro troni; giuro di non rivelare a chicchessia ciò che ho inteso e ciò che sto per sentire e vedere; giuro di tenere una buona condotta morale e politica; giuro di rispe[t]tare tutte le donne appartenenti ai Carb.; se mancherò a tal giuramento il mio corpo sua pugnalato e bruciato, e le mie ceneri sparse al vento affinché non resti memoria sulla terra di chi ha tradito i segreti della Società Carbonica» (p. 28).

Giuseppe Mazzini fu dignitario della Carboneria prima di fondare la “Giovine Italia” (cf. p. 29).

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Nel 1896 nuovo Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia (GOI) è Ernesto Nathan. I Repubblicani romani si rallegrano che un loro compagno abbia raggiunto una tale carica e si augurano che con Nathan la Massoneria sia meno compromessa coi governi monarchici e più fedele alle sue tradizioni anticlericali e alla sua ispirazione sovra-partitica (cf. p. 39). Tra i vertici del GOI, ci sono i seguenti repubblicani romani: Barzilai, Ettore Ferrari, Carlo Meyer, Federico Gattorno, Antonio Fratti. Con Nathan il gruppo repubblicano romano rafforza la sua posizione e il suo impegno ai vertici della Massoneria (cf. pp. 40-41).

Sul finire dell’Ottocento aumentano gli iscritti sia nella Massoneria che nella Carboneria e quindi tra i Repubblicani. Anche il massone (poi Gran Maestro del GOI) Ettore Ferrari è carbonaro (cf. p. 43-44).   

Verso il 1894, come emerge da lettera (datata 31-5-1894) del Questore Stroni al Prefetto Casavola, ci sono sezioni carbonare anche ad Albano, Genzano, Frascati e Marino, ciascuna delle quali ha non più di 20-21 affiliati (cf. p. 45).

Verso il 1878 ad Ancona ci sono circa 1200 carbonari. Lì, i Repubblicani pubblicano il giornale intitolato “Lucifero” (cf. p. 46).

Dopo il 1870, i primi capi della Carboneria romana furono il Dott. Cesare Ciattaglia, l’Avv. Federico Zuccari, Sante Ciani, Luigi Coralizzi. Secondo il simbolismo della Carboneria, il mondo profano è raffigurato come una foresta, gli oppressori come lupi, dunque compito dei Carbonari è liberare la “foresta” dai “lupi”, cioè combattere l’oppressione e gli oppressori… Alcuni dei simboli usati nelle “baracche” (Logge carbonare) sono: la Croce (simbolo di martirio), il fascio di legna (simbolo di forza e unione), il fornello (simbolo del fuoco della carità…), il gallo (simbolo di vigilanza, alba della libertà) (cf. p. 52).

La vecchia Carboneria romana si ritrovava nella trattoria “Il Giardino del Lungotevere” (presso Lungotevere della Farnesina n° 7, a ridosso di Ponte Sisto), poi chiusa col nome di “Orti Aureliani” (cf. p. 51). 

Poi dal 1870 al 1910 gli esponenti più autorevoli della Carboneria romana si ritrovavano preferibilmente in 3 locali: 1) “Il Giardino del Lungotevere” fondato nel 1878, tenuto in origine da Bartolomeo Filipperi in società con Giovanni Mancini (già gestori del “Caffé di Genova” in piazza Santa Maria di Trastevere (Roma); 

2) il “Galitta” alle Zoccolette, che era il covo dei Repubblicani della Regola, con la celebre squadraccia abituata a colpi di mano specie in periodo elettorale; 

3) il locale “Monte de li cocci” gestito da Antonio Curti, dove convenivano i carbonari del Testaccio e dell’“Ammazzatora”. I luoghi di iniziazione erano invece alcune grotte o antiche cave di pozzolana nel suburbio appio-casilino…   Ma il ritrovo più originale era “Il Giardino del Lungotevere” dove si coniugavano chiassosa cucina da osteria e Vendita carbonara (cf. pp. 52-53).

Ai funerali di Giuseppe Garibaldi (1882) furono scelti come cocchieri tutti carbonari romani. Tra i carbonari che frequentavano il “Giardino del Lungotevere” nacque l’iniziativa di costituire il “Satana”, ovvero un giornale o foglio settimanale di intransigenza anticlericale. Il direttore, amministratore e gerente del “Satana” fu Agesilao Milano Filipperi, figlio del patriota Bartolomeo Filipperi. Tra le «penne maestre» che collaborarono al “Satana” ci fu anche Cesare Bertini (che si firmava “Vespa”) che in seguito divenne Questore di Roma e Consigliere di Stato. Il giornale “Satana” nacque nel 1889, primo centenario della Rivoluzione francese. In quello stesso anno, 1889, fu eretto il monumento a Giordano Bruno in Campo de’ Fiori. Nel locale trasteverino fece breve comparsa anche Giosué Carducci. Nel 1891, dopo la morte di Giovanni Mancini successore del Filipperi, la trattoria “Il Giardino del Lungotevere” fu rilevata da Agostino Giovannoli (detto Agostinello) anche lui “cugino carbonaro”. Già da qualche anno la trattoria aveva cambiato nome in “Orti Aureliani” (cf. pp. 56-57). 

2. Ancora Carbonari nel primo Novecento: memorie, nuove fondazioni, gradi…

Nel libro di Cazzaniga e Marinucci sono riportate le “Memorie” del 1955 di Camillo Marabini (Camerino 1887 – Parigi 1965). 

Marabini fu tra i fondatori della “Federazione Giovanile Repubblicana” voluta da Oddo Marinelli [massone del GOI]. Marabini combatté in Grecia nel 1912-13, in Francia nel 1914-15, in Italia nel 1915-18, in Finlandia nel 1940 (nella prima guerra finno-russa), poi in Norvegia. Ha vissuto in America, Londra e Parigi. Colonnello garibaldino, a Parigi è capo dei garibaldini repubblicani, collegato con l’associazione italiana presieduta dal senatore Spallicci, vice-presidente l’on. Chistergi.

