BIOETICA: sentenza a favore dell’eutanasia in Germania

La Corte di Cassazione tedesca – il Bundesgerichthof – ha emesso il 25 giugno scorso una sentenza che contribuisce nei fatti ad ammettere l’eutanasia in Germania. La Corte di Cassazione si è espressa sul ricorso avverso una sentenza del Tribunale di Fulda, che aveva condannato l’avvocato Wolfgang Puetz a nove mesi di reclusione in quanto nel 2007 aveva consigliato una cliente di interrompere di persona i trattamenti artificiali di alimentazione e ventilazione della madre, in coma vigile da cinque anni.

La Corte di Cassazione ha affermato che – ove il paziente abbia espresso inequivocabilmente il consenso all’interruzione delle terapie – non sia perseguibile chi stacchi un ventilatore o tagli un tubo dell’alimentazione del paziente medesimo.

La sentenza ha contribuito a dividere l’opinione pubblica in Germania, in quanto pone disinvoltamente in discussione tre punti che sono alla radice del diritto fondamentale alla tutela della vita umana riconosciuto – fino ad oggi – come pilastro delle Costituzioni moderne. In primo luogo viene svilito il diritto all’alimentazione e idratazione del paziente, considerandoli «trattamenti medici forzati». È bene rammentare al riguardo come molte associazioni di medici in Europa ed in Italia in particolare affermino al riguardo esattamente il contrario – come in occasione della tragica vicenda di Eluana Englaro – ovvero che la sospensione dell’idratazione e dell’alimentazione a una persona in condizioni generali stabili, in stato di coma permanente da anni, senza l’evidenza di alcun peggioramento clinico che ne indichi l’approssimarsi della fine, è eutanasia, cioè atto dal quale deriva la morte del paziente.

In secondo luogo: la condizione di “coma vigile” non è mai identificabile con uno stato di “coma irreversibile” dal quale si differenzia per la presenza di risveglio spontaneo o stimolato, di attività elettrica cerebrale presente e variabile, di movimenti di apertura degli occhi spontanei o sotto stimolo ambientale. Come affermano sia i medici tedeschi dell’Associazione Marburger Bund che i medici italiani di Medicina e Vita, in medicina, il giudizio di irreversibilità di una condizione patologica, qualunque essa sia, non è criterio sufficiente per richiedere la sospensione delle cure: con questa sentenza viene data priorità assoluta a una selezione eugenetica della persona, in base al solo criterio della qualità – soggettiva – della vita. I pazienti in tali condizioni hanno anzi diritto alle migliori cure terapeutiche. È bene sottolineare dunque come in questi tragici casi la magistratura, uno dei tre poteri classici dello stato di diritto, abbia l’arrogante pretesa di sostituirsi alla classe medica nello stabilire i criteri clinici con cui dichiarare non più assistibile un paziente. Questo discutibilissimo quanto pericolosissimo – sotto i profili giuridico e politico – criterio di funzione “suppletiva” della giurisprudenza, che va in particolare contro ogni codice deontologico della professione medica, ha la presunzione di legittimare nei fatti – oggettivamente – terapie di morte quali l’eutanasia, l’aborto, scavalcando per via “extraparlamentare” la volontà sovrana di ogni popolo, che viene rappresentata dal potere legislativo e non già dalla magistratura, “bocca” e non già “cervello” della legge.

È il caso di rammentare che in occasione della vicenda Englaro, nel libro-manifesto di uno dei più pervicaci sostenitori dell’eutanasia, il prof. di Bioetica Maurizio Mori, la concezione di vita e di morte debbono essere radicalmente mutate, eliminando «ogni potere medico e religioso di controllo dei corpi delle persone» ed ogni concezione sacrale della vita umana, con buona pace per il giuramento ippocratico – di origine precristiana ma infinitamente più rispettoso dei diritti umani di quanto non lo sia ogni dottrina eugenetica e abortista di oggi – con cui ogni medico si impegna a salvare, non già provocare deliberatamente la morte di una persona. Al riguardo è bene non dimenticare che già negli anni venti del secolo scorso, si sosteneva che «se non c’è più forza per combattere per la propria salute, allora il diritto a vivere viene meno»: queste parole sono rintracciabili nel Mein Kampf, il libro-manifesto del nazismo di Adolf Hitler.

Peraltro, contro queste forme di odio per l’uomo, che si celano dietro l’umanitarismo eutanasico, è il caso di riflettere sulle finalità del diritto, che, come afferma una massima romana, «hominum causa, omne jus constitutum est», il diritto è fatto per l’uomo e non viceversa.

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