BIOETICA: una sentenza ingiusta per una legge ingiusta

La sentenza della Corte Costituzionale sulla legge 40 sulla fecondazione artificiale ha abbattuto i «paletti» che il legislatore aveva posto nelle «misure a tutela dell’embrione». In sintesi: non c’è più un limite massimo di embrioni che possono essere prodotti in ogni tentativo, è venuto meno l’obbligo di tentare il trasferimento di tutti gli embrioni prodotti, è quindi possibile congelare alcuni o tutti gli embrioni e, infine, questo congelamento può durare all’infinito, perché non esiste più l’obbligo di trasferire gli embrioni congelati «non appena possibile».


Come si è arrivati a questo risultato? Secondo la Corte «la legge (…) rivela un limite alla tutela apprestata all’embrione, poiché anche nel caso di limitazione a soli tre del numero di embrioni prodotti, si ammette comunque che alcuni di essi possano non dar luogo a gravidanza, (…) consentendo un affievolimento della tutela dell’embrione al fine di assicurare concrete aspettative di gravidanza (…) la tutela dell’embrione non è comunque assoluta, ma limitata dalla necessità di individuare un giusto bilanciamento con la tutela delle esigenze di procreazione».

Purtroppo, con queste parole la Corte costituzionale coglie nel segno e dice la verità, offrendoci una fotografia nitida della legge 40: il destino degli embrioni – il loro diritto alla vita, all’integrità fisica, alla dignità – è contrapposto alle «esigenze di procreazione», al desiderio di una coppia di adulti di avere dei figli. Il velo viene squarciato: non si confrontano più diritto e diritto, vita del nascituro e salute della madre, come si finge di fare nella normativa sull’aborto; a prevalere sono direttamente le aspirazioni degli adulti.

Da anni “Verità e Vita” va testimoniando questa “verità” sulla legge 40: il sacrificio degli embrioni sull’altare dell’autodeterminazione degli adulti è insito nelle stesse tecniche di fecondazione in vitro, che li rende prodotti – negandone in radice la dignità umana – e che ne fa strage: 70.000 embrioni concepiti e morti ogni anno in Italia.

Sappiamo bene che la legge in vigore parla di «Embrione soggetto di diritto». Ma sappiamo anche che questa è una finzione, un vuoto proclama smentito dalla stessa legge nel momento in cui – per permettere la fecondazione artificiale nella forma omologa – essa permette la produzione, il congelamento, la morte programmata di esseri umani concepiti. Ecco perché, una volta sposata questa logica, ogni «paletto» diviene illogico: se le «esigenze della procreazione» prevalgono, ogni limite deve essere eliminato per soddisfarle. D’altro canto: che pronuncia ci si poteva aspettare dalla Corte Costituzionale? Non sono questi giudici i successori di quelli che – già nella storica e sciagurata sentenza 27 del 1975 – definirono i nascituri «non ancora persone»?

Come stupirsi che la Corte non menzioni mai nella motivazione il diritto alla vita degli embrioni e nemmeno si riferisca alla loro morte (che i giudici che avevano sollevato la questione definivano ipocritamente “dispersione”)? Come sorprendersi se questo «affievolimento della tutela dell’embrione» sia accettato dalla Corte come un dato di fatto, che non fa sorgere alcuna domanda di legittimità costituzionale?

E così – esattamente come aveva fatto nel 1975 – la Corte Costituzionale finge di volere limitare la portata della sua pronuncia («L’intervento demolitorio mantiene salvo il principio secondo cui le tecniche di produzione non devono creare un numero di embrioni superiore a quello strettamente necessario (…)»), ma in realtà rende lecita qualsiasi prassi, affidando le scelte «all’autonomia e alla responsabilità del medico che, con il consenso del paziente, opera le necessarie scelte professionali».

Indicazione davvero paradossale, vista la disinvoltura etica mostrata in questi anni da alcuni professionisti della fecondazione in vitro (www.comitatoveritaevita.it, 12 maggio 2009).

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