Cala il lock-down anche su aborto e fecondazione assistita

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(Alfredo De Matteo) A causa del coronavirus quasi metà della popolazione mondiale è reclusa in casa e molti governi hanno sospeso tutte le attività non essenziali, almeno fino a quando l’emergenza sanitaria non sarà passata. Addirittura, il nostro Ministero della Salute ha emanato una circolare in cui raccomanda di limitare gli interventi chirurgici ai soli casi non rinviabili; tra gli interventi indifferibili è però incluso l’aborto, cioè l’omicidio dell’innocente nel grembo materno. Tuttavia, come recita un bel detto popolare, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi: succede che in Italia abortire è diventato quasi impossibile visto che la crisi del Covid-19 ha mandato in tilt la rodata macchina degli aborti di stato. Secondo Silvana Agatone, ginecologa e presidente della Laiga si tratta di una tragedia nella tragedia: «So di ragazze che si sono dovute spostare da Torino a Caserta per poter abortire. Donne ormai vicine alla scadenza delle dodici settimane che vengono respinte da tutti i centri. Ci sono consultori che non rilasciano più i certificati, nonostante il Ministero della Salute abbia specificato che l’interruzione di gravidanza rientri negli interventi indifferibili, molte strutture hanno invece equiparato gli aborti agli interventi di routine e fermato gli accessi». Le testimonianze sono drammatiche, continua la presidente dell’associazione nata a difesa della sciagurata legge 194, secondo la quale sono tante le donne costrette a viaggiare di notte e a violare le ordinanze per recarsi ad abortire in uno dei pochi ospedali disposti ad accettarle.

In effetti, malgrado l’aborto volontario venga considerato un diritto inalienabile della donna e si cerchi in tutti i modi di difenderlo e finanche di incentivarlo, “solamente” il 64 percento degli ospedali italiani ha reparti dedicati all’applicazione della legge 194, con un’obiezione di coscienza che supera il 70 percento di medici, anestesisti e paramedici. Cosicché, è stato sufficiente che alcune strutture chiudessero le porte alle “pazienti” per mandare al collasso un sistema che non è così solido come appare. Anche gli aborti farmacologici sono in larga parte bloccati perché richiedono tre giorni di ricovero ospedaliero e dunque l’occupazione di letti. Non a caso, i ben noti Roberto Saviano e Laura Boldrini, con una lettera aperta al ministro Speranza, al presidente Conte e all’Aifa, missiva sottoscritta tra gli altri da Marco Cappato e l’ex ministro Livia Turco, hanno chiesto misure urgenti per garantire le cosiddette interruzioni volontarie della gravidanza, privilegiando la procedura farmacologica per non occupare i posti letto negli ospedali. Nello specifico, i nostri chiedono di allungare i tempi per l’aborto con la Ru486 fino a nove settimane e prevedere una procedura di aborto da remoto con la telemedicina (sic!). Insomma, la situazione è talmente grave che secondo il direttore sanitario della clinica Sant’Anna di Caserta, dove si sta assistendo ad una migrazione straordinaria di donne provenienti da altre regioni per poter effettuare l’aborto, «il sistema che assicura l’applicazione della legge 194 è ormai così depauperato che basta poco per mettere in crisi tutto e lasciare le donne sempre più sole».

Ovviamente, si tratta di un provvidenziale disservizio visto che permette di non perdere vite umane innocenti, di evitare che molte donne si trasformino in assassine dei propri figli e di non sprecare risorse importanti.

Ma le buone notizie non finiscono qui: anche l’odiosa pratica della fecondazione assistita subisce l’effetto Covid-19. Infatti, un documento congiunto del Centro nazionale trapianti e del registro PMA dell’Istituto superiore di sanità raccomanda ai centri che effettuano la procreazione artificiale di sospendere tutti i trattamenti non urgenti, dal momento che l’aumento esponenziale dei casi di positività al virus accresce il rischio di contaminazione dei pazienti infertili e del personale dei centri di medicina della riproduzione. Inoltre, i trattamenti comportano la necessità di occupare posti letto, sale chirurgiche e/o terapie intensive che vanno invece utilizzati per affrontare l’emergenza sanitaria in atto. Lo stop alla PMA potrebbe protrarsi fino a maggio e ciò significa che 30/35 mila cicli riproduttivi non verrebbero eseguiti, secondo le stime del presidente della Società Italiana della Riproduzione Umana (Siru). Ciò significa che a causa del coronavirus non verranno prodotti in laboratorio decine e decine di migliaia di embrioni umani, la maggior parte dei quali è destinata a morte certa o, ancora peggio, ad essere sottoposti alle abominevoli procedure di crioconservazione.


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C’è da augurarsi che l’emergenza coronavirus cessi in fretta, visti gli enormi danni che sta causando al tessuto sociale italiano, europeo e mondiale, sotto tutti i punti di vista. C’è al contempo da augurarsi che il lock-down su aborto e fecondazione assistita prosegua il più possibile e che soprattutto riesca a mettere in crisi, speriamo irreversibile, le pseudo libertà rivendicate dai gruppi più oltranzisti, i quali non hanno nemmeno la dignità di fermarsi di fronte ad una emergenza come quella a cui stiamo assistendo. 

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