Bosnia. Vietato costruire chiese, ma crescono le moschee

MoscheaA Sarajevo non possiamo costruire le nostre chiese”, questo il titolo di un comunicato diffuso dalla Diocesi di Torino. A lanciare l’allarme sulla diffusione del radicalismo islamico è il cardinale Vinko Puljic, Arcivescovo di Sarajevo: “Dopo 14 anni non ho ancora ricevuto un permesso per costruire una chiesa, mentre tante moschee hanno visto la luce e ciò avviene nel silenzio della comunità internazionale che non vuole intervenire a sostegno dei cattolici”.
Secondo le stime, infatti, negli ultimi anni sono fiorite in tutta la Bosnia un centinaio di moschee e, nella sola Sarajevo, almeno 70 nuovi centri di culto musulmano. A complicare la situazione, sempre secondo il Cardinale, è l’islamizzazione finanziata dall’Arabia Saudita e la conseguente diffusione del wahhabismo, religione ufficiale della monarchia saudita. Sarebbero “migliaia i fondamentalisti wahhabiti che cercano di diffondere la loro dottrina nella società”.
Il tutto sta avvenendo sotto lo sguardo inerte dell’Europa.
“In Bosnia-Erzegovina i musulmani sono circa il 40% della popolazione, i serbo-ortodossi il 31%, i cattolici il 10%. In Bosnia è in corso un processo di islamizzazione, Sarajevo è diventata una città islamica e i cattolici rimasti sono circa 20 mila, mentre nella diocesi di Banja Luka, prima della guerra, erano 150 mila e oggi sono meno di 35 mila. […] Tutto è in mano agli islamici che cercano di costringere i cattolici a lasciare il Paese”.
***
9 novembre 2013
Bosnia anticattolica: niente chiese

Rilanciamo una notizia pubblicata sul sito della Diocesi di Torino, e che riguarda l’atteggiamento illiberale e discriminatorio delle autorità di Sarajevo, luogo simbolo della guerra fratricida, e luogo in cui Giovanni Paolo II ha compiuto un viaggio per rilanciare la convivenza fra etnie e religioni.

“A Sarajevo non possiamo costruire le nostre chiese”

In molti Paesi musulmani costruire chiese è vietato dalle autorità mentre altrove ci vogliono anni per ottenere i permessi e la sorpresa aumenta quando le stesse difficoltà si riscontrano nei Balcani, a pochi chilometri dalla nostra penisola. Accade in Bosnia Erzegovina che dopo quattro secoli di dominio Ottomano, due guerre mondiali e il comunismo, ha vissuto una devastante guerra civile dal 1992 al 1995. 

Vent’anni dopo i problemi di convivenza con gli islamici permangono e, in Bosnia, è ancora oggi difficile edificare luoghi di preghiera cristiani. «Dopo 14 anni non ho ancora ricevuto un permesso per costruire una chiesa mentre tante moschee hanno visto la luce e ciò avviene nel silenzio della comunità internazionale che non vuole intervenire a sostegno dei cattolici». Ogni volta che esce dal suo Paese, l’Arcivescovo di Sarajevo, il bosniaco card. Vinko Puljic, lancia l’allarme sull’ascesa del radicalismo islamico nella Bosnia Erzegovina che le autorità locali starebbero sottovalutando e punta il dito contro l’inerzia dell’Europa che, a suo dire, dovrebbe intervenire con più forza a livello politico ed economico per creare uno Stato fondato sull’uguaglianza che attualmente non esiste. 

In Bosnia-Erzegovina i musulmani sono circa il 40% della popolazione, i serbo-ortodossi il 31%, i cattolici il 10% e il Paese è diviso in due entità in base agli Accordi di Dayton del 1995: una parte è abitata dai serbi della Repubblica serbo-bosniaca (Srpska) mentre nell’altra zona del Paese c’è la Federazione croato-musulmana ma sono gli islamici e i serbi a contare di più. In quanto minoranza, i cattolici sono svantaggiati e faticano a trovare un lavoro (la disoccupazione sfiora il 50%) o un impiego nell’istruzione oppure negli altri settori della società mentre gli incarichi politici sono riservati ai musulmani. 

La mancanza di lavoro unita al malcontento generale per la grave crisi economica incrina i rapporti tra le etnie e le comunità religiose mettendole spesso una contro l’altra. L’intolleranza e la discriminazione contro le minoranze cattolica e ortodossa è presente in tutta la Bosnia e ancora di più nella capitale Sarajevo. 

Dopo la guerra la comunità cattolica si è quasi dimezzata e molti sono scappati dal Paese dei Balcani raggiungendo la Croazia oppure l’Australia e il Canada. Chiese e monasteri sono stati incendiati e numerosi religiosi sono stati uccisi. Prima del conflitto in Bosnia-Erzegovina vivevano 800 mila cattolici suddivisi in quattro diocesi, oggi ne sono rimasti 460 mila e l’emigrazione non si ferma. Il vasto territorio dell’Arcidiocesi di Sarajevo (150 parrocchie con oltre 500 mila fedeli) ha subito gravissimi danni durante la guerra e centinaia di chiese sono state distrutte dai bombardamenti. I cattolici ora sono circa 200 mila ma la chiesa locale non si è rassegnata, anzi ha reagito come se nulla fosse accaduto, ricostruendo il seminario e aprendo scuole inter-etniche in tutto il Paese per educare i giovani alla tolleranza e alla convivenza pacifica. 

Ma la questione che preoccupa maggiormente cattolici e ortodossi è la crescita dell’estremismo islamico nel Paese balcanico. Secondo il cardinale Puljic l’islamizzazione della Bosnia viene finanziata con i petrodollari dell’Arabia Saudita grazie ai quali sono stati costruiti centri islamici e moschee in molti luoghi e la diffusione del wahhabismo, religione ufficiale della monarchia saudita, sta portando in Bosnia Erzegovina migliaia di wahhabiti fondamentalisti che cercano di diffondere la loro dottrina nella società. 

Negli ultimi anni sono state costruite un centinaio di moschee e nella sola Sarajevo almeno 70 nuovi centri di culto musulmano. In Bosnia è in corso un processo di islamizzazione, Sarajevo è diventata una città islamica e i cattolici rimasti sono circa 20 mila mentre nella diocesi di Banja Luka, prima della guerra, erano 150 mila e oggi sono meno di 35 mila. 

Preoccupa, si legge nel Rapporto 2012 sulla libertà religiosa nel mondo dell’Acs (Aiuto alla Chiesa che soffre) la situazione in Bosnia Erzegovina soprattutto per la progressiva islamizzazione di alcune aree del Paese dei Balcani a causa degli ingenti investimenti compiuti da Stati come l’Arabia Saudita e l’Iran. «L’identificazione etnia-religione genera discriminazioni sociali e amministrative verso le minoranze – scrive l’Acs – e in particolare verso i cattolici che vivono in zone a forte presenza islamica (Federazione croato-musulmana) o a maggioranza serbo-ortodossa (Repubblica Srpska). Da tempo il cardinale Puljic denuncia le discriminazioni che colpiscono i cattolici di origine croata (oltre 200 mila) che non possono far ritorno nelle zone a maggioranza serba e nella stessa Federazione croato-musulmana tutto è in mano agli islamici che cercano di costringere i cattolici a lasciare il Paese». 

Marco Tosatti

Fonte: La Stampa

Donazione Corrispondenza romana