BIOETICA: tre mamme e un seme per due “gefrelli”

Quattro donne e un uomo per due “gemelli” nati a cinque giorni di distanza: è l’ultima combinazione offerta dalle tecniche di fecondazione artificiale, raccontata da una dei protagonisti sul “New York Times Magazine”.

Melanie, l’autrice dell’articolo, si è sposata con Michael a 41 anni: desiderano figli ma con le vie naturali non riescono, e dopo cinque cicli di fecondazione falliti decidono di ricorrere all’utero in affitto e a una fornitrice di ovociti. Melanie e Michael di figli ne vorrebbero due, ma il dottore ritiene pericolosa una gravidanza gemellare: gli uteri quindi saranno due e le gravidanze andranno in contemporanea, in modo che possano nascere “gemelli” da due pance distinte. Ricapitolando: una sola donna dà gli ovociti, che vengono fecondati dal seme di Michael nello stesso giorno.

Fra gli embrioni generati, due vengono trasferiti contemporaneamente nell’utero di due donne diverse. Sarà Melanie a fare da mamma ai bambini, un maschio e una femmina, che nasceranno a cinque giorni l’uno dall’altra. Per loro conia una nuova parola, “twiblings” che in inglese vuol dire un mix fra “fratelli” (siblings) e “gemelli” (twins): potremmo tradurre con “fegrelli”. Con il suo racconto Melanie vuole convincere (e convincersi) che il modo con cui sono nati i “gefrelli” non è un «dettaglio di produzione», ma «un tipo di famiglia estesa», un «mosaico», e d’altra parte «se ci vuole un villaggio per crescere un bambino perché non iniziare dal concepimento?». Melanie spiega con naturalezza l’aspetto commerciale di tutta la faccenda.

Due mamme “in affitto” e una fornitrice di ovociti costano una somma enorme, ma lei ritiene giusto pagare certe “professionalità”, così come si fa con un dottore o un insegnante: prestazioni professionali irrinunciabili non sono meno accettabili solo perché retribuite (“Avvenire”, 13 gennaio 2011).

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