Bioetica: congresso internazionale dell’associazione Famiglia Domani

(di Federico Catani) Il rapporto tra uomo e biotecnologie è stato al centro delle riflessioni del Congresso internazionale Ai confini dell’umano. La persona umana nell’epoca della rivoluzione biotecnologica, organizzato dall’Associazione Famiglia Domani e tenutosi il 25 e 26 febbraio a Roma.

Dopo il saluto introduttivo del Presidente di Famiglia Domani, Luigi Coda Nunziante, il convegno si è aperto con l’intervento del cardinale Raymond Leo Burke, Prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica. Attingendo al magistero di papa Giovanni Paolo II, il porporato si è soffermato a riflettere sul senso che la sofferenza ha per il cristiano. «Mentre la società potrebbe considerare la sofferenza umana inutile e una diminuzione della nostra dignità umana – ha detto il cardinale Burke – noi sappiamo che è vero esattamente il contrario. La sofferenza umana, abbracciata per amore di Cristo, porta delle benedizioni immense alla Chiesa e al mondo».

Il cardinale statunitense ha poi rivolto un pressante invito a combattere per la difesa dei valori cristiani e naturali nella società. «La nostra preghiera e penitenza devono essere offerte soprattutto per i nostri Capi, che ci governano. Dobbiamo pregare molto, per l’intercessione della Beata Vergine Maria, per la conversione delle nazioni e dei loro Capi alla cultura della vita», ha dichiarato, deplorando infine «lo scandalo causato dai cattolici che tradiscono la loro fede tramite il silenzio o l’attiva partecipazione nell’agenda contro la vita e la famiglia».

A seguire è intervenuto mons. Luigi Negri, vescovo di San Marino-Montefeltro, che si è soffermato sul valore profetico dell’Humanae vitae di papa Paolo VI. Quell’enciclica fu decisiva, perché seppe andare contro le ideologie in voga negli anni Sessanta e oggi ancora diffuse. Secondo mons. Negri, l’individualismo, il materialismo, il consumismo e la tecno-scienza hanno dissacrato il rapporto uomo-donna, riducendolo a fatto meramente biologico e sessuale. Ed è proprio questa la causa dell’attuale diffuso immoralismo, che ha stravolto la concezione stessa della famiglia e della sua responsabilità generativa. Contro simili aberrazioni si scagliò Paolo VI, riproponendo il matrimonio naturale e cristiano nella loro feconda interrelazione.

Il congresso ha potuto contare anche sulla partecipazione di personalità del campo giuridico, filosofico e scientifico. Alcune relazioni si sono soffermate sul tema dell’aborto. Il professor Mario Palmaro, filosofo del diritto presso l’Università Europea di Roma, ha affrontato la questione della legislazione abortista nel mondo. «Se fino a pochi decenni fa – come ha fatto notare il docente – quasi tutti gli ordinamenti giuridici consideravano l’aborto volontario un reato, oggi questo è diventato lecito nella maggior parte degli Stati».

Un tale mutamento giuridico è stato ovviamente denso di conseguenze antropologiche. Tuttavia, benché la situazione sembri irriformabile, Palmaro ha evidenziato che approvare leggi integralmente giuste sull’aborto è sempre possibile, purché vi sia una precisa volontà politica, culturale, sociale e morale di farlo.

Nell’intervento della professoressa Claudia Navarini, bioeticista dell’Università Europea di Roma, è stato messo in luce invece il dramma che l’aborto riveste per la donna. Anche nella letteratura scientifica più favorevole all’interruzione di gravidanza si ammette che l’aborto provoca nella donna una vera e propria sindrome postabortiva, anche a distanza di molti anni. Come ha sottolineato la Navarini, laddove la difesa e l’indisponibilità della vita umana vengono violate, si genera un disordine interiore generale che investe tutte le dimensioni della persona.

