CAMBOGIA: parte il processo ai Khmer Rossi

Resta in carcere Khieu Samphan, ex presidente della Kampuchea Democratica (nome ufficiale della Cambogia durante la dittatura di Pol Pot). Il tribunale speciale per i crimini dei Khmer Rossi, istituito in Cambogia sotto l’egida Onu, ha rigettato il ricorso presentato dai legali di Samphan basato sul fatto che solo una parte del dossier di accuse a suo carico è stato tradotto in francese, una delle tre lingue ammesse dalla Corte oltre all’inglese e al khmer, e che dunque l’ex capo di Stato non avrebbe avuto un processo equo.


Il tribunale ha dichiarato «irricevibile» il ricorso, non essendo previste procedure di appello per questioni legate alle traduzioni. Khieu Samphan, 77 anni, è accusato di crimini di guerra e contro l’umanità in relazione alle atrocità commesse dal regime tra il 1975 ed il 1979.

Assieme a lui sul banco degli imputati anche il «fratello numero due» Nuon Chea, l’ex ministro degli Esteri Ieng Sery e sua moglie e «il carceriere di Pol Pot», Kaing Guek Eav (detto «Duch»). Duch ha diretto il famoso centro di interrogatori e detenzione Tuol Sleng, chiamato pure S-21, di Phnom Penh, dove almeno quasi 20.000 tra uomini, donne e bambini sono stati torturati, violentati ed eliminati. I sopravvissuti venivano inviati nei «campi di eliminazione».

In tutto circa 2 milioni di persone, un quarto della popolazione cambogiana, sono periti sotto il regime di Pol Pot, morto al confine con la Thailandia nel 1998, lo stesso anno in cui i pochi seguaci rimasti hanno deciso di abbandonare la guerriglia. Il processo dovrebbe entrare nel vivo in marzo, mentre per il verdetto si dovrà attendere settembre. Uno degli avvocati di Duch, il francese Francois Roux, ha affermato che l’ex leader comunista si è dichiarato pentito e ha chiesto alle sue vittime di essere perdonato sostenendo di essersi limitato ad ubbidire agli ordini che gli venivano impartiti.

Duch potrebbe diventare un testimone chiave contro gli altri quattro leader alla sbarra che, al contrario del «carceriere», hanno negato di essere responsabili dei massacri. Per i superstiti il processo, avviato il 16 febbraio scorso, rappresenta l’occasione per vedere, dopo 30 anni, i vertici dei Khmer Rossi davanti alla giustizia. Il tribunale di Phnom Penh è stato istituito nel 2006 dopo un decennio di trattative tra l’Onu e il governo cambogiano di Hun Sen, anch’egli ex capo dei Khmer Rossi.

Uno dei sopravvissuti all’orrore, Chum Mey, ha ricordato tra le lacrime come sua moglie e i due figli siano stati uccisi per ordine di Duch nel campo S-21. «Le sue mani grondano sangue», ha aggiunto un altro reduce, Norng Chan Pal, la cui madre è stata uccisa sotto i suoi occhi.

Diversi osservatori temono che il premier Hun Sen possa controllare il tribunale e le sue decisioni e che il processo venga bloccato prima che compaiano alla sbarra gli altri imputati. Così Dutch potrebbe essere l’unico a scontare una pena per le atrocità del regime comunista.

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