Marabini afferma che dopo essere stato iniziato carbonaro tornò a Roma nel 1902. A quel tempo, Roma, capitale del regno d’Italia e della Chiesa, era politicamente in mano alla Carboneria, associazione segreta repubblicana. Secondo Marabini, la Carboneria, che aveva migliaia di affiliati, era più influente della Massoneria, al punto che, a Roma, i Massoni dovevano cedere il passo ai “cugini” Carbonari. Vi erano carbonari anche nella Polizia. Carbonaro era il commissario di Polizia a Trastevere. A Roma il Partito Repubblicano era dominato dalla Carboneria (cf. p. 60).

Marabini riferisce anche che certe Corporazioni, ad esempio quella dei cocchieri, erano totalmente in mano ai Carbonari, e pertanto erano carbonari anche i cocchieri (con parrucca bianca) del Re, dei Cardinali e dei nobili romani.  Scalpellini, selciaroli, lavoratori dei servizi pubblici erano tutti carbonari; solo fra i muratori, metallurgici e tipografi avanzavano i socialisti. Partito Socialista e Partito Repubblicano erano avversari. Nel 1904 la città di Terni (in Umbria) era carbonara e repubblicana, e lì si tenne in quell’anno il primo congresso della gioventù repubblicana italiana(cf. p. 60).

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Nel primo ventennio del Novecento, carbonari italiani si insediano anche in Brasile costituendo nuove Vendite. Alceste De Ambris, carbonaro del V° grado (Maestro), col nome iniziatico “Guerra”, è anche massone della Grande Loge de France, passato al 2° grado di Compagno nel 1926. Nel 1929 De Ambris riceve dal Gran Capo Vendita di San Paolo (Brasile) i materiali per fondare una Vendita, previa iniziazione carbonara di due adepti ai gradi di Apprendista e Maestro (cf. pp. 97-99).

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Dalle Costituzioni Generali (carbonare) della Gran Vendita dell’Universo del 1908, si legge che i gradi sono 9 anche se i gradi effettivamente trasmessi sono 4. All’art. 8 si legge che “i Buoni Cugini Carbonari” sono divisi in due classi: Apprendisti e Maestri. I Maestri sono di tre gradi: 1°. Maestri (o Maestri Quinti); 2°. Maestri Grandi Cavalieri di Tebe (o Maestri Settimi); 3°. Grandi Maestri Grandi Eletti (o Maestri Noni, o Maestri d’Alta Luce). In quelle Costituzioni carbonare del 1908 (art. 46), come pure nelle Costituzioni carbonare del 1912, è obbligatoria l’iscrizione al Partito Repubblicano; invece è facoltativa nelle Costituzioni del 1916, dove però è comunque richiesta la professione delle idee repubblicane (cf. p. 99).

2.1. Giuramenti dell’Apprendente e del Maestro Carbonaro

Cazzaniga e Marinucci pubblicano i giuramenti dell’Apprendente e del Maestro Carbonaro, come riportato in un opuscolo carbonaro del 1909. Vediamo il primo: «“[…] Tale giuramento, pronunciato dal neofita con la mano sinistra sopra un teschio e brandendo con la destra un pugnale la cui punta era rivolta verso il cuore, diceva: ‘Io giuro e prometto sotto gli stabilimenti dell’Ordine in generale e su questo ferro punitore degli spergiuri di guardare scrupolosamente il segreto della Rispettabile Carboneria; di non scrivere, incidere o dipingere cosa alcuna appartenente alla Carboneria senza avere ottenuto il permesso in iscritto. Giuro ancora di soccorrere i BB…(uoni) CC…(ugini) in caso di bisogno, per quanto comportano le mie forze e facoltà, come ancora di non tentare l’onore delle loro famiglie. E se divento spergiuro, consento che il mio corpo sia fatto in pezzi, indi bruciato, e la mia cenere sparsa al vento acciò che sia il nome mio di esperienza a tutti i BB… CC… sparsi sulla terra. Così Iddio mi sia d’ajuto’» (p. 80).

Il testo prosegue: «“Così quello del Neofita. Quello del Maestro, carica alla quale si ascendeva dopo altre prove di zelo e fedeltà, invece diceva: ‘Io giuro e prometto su questo crocefisso, G…M…D…U… (Gran Maestro dell’universo), sulla mia parola d’onore e su questo ferro punitore degli spergiuri di guardare scrupolosamente i sublimi segreti della R…(spettabile) C…(arboneria), di non appalesare mai i segreti di App…(rendente) ai pagani, né quelli di M…(aestro) agli App…(rendenti), come ancora di non iniziare alcuno, né di fondare alcuna V…(endita) senza permesso delle Gerarchie Carb…(onariche) che ne hanno facoltà, oppure in numero giusto e perfetto. Di non scrivere, né incidere i segreti suddetti, di soccorrere tutti i miei BB…(uoni) CC…(ugini), di non attentare all’onore delle loro famiglie. Ed ove diventassi spergiuro, acconsento e desidero che il mio corpo venga fatto in pezzi, indi bruciato e il cenere che ne risulta sparso al vento, acciò il mio nome sia in esecrazione a tutti i BB… CC… sparsi sui due Emisferi. Così Iddio mi sia d’ajuto’ ”» (p. 80).

Indubbiamente, la punizione indicata nel giuramento rituale dei gradi carbonari di Apprendente e Maestro, richiama, in parte, quella prevista nei giuramenti iniziatici della Massoneria sin dal XVIII secolo… (continua)

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