Brexit cronache del fallimento della UE

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(Luca Della Torre) Sono sempre più flebili le  speranze che tra UE e Regno Unito si possa giungere ad un trattato internazionale che regoli le relazioni istituzionali, economiche sociali alla fine del periodo di transizione verso la Brexit, il 31 dicembre prossimo. Nelle relazioni internazionali, ove sopravvive provvidenzialmente il principio della Real-politik, del realismo della politica, in luogo delle utopie devastanti dell’ideologia, due settimane equivalgono ad un nano secondo. Oramai l’ipotesi di un fallimento delle trattative tra Londra e Bruxelles è nell’aria, e lo stesso BoJo, il Premier britannico conservatore Boris Johnson ha ammesso che un «no deal», un divorzio senza accordi, è «molto, molto probabile», in quanto ad oggi non ha mai visto «una grande offerta, un grande cambiamento nella proposta europea» dopo la dichiarazione congiunta con la presidente della Commissione Ue sui negoziati post-Brexit.

La sovranità politica, ecco il nodo del contendere: con il pragmatismo tutto britannico di uno Stato che da secoli è global player nella storia della geopolitica planetaria– lontano anni-luce dalla levantina logica tecnocratica dei processi decisionali della UE – il Premier tory Johnson ha espressamente ricordato che qualsiasi accordo con la UE deve rispettare la fondamentale posizione per cui il Regno Unito sarà una nazione sovrana entro tre settimane. A riprova che il Regno Unito abbia sempre avuto ben chiaro cosa significhi il concetto di sovranità politica nazionale, il Ministero della Difesa inglese ha disposto lo schieramento della marina militare per far rispettare le acque britanniche dopo la Brexit. Il governo di Londra ha attivato quattro unità della Royal Navy, armate, per tutelare le acque marittime territoriali, bloccare eventuali infiltrazioni di cittadini stranieri clandestini, fermare i pescherecci stranieri che violassero i diritti di pesca in acque nazionali inglesi: ben altra e ben più responsabile consapevolezza che la sovranità politica si traduce in primis nel servizio al bene comune di un popolo, rispetto alle tragicomiche incompetenti scelte istituzionali operate dai governi italiani sul fronte del Mediterraneo in nome di un grossolano, demagogico, dannoso, distorto senso del dovere di intervento giuridico umanitario.

Londra e Bruxelles, lo Stato britannico e l’Unione europea: così lontane sotto il profilo della cultura politica di governo, del concetto di sovranità politica, del rapporto di leale reciprocità che garantisce il patto di fiducia di un popolo con il proprio Stato: come diceva lo storico francese Ernst Renan l’esistenza di una nazione è un plebiscito quotidiano, e la Gran Bretagna dimostra – attraverso il leale rispetto, da parte del governo conservatore, della volontà popolare del referendum che ha sancito l’uscita dalla UE – di essere una nazione, con una propria identità comune.

In verità i nodi irrisolti della Brexit rappresentano una sorta di stress test permanente che evidenziano tutti i limiti del confuso, acefalo e fallimentare progetto politico che si chiama Unione Europea. Con parole spicce, senza contorcimenti giuridici bizantini, il Premier Johnson ha fatto chiarezza e spazzato via lenzuolate banali di fogli di stampa politically correct, liberal, progressista, antisovranista che vorrebbe mostrare gli inglesi come i “cattivi bulli del quartiere” e la UE il futuro radioso della politica europea.


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Regno Unito ed UE hanno intavolato negoziati per un trattato generale post-Brexit fin dal marzo scorso. Senza un accordo internazionale che disciplini la fuoriuscita del Regno Unito dai pilastri dei trattati UE che impongono la libera circolazione delle persone tra le frontiere, il libero scambio di merci, il libero investimento di capitali, il libero esercizio di attività professionali indipendentemente dalle leggi nazionali di appartenenza si creerebbero inevitabilmente enormi contenziosi in materia di tariffe, dazi, oneri, cooperazione in materia di difesa, politica estera, diritti umani, istruzione, sanità. Un ritorno al passato non conveniente per le parti. Il punto dolente è il fatto che ad oggi la Commissione di Bruxelles ha sempre insistito nel proporre un trattato che regoli ogni eventuale contenzioso tra UE e Regno Unito secondo i principi legislativi della governante UE: in buona sostanza il Regno Unito, pur essendo uno Stato sovrano non membro della UE dovrebbe inginocchiarsi ai diktat normativi dell’Unione ogni qualvolta sorgesse un contenzioso tra le parti. Ma quando mai in ogni trattato giuridico bilaterale uno Stato sovrano accetterebbe di consegnare il capo alla esclusiva volontà decisionale normativa dell’altro Stato contraente?

Un esempio concreto vale da esempio: riguarda il traffico di merci fra la Repubblica d’Irlanda, membro della UE e l’Irlanda del Nord, parte integrante del Regno Unito. Una delle condizioni della Brexit era evitare di ricreare un confine ufficiale fra Irlanda del Nord britannica e Repubblica d’Irlanda, confine eliminato a seguito degli accordi di pace del 1998, che posero fine alla guerra indipendentista dell’IRA contro le Contee unioniste britanniche dell’Irlanda del Nord. A tal fine il Regno Unito ha accettato che il proprio territorio dell’Irlanda del Nord resti parte dei trattati del Mercato Comune e dell’Unione Doganale UE proprio per garantire all’Irlanda di fruire dei benefici che ne derivano. Ma questo accordo de facto ha reso il Regno Unito uno Stato straniero in casa propria, in quanto le merci, i traffici, le attività economiche dalla Gran Bretagna all’Irlanda del Nord ricadrebbero sotto la mannaia della normativa UE: in altri termini la UE avrebbe il diritto di effettuare controlli e imporre dazi doganali alle merci in transito dalla Gran Bretagna all’Irlanda del Nord, tra un territorio ed un altro di uno Stato sovrano non membro della UE. Un’enormità giuridica di palese violazione del principio di non ingerenza negli affari interni di uno Stato di cui all’art.2 dello Statuto ONU, e di violazione dell’integrità territoriale di uno Stato sovrano che la stessa UE ha dovuto riconoscere, impegnandosi a ridiscutere la questione.

In realtà questo esempio è la prova provata di quella babele tecnocratica normativa che sono i trattati UE: una la rete normativa che surrettiziamente mira a privare gli Stati membri della UE della loro effettiva sovranità, cioè del potere politico decisionale per eccellenza di definire il proprio futuro in termini istituzionali, politici, culturali, religiosi, identitari.


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Ciò è il frutto amaro della cosiddetta “dottrina funzionalista” posta a fondamento del processo politico di integrazione europea in una logica puramente economicista e finanziaria – dunque globalizzatrice – che omette di considerare il potere politico, come espressione delle identità storiche culturali, religiose, etniche di ogni popolo, il presupposto della legittimazione nazionale delle legislazioni UE: alla base della teoria funzionalista la cooperazione tra gli Stati membri va delimitata a settori e obiettivi ben precisi, ma fissati in modo tale da assoggettare la legislazione nazionale a quella UE, intaccando de facto in maniera significativa le prerogative ed i poteri politici degli Stati nazionali su settori strategici, come la finanza, il tesoro, il mercato del lavoro. Così si giunse alla celebre Dichiarazione Schuman, che ha avviato quel surretizio vizioso processo di erosione delle sovranità nazionali senza peraltro definire un processo politico di integrazione in chiave federale o confederale dell’Europa.

Parafrasando: serva Europa, nave senza nocchiere in gran tempesta (Luca Della Torre)


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