Un grido d’allarme è stato poi lanciato dalla dott.ssa Mercedes Wilson, presidente della Fondazione per la Famiglia delle Americhe e membro dell’Accademia per la Vita. La Wilson ha constatato che oggi tutti i continenti, ad eccezione dell’Africa, sono colpiti da una grave decrescita demografica. Le politiche volte a favorire l’aborto, la contraccezione ed un’educazione contraria alla vita e alla famiglia stanno infatti portando il mondo verso il suicidio.

Tema centrale del congresso è stato anche la morte cerebrale. Il professor Rainer Beckmann, giurista dell’Università di Heidelberg, in Germania, il  filosofo Josef Seifert, docente presso l’Internationale Akademie für Philosophie, in Cile, il dottor Cicero Galli Coimbra, neurologo dell’Università di San Paolo del Brasile e il dottor Paul Byrne, neonatologo dell’Università dell’Ohio, negli Stati Uniti, hanno concordato sul fatto che la morte cerebrale non è la morte della persona: un essere umano non può venire ridotto alla sola sua attività celebrale.

La morte può essere quindi dichiarata con sufficiente certezza solo quando tutti gli organi vitali cessano di funzionare in modo irreversibile. Per questo motivo i cerebrolesi non sono neurologicamente irrecuperabili e non possono essere lasciati senza cure né tantomeno considerati meri donatori di organi come fossero già deceduti. Di qui nasce il problema dei trapianti.

In effetti, come ha rilevato il  dottor Andrew Armour, neurocardiologo dell’Università di Montreal, in Canada, essendo il cuore un “piccolo cervello”, conservarlo per un trapianto al fine di  mantenere in vita un altro essere, richiede il mantenimento di un sistema nervoso locale.

La mattinata del 26 febbraio si è aperta con l’intensa e commuovente testimonianza della dottoressa Gianna Emanuela Molla, figlia di Santa Gianna Beretta Molla, che preferì morire pur di darla alla luce. La Molla ha ricordato la santità della mamma e del papà, indicando la sua come esempio di famiglia cristiana, plasmata dall’intensa preghiera quotidiana.

A seguire, è intervenuto il professor Matteo D’Amico, docente di storia e filosofia, che ha notato come l’abbandono del realismo metafisico tipico del cristianesimo e la distruzione dell’ontologia della sostanza abbiano portato all’attuale riduzionismo meccanicista, materialista e scientista, aprendo la via a pratiche manipolatorie nichiliste e prive di limiti in campo biomedico. «Il tecnicismo dominante – ha aggiunto il docente – ha assunto le fattezze di una nuova religione secolare, tipica degli Stati totalitari».

Il Congresso è stato concluso dall’intervento del professor Roberto de Mattei, storico dell’Università Europea di Roma. De Mattei ha sottolineato che l’uomo è fatto di anima e di corpo. L’essere umano è una persona, titolare di diritti inalienabili, proprio perché ha un’anima. E ha un’anima perché, a differenza di qualsiasi altro vivente, ha una natura razionale. Non c’è persona, infatti, se non c’è, prima, natura. Se l’uomo fosse, come sostengono i darwinisti, solo materia in evoluzione può essere manipolato, decostruito e ricostruito a piacere, a cominciare dalla propria identità sessuale (come ha sottolineato il testo della professoressa Laura Palazzani, assente al convegno).

«I confini dell’umano – ha affermato de Mattei – prima di essere i confini della vita umana, sono i limiti della natura umana, che non è infinita. Pretendere di rendere infinito l’essere dell’uomo significa dissolvere la sua essenza». «Per molti secoli – ha aggiunto – l’uomo è rimasto uguale a sé stesso perché aveva un fine. Privare l’uomo della sua natura significa privarlo del suo fine. Ma l’uomo privato del suo fine precipita nel caos mentale e morale, nel nichilismo». «Il bivio tra l’essere e il nulla è quello di fronte a cui oggi si trova la società moderna e ognuno di noi», ha concluso il professore. (Federico Catani)

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