CAMBOGIA: Hun Sen, Onu colpevole quanto Pol Pot

L’Onu, che fino al 1991 ha riconosciuto il seggio della Kampuchea Democratica, meriterebbe di finire sul banco degli imputati quanto, se non più, di Pol Pot.
Il premier cambogiano Hun Sen, il giorno dopo l’avvio del processo a carico dei leader dei Khmer rossi davanti Tribunale straordinario finanziato dall’Onu (16/II/2009), lancia la dura accusa durante una cerimonia di consegna dei diplomi a studenti universitari, tenutasi a Phnom Penh.

«Un gruppo di persone sapevano delle uccisioni avvenute tra 1975 e il 1979 – ha detto Hun Sen, secondo il quotidiano in lingua francese “Cambodge Soir Hebdo” –, ma continuarono a sostenere i Khmer rossi fino ai primi anni Novanta». «Se dovessimo giudicare cosa è accaduto nel passato – ha proseguito –, dovremmo processare prima le Nazioni Unite, insieme ai Paesi che hanno riconosciuto la Kampuchea Democratica fino al 1991».

Nel gennaio 1979, in seguito all’ingresso delle truppe vietnamite in territorio cambogiano, i Khmer rossi abbandonarono la capitale dopo 3 anni e 8 mesi di terrore. Il 13 gennaio 1979, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, su richiesta del «Re padre» Sihanouk invocò il ritiro delle «truppe straniere» definendo la Kampuchea Democratica il solo governo legale della Cambogia. Tra settembre e novembre dello stesso anno, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ribadì che il governo della Kampuchea Democratica rappresentava legalmente il paese e condannò «l’aggressione vietnamita», lasciando a Pol Pot il seggio presso l’Onu. Risoluzione rinnovata annualmente fino al 1991.

«(…) le Nazioni Unite ci dicono quel che vogliono – ha continuato Hun Sen –. Noi organizzammo un processo nel 1979 che loro non hanno riconosciuto. Oggi ci chiedono di farne un altro, complicato e che costa milioni di dollari». Il processo di cui ha parlato Hun Sen si svolse nel cortile del centro di detenzione S-21 di Tuol Sleng e vide la condanna a morte in contumacia di Pol Pot, e di Kim Trang (alias Ieng Sary), vice Primo ministro e ministro degli Esteri. Nel 1996, Ieng Sary ottenne il perdono reale, in cambio della sua resa mentre Pol Pot morì due anni più tardi.
«Tutto ciò che ho fatto, l’ho fatto per i diritti umani – ha concluso Hun Sen, anch’egli ex leader dei Khmer rossi –. Ho combattuto e vinto i Khmer rossi, ho evitato che facessero ritorno, ho posto fine al loro governo e ho negoziato per la creazione di un tribunale che potesse fare giustizia consegnando loro cinque persone. Quel che mi diverte ora è vedere che coloro che parlano sul tribunale sono coloro che hanno sostenuto il regime dei Khmer rossi».

La risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite che passò nel 1979 fu approvata da 71 Stati, 35 contrari e 34 astenuti. Tra i 71: Belgio, Canada, Danimarca, Germania Ovest, Grecia, Lussemburgo, Portogallo, Regno Unito, Giappone, Nuova Zelanda, Stati Uniti e Italia.

Nel 1997 l’Onu diede inizio ai negoziati con la Cambogia per stabilire un tribunale in grado di processare gli ex leader Khmer rossi. L’accordo venne raggiunto solo nel 2003. Il budget iniziale, 56 milioni di dollari, è aumentato progressivamente fino a superare i 100 milioni. Solo i 21 milioni di dollari garantiti dal governo giapponese hanno allontanato i timori di un possibile e definitivo blocco dei lavori del’Extraordinary Chambers in the Courts of Cambodia (Eccc), ripetutamente messo sotto accusa per corruzione e spreco dei fondi.

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